La notte dell’11 gennaio un incendio nella sala contatori della torre B grattacielo ha costretto all’evacuazione (formalizzata con ordinanza di sgombero del sindaco) dei circa 300 residenti che in parte hanno trovato ospitalità presso altre famiglie (anche nelle due restanti torri A e C) ed in parte (circa 70 sfollati) per una settimana sono stati alloggiati in una palestra in condizioni estremamente precarie. Dopo questa prima settimana il Comune di Ferrara, che non ha mai dichiarato lo stato d’emergenza, non ha più dato disponibilità abitativa e quindi circa 40 sfollati hanno trovato ospitalità presso i locali comunque inadeguati di un’associazione di volontariato (dove sono tuttora) in condizioni di vita precarie, i rimanenti si sono rifugiati presso amici mentre i più sfortunati vivono per strada.

Nel frattempo a seguito di riunioni inter-istituzionali il sindaco ha emesso altre due ordinanze relative alle torri A e C per imporne lo sgombero entro il 5 febbraio, termine poi posticipato a 15 giorni dopo le relative notifiche ai proprietari, con scadenze quindi comprese tra il 10 ed il 20 febbraio;  ancora a oggi però c’è la massima confusione sui termini reali.

Il sindaco continua a sostenere che si tratta di una questione privata che non gli consentirebbe di dichiarare uno stato di emergenza. Insomma, lo sgombero per inagibilità di tre torri (A, B e C) del complesso grattacielo, 208 unità immobiliari e 26 attività commerciali, una biblioteca, una chiesa evangelica e un Centro mediazione, con almeno 600 persone sfollate (ma il numero reale arriverebbe a un migliaio) tra cui numerosi nuclei familiari fragili con minori, disabili e anziani, non rappresenterebbe un’emergenza pubblica, ma una questione privata.

Per queste persone la regolare presenza sul luogo di lavoro come operai spesso turnisti, la frequenza di asili e scuole, l’assistenza medica, la possibilità di gestire i tanti aspetti burocratici a partire dalla domiciliazione postale sino ad arrivare alla stessa residenza sono diventate ostacoli praticamente insormontabili

In realtà quella è in corso in questi giorni a Ferrara è una vera e propria emergenza sociale che è assurdo definire una questione privata. Ma dietro questa emergenza sociale sembra nascondersi un progetto di pulizia etnica (almeno il 70% dei residenti è straniero) per facilitare l’ennesimo tentativo di speculazione immobiliare. Ferrara, una città dove mille persone disperate restano una “questione privata”…

La cinica strategia dell’amministrazione comunale

Nella discussione davanti al Consiglio Comunale del 26 gennaio scorso il sindaco Alan Fabbri, rispondendo a interrogazioni e question time dei consiglieri di minoranza, ha elencato quanto non è stato fatto dal 1993 in poi dai suoi predecessori, in alcuni casi alterando l’operato reale degli stessi, usando tra l’altro un’ ironia irrispettosa nei confronti del disastro sociale in atto ma soprattutto omettendo gravemente le proprie colpevoli inerzie.

Nei suoi ad oggi sette anni di incarico, il Sindaco di Ferrara ha ignorato le allarmanti relazioni dei Vigili del Fuoco sulle gravi carenze nella sicurezza delle tre torri che costituiscono il grattacielo e pur partecipando, personalmente o delegando, alle assemblee condominiali in qualità di proprietario di diversi immobili compresi nella struttura stessa, non ha mai preso posizione responsabilmente sulle gravi criticità che venivano denunciate nelle assemblee stesse.

In quel contesto edilizio caratterizzato da grave e cronica insicurezza, con ripetuti allarmi sottovalutati se non inascoltati, anziché provvedere alla messa in sicurezza della struttura, l’amministrazione comunale ha scelto di promuovere iniziative meramente propagandistiche, che rischiavano addirittura di aggravare la pericolosità del sito.

In occasione delle festività natalizie del 2022 è stata installata una ruota panoramica alta oltre 30 metri.  Nel novembre scorso l’amministrazione comunale ha concesso e addirittura caldeggiato l’apertura di un bar dal nome emblematico “Mai guai”. A rileggere le dichiarazioni del sindaco in quell’occasione vengono i brividi.

