Alla cerimonia celebrata al Parlamento europeo ha partecipato Tatiana Bucci e si è esibita Noa, che ha interpretato La vita è bella.
Amnesty International Italia ha ricordato il ruolo di Raphael Lemkin nella definizione del concetto di genocidio e, così, nella estensione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio e messo a disposizione degli insegnanti molti materiali didattici.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha promosso Parole che restano, una campagna nazionale per le scuole.
In una scuola di Acerra è stata inaugurata la mostra HeART of Gaza – L’arte dei bambini dal genocidio.
Il massacro del popolo palestinese è stato ricordato anche nel centro di Milano.
Invece al Liceo Righi di Roma una squadra di agenti della DIGOS ha ‘identificato’ gli studenti che contestavano come era stata organizzata la lectio magistralis tenuta dalla presidente della UCEI / Unione delle comunità ebraiche in Italia, a cui il presidente della FCEI / Federazione delle chiese evangeliche in Italia ha inviato una lettera che la sollecita a ricordare “i cammini, ora paralleli, ora comuni, di ebrei e protestanti nella storia del nostro Paese, dai ghetti e dalle discriminazioni all’emancipazione, dalla Resistenza alla Repubblica con le sue libertà”.
Sul significato della Giornata della Memoria nel presente hanno focalizzato l’attenzione Peppe Sini al Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera e don Aldo Buonaiuto nell’editoriale pubblicato su In Terris.
COMUNICATI
- Parlamento europeo
La presidente, Roberta Metsola, ha aperto la cerimonia per commemorare la Giornata Mondiale di Commemorazione in Memoria delle Vittime dell’Olocausto che si celebra ogni anno il 27 gennaio per ricordare la liberazione del campo di concentramento nazista di Auschwitz nel 1945. “Oggi l’antisemitismo si diffonde più velocemente che mai, amplificato online e trasformando vecchie menzogne in realtà mortali. Ricordare l’Olocausto significa affrontare l’odio ovunque si manifesti, prima che gli sia consentito di mettere nuovamente radici. Perché se vogliamo che l’espressione significhi veramente qualcosa, allora dovrebbe guidare le scelte che facciamo oggi e l’Europa che scegliamo di costruire insieme”, ha dichiarato la presidente Metsola. Al suo intervento è seguito un intermezzo musicale: Beautiful That Way (La vita è bella) di Nicola Piovani eseguito dalla cantante Noa. Quindi è intervenuta Tatiana Bucci, che ha condiviso la storia della sua famiglia – sua madre, sua zia, la sorella Andra e il cugino Sergio – deportati nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nel marzo 1944, spiegando come l’essere scambiate per gemelle abbia contribuito a salvare lei e sua sorella Andria, insieme a Sergio, dalle camere a gas. I tre bambini trascorsero insieme dieci mesi a Birkenau: “Mi abituai subito a quella vita e capii di essere ebrea ascoltando parlare le guardie e che noi ebrei eravamo destinati a quella vita, che non era vita, ma morte”, ha ricorda la signora Bucci. La seconda volta in cui la vita delle sorelle fu risparmiata avvenne quando una guardiana le avvertì di non rispondere quando sarebbero state presto interrogate se qualcuno volesse ricongiungersi con le proprie madri. Passarono l’informazione anche a Sergio, che però non resistette e rispose positivamente. Fu quindi deportato in un altro campo, dove subì esperimenti e venne poi “brutalmente ucciso, appeso ai ganci da macellaio”. Prima di riunirsi con i genitori in Italia nel dicembre 1946, dopo la liberazione Tatiana e Andra furono mandate in un orfanotrofio in Inghilterra. A Roma diversi genitori mostrarono alle due sorelle fotografie dei loro bambini dispersi, nella speranza che le due ragazzine potessero riconoscerne qualcuno. Tatiana comprese in seguito che si trattava di tutti bambini uccisi dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943 nel ghetto ebraico di Roma: “Da allora, e soprattutto al giorno d’oggi, il mio desiderio è che tutti i bambini del mondo possano avere la vita che io ho potuto vivere dopo la guerra, e poter invecchiare come ho fatto io», ha commentato concludendo che, nonostante tutto, «la vita è bella». Dopo il suo intervento, i deputati hanno osservato un minuto di silenzio e la cerimonia è terminata con l’esecuzione musicale di “Kaddish” di Maurice Ravel. La registrazione dell’evento è disponibile online sul Multimedia Centre del Parlamento europeo.
