Il caso che si discute alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) dal 12 gennaio per le prossime settimane e si chiude il 29 gennaio, è di rilevanza storica. Secondo alcuni avvocati, esso infatti permetterà alla Corte di definire che cosa costituisce un genocidio e getterà le basi per quando la Corte dovrà affrontare l’accusa di genocidio nei confronti di Israele.
Sotto processo è la giunta militare del Myanmar. I fatti in esame sono accaduti nell’agosto del 2017 quando le forze di sicurezza dell’esercito hanno iniziato un indiscriminata campagna di massacri, stupri e incendi contro la minoranza musulmana dei Rohingya nella parte nord dello stato del Rakhine. 700 mila persone hanno dovuto fuggire nel vicino Bangladesh e a tutt’oggi 1.300.000 persone sono rinchiuse nei campi profughi in Cox nel Bangladesh e dipendono completamente dall’aiuto umanitario internazionale.
Nel novembre del 2019 lo stato del Gambia ha presentato istanza alla Corte (ICJ) di una possibile violazione della convenzione di Ginevra del 1948 sul genocidio. Secondo quella convenzione qualsiasi Stato ha il diritto di presentare istanza se crede che un altro Stato stia violando la convenzione.
Nel dimostrare che vi è intento di genocidio un ruolo fondamentale lo ricopre la violenza basata sul genere (GBV), cioè che vi sia un intento preciso di colpire le donne e le bambine con violenza e stupri. e anche violenza ginecologica.
I fatti accaduti nell’agosto del 2017 non sono nuovi. L’esercito ha da molto tempo sottoposto i Rohingya a crimini contro l’umanità, parliamo di apartheid, pulizia etnica, persecuzioni e privazioni della libertà. Dalla fine del 2023, i Rohingya si sono ritrovati tra due fuochi, da una parte l’esercito della giunta militare e dall’altra le milizie della minoranza etnica Arakan con il risultato che anche quest’ultimi hanno compiuto uccisioni indiscriminate incendi e rastrellamenti allo scopo di arruolare i civili nelle loro fila.
Da quando il Gambia ha presentato la sua denuncia alla Corte la situazione è cambiata, oggi lo stato del Rakhine è quasi completamente in mano alle milizie dell’esercito Arakan (AA), una minoranza etnica, che lo ha sottratto all’esercito della giunta militare, al potere dal primo febbraio del 2021.