Ora, a seguito dell’incendio dell’11 gennaio scorso, il sindaco si è improvvisamente risvegliato dal suo colpevole e sospetto torpore istituzionale e ha emanato tre ordinanze per imporre lo sgombero delle tre torri del grattacielo, con oltre 200 nuclei familiari alla ricerca di impossibili soluzioni alloggiative alternative in una città da anni in profonda crisi di alloggi. Nessun serio e strutturato sostegno sociale, ma solo interventi improvvisati a favore di nuclei familiari fragili. Nient’altro.

La sfrontatezza e l’irresponsabilità del sindaco e della sua giunta arrivano al punto di ironizzare sulla condotta del Prefetto, che cercando di supplire alla loro colpevole inerzia ha convocato incontri e tavoli nel tentativo di coordinare interventi a sostegno di chi improvvisamente si è trovato senza tetto.

Il 5 febbraio il Prefetto ha convocato un “tavolo tecnico di coordinamento – interventi a supporto socio-economico a favore dei nuclei familiari sfollati dall’edificio Grattacielo”, ma l’amministrazione comunale ha dichiarato di “non comprendere quale sia l’oggetto del tavolo, quali siano gli interventi richiesti e quale sia il ruolo dei tanti (ben 27) soggetti invitati”.  E non bastasse l’assessora Coletti, presente al tavolo con delega del sindaco, è arrivata a pignoleggiare sull’uso del termine sfollati da parte del Prefetto, sostenendo che era “inappropriato parlare di sfollati” e aprendo un grave vulnus istituzionale. Intanto tante, troppe persone si ritrovano all’improvviso e senza colpa prive di una  casa e di un futuro.

Il 10 febbraio sono state notificate almeno una cinquantina di ordinanze di sgombero ai condomini delle torri A e C (ordinanze che indicavano in 15 giorni il tempo massimo per lasciare libero l’appartamento) ma l’11 febbraio l’amministratore condominiale con una mail chiedeva ai proprietari di essere a disposizione o di lasciare le chiavi a persona di fiducia per consentire le operazioni di sgombero alle 7 della mattina successiva, 12 febbraio. Questa mail generava confusione e panico tra gli abitanti, anche perché in aperto contrasto con l’ordinanza del sindaco. Nella serata diverse persone, soprattutto madri, chiedevano chiarimenti senza ricevere risposte certe. Alle 7 del 12 febbraio un ingente spiegamento di Forze di Polizia circondava il grattacielo, gli agenti salivano nelle due torri chiedendo agli abitanti di lasciare subito le proprie abitazioni. Madri con bambini, anziani, con valige e borse portavano fuori quelle poche cose che riuscivano a prendere con sé, lasciando negli appartamenti mobili, vestiti, documenti, ricordi, senza neppure sapere se e quando sarebbero potuti tornare.

Gli sfollati della torre B dal 12 gennaio non hanno ancora trovato una sistemazione stabile e sono quasi tutti ospiti di parenti o amici, addirittura 40 vivono ancora in 3 stanze e una palestra dormendo su brande ed in condizioni igieniche e di vita inaccettabili. Ora per questi ultimi sfollati delle torri A e C si ripresenta lo stesso dramma. Ospitati da parenti e amici, sistemati provvisoriamente in alloggi di emergenza abitativa reperiti dalla Curia, poche famiglie con minori sistemate dai Servizi Sociali in condizioni di fortuna ed a volte separando i nuclei familiari, madri e figli da una parte, padri da un’altra.

A queste condizioni di vita indecorose si devono aggiungere tante altre gravi criticità. Perdendo la residenza ogni pratica burocratica, in primis permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, iscrizioni scolastiche, assistenza medica e sociale, lavoro diventa difficile se non impossibile da gestire. Poi ci sono i mutui e i prestiti legati all’acquisto della casa, che in caso di mancato pagamento automaticamente fanno diventare cattivi pagatori nei confronti delle banche, con tutte le conseguenze del caso.

Tutto questo sarebbe stato evitato o in gran parte contenuto semplicemente se il Comune avesse dichiarato l’emergenza, potendo così attingere innanzitutto agli aiuti che la Regione era già pronta a fornire. Ma il sindaco Fabbri continua ancora oggi a sostenere che avere oltre 800 persone fuori casa e in condizioni di vita estremamente non è un’emergenza, ma una “questione privata”.

Andrea Firrincieli, Cittadini del mondo