- Amnesty International Italia
La presidente, Alba Bonetti, ha diffuso questa dichiarazione:
«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: l’ammonimento di Primo Levi si è scolorito nelle nostre coscienze, a lungo fiduciose nel sistema di protezione costruito poco alla volta dopo la Seconda guerra mondiale. Un sistema incardinato nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nelle convenzioni e nei trattati internazionali a quella ispirati, inclusa la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948, un giorno prima della votazione sulla Dichiarazione. Una coincidenza che non credo casuale. Gli Stati, ispirati dal motto Never again, lavorarono per mettere le basi necessarie a evitare il ripetersi di tragedie immani quali la Shoah e per garantire la pace attraverso il diritto. Tuttavia, in particolare dall’inizio di questo secolo, abbiamo assistito al moltiplicarsi di crisi che hanno progressivamente delegittimato il diritto internazionale, la giustizia internazionale e diffuso in modo sempre più pervasivo la logica dei doppi standard: le regole valgono oppure no a seconda di quale stato le viola o ritenga conveniente farle valere.
Tutte queste violazioni dei diritti umani hanno causato e causano vittime e sofferenze inenarrabili nel mondo. In questa epoca oscura brillano ancora motivi di speranza: la Corte internazionale di giustizia sta esaminando due casi di violazione della Convenzione contro il genocidio.
Il 27 gennaio celebriamo la Giornata della memoria ricordando sei milioni di ebrei uccisi dai criminali nazisti con il contributo di altri paesi, tra cui l’Italia. Invito tutte e tutti a ricordare e a rammentare, a richiamare al cuore e alla mente, l’avvertimento ancora attuale di quella tragedia. Non un atto di memoria che guarda solo, e doverosamente, al passato. Anche un atto di memoria che, con le parole di Levi, si proietta sul nostro presente sollecitando quello che ciascuna e ciascuno di noi, a sua misura, può fare per contrastare le violazioni dei diritti umani. Come fece Raphael Lemkin (1900-1959), avvocato ebreo polacco sopravvissuto alla Shoah, in cui invece trovarono la morte quarantanove dei suoi familiari. Consulente al processo di Norimberga, dedicò il resto della sua vita a definire il concetto di genocidio e a costruire attorno ad esso il consenso della comunità internazionale: se oggi disponiamo della Convenzione contro il genocidio, lo dobbiamo in gran parte a lui”.
Per l’occasione, Amnesty International Italia ha messo a disposizione degli insegnanti una serie di materiali didattici: “I racconti e le memorie degli eventi, conservati e trasmessi attraverso la tradizione orale dei sopravvissuti, prendono vita in albi illustrati, fumetti e libri per l’infanzia, diventando uno strumento efficace per ricordare e onorare le vittime ebree dello sterminio nazista. Tra le tante storie la vicenda di Emanuele di Porto, bambino di nove anni che durante la razzia del ghetto di Roma si salva prendendo una circolare che per tre giorni lo porterà in giro per la città grazie alla solidarietà di un gruppo di tranvieri romani, ha dato vita allo splendido albo illustrato: Il bambino del tram di Isabella Labate, edito da Orecchio Acerbo e patrocinato da Amnesty International Italia. I bambini del ghetto di Roma prelevati dalle loro case e deportati ad Auschwitz furono 207, nessuno fece ritorno. Sono sempre le storie le protagoniste del percorso educativo per la scuola secondaria di secondo grado La persecuzione degli ebrei, che ripercorre secoli di oppressioni, dal Medioevo fino alla notte dei cristalli, per arrivare perfino ai libri per l’infanzia degli anni 30’, in cui gli stessi bambini diventarono oggetto della propaganda del regime nazista. Storie che risultano imprescindibili per comprendere che il futuro nasce dalla conoscenza del passato, per riconoscere le ragioni personali alla base dei comportamenti discriminatori e sottolineare l’importanza della responsabilità delle singole persone nei confronti del gruppo e della comunità. Affinché la Storia non si ripeta”.
