La grande mobilitazione internazionale dei porti del 6 febbraio, lanciata dai sindacati di base di numerosi paesi mediterranei e poi del Baltico e che ha avuto adesioni anche dall’altra parte dell’oceano atlantico, ha un’importanza molto particolare: quella di unire il rifiuto di collaborare alla guerra e alle guerre alla richiesta di una società che includa tutti, con la difesa dei diritti e l’urgente richiesta di un forte restringimento della forbice delle diseguaglianze.
E’ importante perché attuata in un momento storico in cui le industrie delle armi hanno preso una grossa parte del potere economico, in cui gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e gli altri Stati dotati di armi atomiche si spartiscono le zone d’influenza, colonizzando le zone ricche di minerali, o risorse da sfruttare. E’ importante perché è un no dei lavoratori e della cittadinanza che li sostiene, mentre siamo davanti al continuato atto di genocidio nei confronti del popolo palestinese, ad opera dello Stato di Israele, ad un massacro dalle dimensioni ancora maggiori in Sudan, con la regia e i finanziamenti degli Emirati Arabi. Entrambi solidi alleati degli USA. Ma le guerre nel mondo sono molto più numerose e questa protesta vuole essere contro tutte le guerre, frutto di logiche imperialiste e militariste, con il coinvolgimento dei grandi capitali e delle banche.
Perché se è vero che le armi si fabbricano e quei siti sono assolutamente blindati, le armi devono anche essere trasportate e imbarcate. E se quei container pieni di bombe, proiettili, droni-killer non vengono caricati sulle navi, ecco che la macchina della guerra e della distruzione può incepparsi. La non-collaborazione è un’opzione nonviolenta, che può mettere i potenti davanti a un fatto compiuto: il popolo non ci sta più a recitare la parte della comparsa, non più “servitù volontaria”, ma cittadinanza critica.
In contemporanea con Bilbao, San Sebastiàn, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona, Bari, Civitavecchia, Palermo e altri porti, come Amburgo e Brema, si è svolta una manifestazione anche davanti al porto di Cagliari, promossa dall’Unione Sindacale di Base e alla quale hanno aderito numerose organizzazioni della società civile sarda. In una serata sferzata dal vento, alcune centinaia di persone hanno voluto mettere in chiaro il proprio dissenso nei confronti del riarmo, della militarizzazione dei porti, dell’insensata economia di guerra. E ribadire che le risorse pubbliche devono essere destinate alla salute, all’educazione, ai servizi sociali, alla cultura, piuttosto che alle armi e alla carneficina cui preludono.
Durante gli interventi iniziali è stato fra l’altro ricordato che, pochi giorni fa, il Consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno che obbliga il sindaco e la giunta a vietare il trasporto di materiale bellico che transiti al porto di Cagliari, di vigilare affinché ciò avvenga e di istituire per questo un tavolo partecipato con istituzioni e rappresentanti della società civile. Resteranno solo parole scritte? Probabilmente si, se non ci sarà una forte pressione popolare che le trasformi in atti concreti.
Una manifestazione che è stata una miscela intergenerazionale che, dopo gli interventi al microfono, ha preso la forma di corteo, con slogan come: Porti liberi dalle armi! No RWM! Free Palestine! Un cartello su tutti: Sian chiusi porti e porte alle fabbriche di morte!
Il corteo è confluito verso piazza Yenne, al presidio giornaliero per la Palestina, che prosegue ormai da più di tre mesi. Ancora una volta dalla Sardegna arriva una risposta d’opposizione all’utilizzo del territorio dell’isola per i test sulle nuove armi, le esercitazioni massicce, la cupa produzione e il commercio d’armi mortifere e distruttive. Oggi forse s’è aperto un varco di libertà sul fronte del porto.

Foto di redazione Sardigna










