La povertà resta ai margini dell’informazione italiana e quando entra nell’agenda dei media, lo fa spesso in modo episodico, legato a eventi eccezionali o a fatti di cronaca, con una rappresentazione riduttiva e talvolta stereotipata.

È quanto emerge dal rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. La ricerca nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale vengono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo. L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel periodo settembre 2024 – giugno 2025. I dati mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali.

In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione. La povertà è un tema trascurato nei TG: compare in 708 notizie, pari al 2% dei servizi. Si tratta di una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali, a ricorrenze e fatti di cronaca. La Rai ha prodotto oltre metà dei servizi (53,5%), seguita da Mediaset e La7, ma le differenze tra testate sono minime. L’attenzione cresce in quattro momenti: novembre e dicembre 2024 (elezioni USA, G20, legge di bilancio, crisi e iniziative natalizie), aprile 2025 (morte di papa Francesco e lavoro povero) e maggio 2025 (elezione del nuovo papa e dati Eurostat). Nel 73% dei casi la povertà resta un tema accessorio.

Tre servizi su quattro si concentrano sulla dimensione materiale (74%). Il 62% delle notizie adotta una prospettiva unidimensionale. La maggior parte tratta la povertà “in generale”, mentre le forme abitativa, lavorativa, relazionale, alimentare ricevono attenzione più limitata. Il focus è soprattutto sulla povertà italiana (47%). Alcuni Paesi molto poveri non ricevono attenzione: Asia (4%), Africa (2%). L’Italia delle periferie e delle zone rurali restano poco rappresentate, con percentuali di copertura rispettivamente del 3% e dello 0,1%. Solo l’8% dei servizi sulla povertà si avvale di dati quantitativi o studi di istituti di ricerca, associazioni e organismi internazionali (tra cui Caritas). Nel 18% dei casi si rileva un’associazione con stereotipi o pregiudizi. Le principali associazioni negative riguardano l’accostamento con illegalità e criminalità (13,6%), con il background migratorio (10,5%), le dipendenze (3,7%) e i disturbi mentali (2,7%).

Per quanto riguarda i talk show, in un campione di 78 puntate (pari al 6% del totale) il tema della povertà è stato trattato, anche marginalmente, da ospiti o conduttori. Nella stragrande maggioranza dei casi (94%), i talk show selezionati non hanno affrontato in maniera diretta o esplicita la questione delle povertà. Quando la povertà compare, è centrale nell’83 per cento dei casi. L’attenzione verso la povertà dei dodici influencer più attivi su Facebook è, invece, estremamente bassa: solo lo 0,8% dei quasi 19.000 post pubblicati tra settembre 2024 e giugno 2025 tratta, anche marginalmente, il tema. La presenza è discontinua, con picchi in occasioni legate ad eventi di spettacolo o alla morte di papa Francesco, ricordato per il suo impegno verso i più fragili.

Nel 79% dei casi la povertà non è centrale, ma accessoria rispetto ad altri contenuti. “Tutti i generi informativi analizzati, si legge nel report, mostrano attenzione a più forme di povertà, sebbene con intensità diversa. Nei talk show, ad esempio, il dibattito tende a integrare aspetti materiali, relazionali e lavorativi, mentre nei TG la sfera religiosa valorizza solidarietà e beneficenza. Anche sui social, nei picchi di attenzione, emergono contenuti che richiamano valori etici e responsabilità morale. Nei talk show la povertà, quando è trattata, è al centro del dibattito (83% dei casi), nei TG alcuni servizi la pongono al fulcro del racconto, soprattutto in corrispondenza di eventi simbolici o figure autorevoli come Papa Francesco. Nei social, pur essendo rara, la povertà compare in momenti di grande rilevanza mediale, come il Festival di Sanremo e la morte del Papa, favorendo visibilità e consapevolezza. TG e social mostrano un’attenzione significativa alla dimensione solidaristica/caritatevole (TG 47%, social 39%), che contribuisce a restituire storie di vita e esperienze concrete, anche se spesso prive di dati empirici solidi”.

La stampa, la televisione, la radio, il web contribuiscono a formare le coscienze e a promuovere la libertà, perché una società ben informata diventa in grado di partecipare e, dunque, di scegliere, ha sottolineato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. Proprio perché crediamo nel ruolo prezioso dell’informazione, siamo convinti che raccontare la povertà e farlo mantenendo fede alle dimensioni della verità e della giustizia, sia una responsabilità che interpella tutti. Ognuno nel proprio ambito è chiamato a fare la sua parte per far sì che chi vive nel bisogno non resti anche senza voce”.

Qui il rapporto Caritas