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Il “ponte tra Memoria e futuro”
ACERRA – Il 2° Circolo Didattico Don Peppe Diana ha promosso una giornata di riflessione dal forte valore civile ed educativo dal titolo “Lo Stato siamo noi: un ponte tra Memoria e Futuro”, ribadendo il ruolo della scuola come presidio di coscienza democratica e luogo in cui la Storia non si subisce, ma si costruisce. Il messaggio della comunità scolastica è chiaro: non siamo semplici spettatori della Storia, ma custodi attivi della Memoria. Ricordare non è un esercizio rivolto al passato, ma un atto di responsabilità nel presente. Per questo il percorso educativo proposto agli alunni si fonda sui confini che diventano cooperazione, attraverso lo studio degli articoli della Costituzione, bussola di dignità e libertà, capace di collegare la tragedia della Shoah alle vittime di ogni guerra nel mondo e al ricordo indelebile dell’Eccidio di Acerra del 1943. Cuore della giornata è stato il dibattito pubblico in cui lo storico Franco Mennitto (ANPI) ha richiamato le radici della memoria civile del territorio, collegando l’Eccidio di Acerra alle grandi tragedie del Novecento e alle responsabilità educative del presente. L’iniziativa è resa possibile grazie alla collaborazione tra il Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), il Comitato Cilento per la Palestina e la Rete Interistituzionale della Memoria e del Territorio, che unisce scuole, Comune e associazioni in un’alleanza educativa fondata sulla dignità umana e la cui referente, Concetta Cantore, ha guidato gli interventi sottolineando come il senso della Memoria sia trasformare il “Mai più” in un principio universale, «Onorare la Memoria oggi significa riconoscere il dolore dell’altro, abbattere i confini invisibili e scegliere ogni giorno da che parte stare», e focalizzato l’attenzione sul valore psicologico del disegno come strumento di elaborazione del trauma nei bambini. Nell’occasione infatti è stata inaugurata la mostra “HeART of Gaza – L’arte dei bambini dal genocidio”, visitabile fino al 6 febbraio nell’Aula Magna della scuola (via dei Mille 2, dal lunedì al venerdì dalle ore 9:15 alle 13:15 e dalle 14:00 alle 16:00), dove i disegni dei bambini palestinesi si affiancano ai Diari della Memoria realizzati dagli alunni delle scuole di Acerra, creando un dialogo tra generazioni che riconosce la Memoria come bene comune. Un percorso che invita a ricordare e, soprattutto, a scegliere da che parte stare, perché ogni bambino merita un mondo libero dall’oppressione e dove poter crescere e splendere nella propria luce. La mattinata si è aperta con l’esibizione della Fenix Children Orchestra diretta dal M° Enzo Sirletti, affiancato dalle professoresse di musica Simona Piscino e Martina Riemma, che ha eseguito Fenix Love Song, simbolo di cooperazione e democrazia. Sono seguiti i saluti istituzionali della Dirigente Scolastica, Raffaela Fedele, e della Preside dell’Istituto capofila, Scuola Secondaria di Primo Grado Gaetano Caporale, con la referente Flavia Rapido, insieme agli interventi delle Assessore comunali Milena Petrella (Politiche scolastiche), Milena Tanzillo (Legalità) e Francesca La Montagna (Pari Opportunità).
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Mai più vuol dire mai più
MILANO, piazza Duomo – Nel pomeriggio, dalle 17.45 alle 19, al presidio silenzioso autoconvocato che da oltre sette mesi ogni giorno protesta contro il massacro del popolo palestinese i partecipanti hanno manifestato per affermare: “Mai più vuol dire mai più, in nessun luogo, per nessun@. Nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio, i nostri occhi saranno ancora rivolti a un altro genocidio che è ancora in corso. Ogni giorno. Ogni giorno ricordiamo, ogni giorno scegliamo da che parte stare” [ANBAMED].
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La lectio magistralis della… DIGOS
ROMA, Liceo “A. Righi” – La scuola che già si era resa protagonista di atti intimidatori nei confronti di un docente che ebbe l’ardire, nella propria ora di lezione (di storia), di introdurre termini quali genocidio, apartheid, sionismo, colonialismo di insediamento, ecc. per fare un excursus storico sulla Palestina e che ha chiuso le porte allo storico Ilan Pappé e ad altri relatori, dopo aver rimosso una bandiera palestinese e le foto di Gaza ha fatto intervenire 15 agenti della Digos, che circolavano tra i corridoi e hanno ripreso con telecamere e/o cellulari studenti e studentesse, per consentire a alla presidente della UCEI / Unione delle comunità ebraiche in Italia, Noemi Di Segni, di tenere una lectio magistralis insieme a funzionari del MIM, l’associazione sionista che non perde occasione per etichettare come antisemita qualsiasi critica antisionista o allo stadio di Israele. L’avviso sul registro che annunciava la conferenza era stato dato venerdì (ultimo giorno di scuola della settimana) e poteva essere letto solo dalle classi coinvolte. La stragrande maggioranza dei docenti non è stata invece informata. Una trentina di studenti e studentesse nella pausa della ricreazione ha chiesto di entrare in aula magna, ma anche se c’era abbondanza di posti a sedere è stato vietato loro l’ingresso: gli studenti e le studentesse hanno di conseguenza urlato degli slogan pro-Palestina mentre la Polizia li ha circondati immediatamente e ripresi con le proprie telecamere. [Giornata della Memoria sionista al Liceo “Righi” di Roma: testimonianze di studenti e studentesse / OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ].
