L’Occidente attraversa oggi una fase di evidente declino della propria egemonia politica e culturale. Una crisi che non si manifesta soltanto sul piano geopolitico, ma anche nella perdita di coerenza strategica e nella crescente fragilità degli equilibri internazionali. Ne è prova la subalternità dell’Europa alle politiche statunitensi e, ancor più, l’intensificarsi dell’azione punitiva di certi governi nei confronti dei civili, che segnala la diffusione di politiche repressive, inasprimenti penali e un ricorso sempre più frequente alle misure di polizia. Dagli USA, per esempio, ci giungono notizie sempre più preoccupanti. Ma in Italia cosa sta accadendo? Spesso la comprensione di un fenomeno generale passa attraverso l’osservazione di un singolo caso. Nella fattispecie, prendiamo in esame il caso della città di Massa, in Toscana, alla luce di due articoli fondamentali della Costituzione italiana: l’articolo 21, che tutela il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero attraverso la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e l’articolo 17, che sancisce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, prevedendo l’obbligo di preavviso alle autorità, le quali possono vietare tali riunioni esclusivamente per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
Lo scorso 3 ottobre, nella giornata dello sciopero generale, anche nella città di Massa si è svolta una manifestazione per dire basta al genocidio a Gaza e al sostegno del governo Meloni a Israele. Lì, come ha raccontato Giancarlo Albori – presidente provinciale dell’ANPI di Massa Carrara e presidente di Gaza Palestina Fuori Fuoco – si è svolto il corteo, culminato poi con l’ingresso nell’area della stazione ferroviaria della città. Un corteo preavvisato e pacifico, composto da famiglie con bambini in passeggino, esponenti e rappresentati di associazioni, dirigenti sindacali, professori e studenti, lavoratori e pensionati. Nessuna vetrina rotta, nessun monumento imbrattato, nessuna tensione rilevata. Durante la manifestazione non si è verificato alcun pericolo per la sicurezza e al momento dell’arrivo del corteo in stazione non transitavano treni. Il che era dovuto anche alla riuscita dello sciopero generale, che in quel giorno ha visto una grande adesione.
Eppure 37 persone sono state sottoposte a indagini preliminari e hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini, con l’accusa di blocco ferroviario e interruzione di pubblico servizio.
Come spiegato da Michela Poletti – avvocata di alcuni dei 37 indagati – le fattispecie di reato contestate sono principalmente due e segnano uno dei primi utilizzi estesi della nuova normativa introdotta dal decreto sicurezza 2025, convertito successivamente in legge. La prima è quella prevista dall’articolo 340, secondo comma, del codice penale, che disciplina l’interruzione di pubblico servizio. Si tratta di una norma già esistente prima del decreto sicurezza. La seconda contestazione riguarda invece l’articolo 1-bis del decreto legislativo 66 del 1948, così come modificato dalla legge 80 del 2025, che il decreto sicurezza ha convertito. È qui che si innesta il nodo politico e giuridico centrale: fino all’aprile 2025, la condotta oggi contestata era punita solo con una sanzione amministrativa, in virtù della depenalizzazione del 1999, che aveva escluso l’intervento del diritto penale in assenza di concreti pericoli per la sicurezza ferroviaria. Con il nuovo pacchetto sicurezza, invece, il reato di blocco ferroviario e stradale attuato con il solo utilizzo del corpo è stato reintrodotto e prevede la reclusione da sei mesi a due anni.
Ma c’è dell’altro. A una parte degli indagati — 13 persone, secondo l’impostazione della Procura — viene contestato anche il reato previsto dall’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) del 1931, che sanziona la promozione o organizzazione di una manifestazione non preavvisata. Una norma introdotta durante il fascismo, che poi nel tempo è stata fortemente ridimensionata dalla giurisprudenza costituzionale. Con l’entrata in vigore della nostra Costituzione e quindi con l’introduzione della libertà di riunione e di manifestazione del proprio pensiero, è stata infatti esclusa la punibilità dei semplici partecipanti e di chi prende la parola, anche se consapevole dell’assenza di preavviso.
In mancanza di preavviso, resta punibile chi ha il ruolo di organizzatore o promotore. E secondo l’accusa, i 13 indagati sarebbero individuati come tali sulla base della loro posizione nel corteo e del loro ruolo pubblico o sindacale: tra loro figurano dirigenti sindacali, rappresentanti dell’ANPI, esponenti di associazioni e movimenti, ma anche chi aveva dato il preavviso per il corteo e altri cittadini. Una qualificazione che tuttavia non è supportata da condotte specifiche che dimostrino un’effettiva direzione o organizzazione della manifestazione.
Parallelamente all’azione penale, è stata avviata una procedura amministrativa. A diversi manifestanti la polizia ferroviaria ha infatti notificato verbali per la violazione dell’articolo 21 del regolamento di polizia ferroviaria, che disciplina l’attraversamento dei binari: norma ordinariamente applicata per ragioni di sicurezza e considerata politicamente neutra. Tuttavia, fino a luglio 2025 la sanzione prevista oscillava tra 15 e 30 euro; oggi, a seguito delle modifiche normative, varia tra 300 e 900 euro.
Si parla dunque di un insieme di procedimenti penali e sanzioni amministrative che configura un’azione a 360 gradi, con un evidente effetto intimidatorio: colpire economicamente e penalmente soggetti individuati come potenziali organizzatori, per scoraggiare future mobilitazioni. E come è già stato depotenziato il ruolo legislativo del Parlamento dai tempi di Berlusconi (i decreti legge, che dovrebbero essere deliberati dai governi solo in casi straordinari di necessità e urgenza, sono da allora all’ordine del giorno per aggirare il normale iter parlamentare), è oggi in ballo il tentativo da parte dell’esecutivo di assumere il controllo della giustizia.
La normativa introdotta dal decreto sicurezza è stata applicata successivamente anche in altre città, come Torino e Taranto, ma a Massa la Procura ha agito con particolare rapidità, facendo coincidere le notifiche penali e amministrative in un breve arco temporale e trasformando la città in un esempio a livello nazionale. Esempio, però, non solo di intimidazione e controllo, ma anche di risposta politica di un territorio e di gente ruvida ma profondamente giusta, solidale e umana. E oltre alle mobilitazioni contro le azioni del governo, anche il processo può diventare uno strumento di contestazione della legge stessa: se le leggi possono essere modificate in Parlamento, possono anche essere messe in discussione nelle aule giudiziarie, fintanto che rimangano sottratte al potere dell’esecutivo. Spetta infatti al giudice del processo, laddove lo ritenga, sollevare le questioni di legittimità costituzionale utili a ristabilire la priorità dei diritti e delle libertà costituzionalmente tutelate.
In altre parole, il rischio di perdere il sistema democratico in cui abbiamo vissuto dal dopoguerra è tangibile e viene da chiedersi cosa direbbero i nostri padri costituenti, se vedessero quanto stia accadendo. Siamo in una realtà in cui diventa reato manifestare pacificamente il proprio sdegno per gli orrori commessi ogni giorno sui civili a Gaza. Che fare? Forse Bertold Brecht ci inviterebbe a guardare oltre la legalità formale, non per forza “giusta”, per cercare la giustizia sostanziale, ponendo onere e onore della scelta morale sulle spalle degli individui.