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I cammini, ora paralleli, ora comuni
Alla presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia (UCEI), Noemi Di Segni, si è rivolto il pastore Daniele Garrone, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), con una lettera in cui ha richiamato “la necessità di avere consapevolezza critica della storia e di tener viva la memoria” e che ciò è “tanto più necessario in un tempo in cui, anche nel nostro Paese, cresce vistosamente il numero di episodi di antisemitismo, non solo verbale”. «La drammaticità della situazione ci impegna a vigilare perché questa recrudescenza dell’odio anti-ebraico non sia accolta con indifferenza, assuefazione, sottovalutazione, riserve (‘non sono antisemita, ma …’) o addirittura ‘compresa’, ma denunciata e combattuta. Il nostro impegno è anche motivato dalla consapevolezza del peso che ‘discorsi cristiani’ hanno avuto nell’insegnamento del disprezzo nei confronti degli ebrei”, ha scritto Garrone, che ha concluso la lettera ricordando il forte legame “che, qui in Italia, si è sviluppato nei cammini, ora paralleli, ora comuni, di ebrei e protestanti nella storia del nostro Paese, dai ghetti e dalle discriminazioni all’emancipazione, dalla Resistenza alla Repubblica con le sue libertà”.
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Parole che restano
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che considera la Giornata della Memoria un momento centrale del calendario civile italiano ed europeo, non soltanto come occasione di commemorazione, ma come spazio pubblico di riflessione critica sul rapporto tra storia, responsabilità e diritti, il 27 gennaio 2026 ha focalizzato l’attenzione sul modo in cui il passato viene conosciuto, narrato e trasmesso chiamando in causa la qualità della memoria collettiva e il ruolo educativo delle istituzioni scolastiche. Il presidente del CNDDU, Romano Pesavento, ha dichiarato:
Il tema La Memoria scritta della Shoah invita a riportare al centro dell’attenzione le fonti, i documenti, i diari, le testimonianze personali, la letteratura e la poesia come fondamento della conoscenza storica. La memoria non è un dato spontaneo né un semplice esercizio emotivo: essa si costruisce attraverso la scrittura, la conservazione delle tracce e il lavoro di studio che consente di sottrarre il passato alla semplificazione e alla rimozione. In questo senso, la dimensione documentaria rappresenta anche un presidio essenziale contro il negazionismo e contro le forme più sottili di distorsione della storia.
In Italia, la legge n. 211 del 2000 richiama la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, la deportazione e la morte di uomini e donne italiani, nonché il ricordo di quanti si opposero al progetto di annientamento. Resta tuttavia significativa l’assenza di un riferimento esplicito al fascismo e al ruolo svolto dallo Stato italiano nella costruzione e nell’attuazione delle politiche razziali. Questa lacuna segnala una difficoltà ancora aperta nell’assunzione piena delle responsabilità storiche e rende ancora più necessario un lavoro rigoroso sulle fonti, capace di restituire concretezza alle scelte politiche e amministrative che resero possibile la persecuzione.
La persecuzione antiebraica in Italia non fu un evento improvviso né unicamente l’effetto dell’occupazione tedesca dopo il 1943. Essa si sviluppò progressivamente all’interno di un preciso quadro istituzionale, attraverso decisioni legislative e pratiche amministrative che trovarono nel regime fascista il proprio riferimento. Le leggi razziali del 1938 tradussero l’antisemitismo in norma dello Stato, ridefinendo l’appartenenza alla comunità nazionale ed escludendo gli ebrei dalla vita civile, economica e sociale. Dopo l’8 settembre 1943, la collaborazione della Repubblica sociale italiana con le autorità naziste rese possibile l’arresto e la deportazione di migliaia di persone, con il coinvolgimento diretto di apparati e funzionari italiani. È proprio la memoria scritta a consentire oggi una ricostruzione puntuale di questi processi, sottraendoli all’astrazione e restituendo loro volti, nomi e responsabilità.
Nell’occasione il CNDDU ha promosso la campagna nazionale per le scuole Parole che restano, un percorso pensato per coinvolgere studenti e studentesse in un’esperienza attiva e partecipata di confronto con la memoria scritta della Shoah, valorizzando la lettura critica dei testi, l’analisi dei documenti e la riflessione sul linguaggio. Parole che restano nasce dall’idea che siano proprio le parole – quelle dei diari, delle lettere, delle leggi, delle testimonianze – a costruire il ponte tra il passato e il presente, rendendo visibili i processi attraverso cui i diritti possono essere progressivamente negati. La campagna mira a rafforzare il ruolo della scuola come luogo di costruzione della coscienza civile, superando una didattica puramente celebrativa e promuovendo percorsi capaci di integrare storia, educazione linguistica ed educazione ai diritti umani. Attraverso il lavoro sui testi, gli studenti sono chiamati a interrogarsi non solo su ciò che è accaduto, ma anche su come è stato raccontato, giustificato o contestato. In un tempo segnato dalla diffusione di linguaggi semplificati e polarizzanti, educare alla responsabilità delle parole significa anche fornire strumenti per riconoscere stereotipi, generalizzazioni e nuove forme di antisemitismo. Nel contesto internazionale del 2026, attraversato da guerre e crisi umanitarie, la Giornata della Memoria assume un valore particolarmente delicato. Il riconoscimento della sofferenza delle popolazioni civili richiede attenzione e sensibilità, ma anche rigore nell’uso del passato. La memoria della Shoah non può essere sovrapposta meccanicamente al presente né trasformata in uno strumento di contrapposizione politica. Preservarne la specificità storica è una condizione necessaria per mantenere aperto uno spazio di confronto pubblico responsabile e rispettoso.
Ricordare il 27 gennaio significa oggi tenere insieme memoria scritta, responsabilità storica e impegno educativo. Significa nominare senza ambiguità colpe e complicità, comprese quelle italiane, senza rimozioni né autoassoluzioni. Ma significa anche investire sulla scuola come luogo in cui il passato non viene evocato per chiudere il discorso sul presente, bensì per renderlo più consapevole, più critico e più attento alla tutela dei diritti e della dignità di ogni essere umano. È in questa tensione tra conoscenza storica e coscienza civile che la Giornata della Memoria può continuare a parlare alle nuove generazioni e interrogare il nostro tempo.
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“contro tutte le guerre, le uccisioni, le persecuzioni, le devastazioni”
Al Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera di Viterbo si è tenuto un incontro in ricordo delle vittime della Shoah. Nel corso dell’iniziativa sono stati letti e commentati alcuni breni dei testi di Primo Levi e di altre ed altri testimoni e studiosi della Shoah e il responsabile della storica struttura nonviolenta viterbese ha affermato:
Come a molti della mia generazione è capitato anche a me di conoscere alcuni sopravvissuti dei campi di sterminio, e alla loro scomparsa di provarne non solo un lutto immedicabile ma anche un sentimento di cui si è in imbarazzo a dire: il sentimento che con la morte dei testimoni della Shoah passasse a noi che li abbiamo ascoltati, che abbiamo parlato ed anche lottato con loro, che abbiamo letto ed amato le loro opere, il compito di farci messaggeri di quanto ci hanno raccontato, testimoniato, insegnato. Ecco, l’ho detto pur sapendo l’incolmabile sproporzione tra il racconto del testimone e il racconto di chi il testimone ha ascoltato e ci ha condiviso qualcosa o molte cose. Per questo per me il Giorno della memoria non è uno dei tanti riti civili cui si partecipa con maggiore o minor convinzione, e sempre con un’interiore amarezza nel percepire quanto di superficiale, stereotipato e fin consumista vi sia sovente nelle celebrazioni ufficiali; è anche questo, ma è anche molto di più, ed ancora una volta mi è difficile dire cosa. È il rinnovarsi di un dolore dalle molte sfaccettature: l’orrore per la Shoah, il dolore infinito per tutte le vittime, certamente; ma anche il ricordo di persone da cui ho molto imparato e che so che non vedrò mai più; e il timore che la loro scomparsa contribuisca a cancellare non solo la memoria di quanto accaduto, ma anche il loro insegnamento e il loro appello all’impegno intellettuale, morale e civile affinché l’orrore non torni a prevalere. In questi anni in cui la guerra è tornata a divampare finanche nel cuore d’Europa, in cui si sono dati pogrom e atti di genocidio, in cui il razzismo, il militarismo e il fascismo sono al potere in tanta parte del mondo, in cui uno stoltissimo e scelleratissimo riarmo ci avvicina ogni giorno di più al baratro della distruzione dell’umanità, in cui il trionfo di stupidità, avidità e violenza divora incessantemente quest’unico mondo vivente, ebbene, il Giorno della memoria è un appello alla lotta nonviolenta contro tutte le guerre, le uccisioni, le persecuzioni, le devastazioni; è un appello alla lotta nonviolenta in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani; è un appello alla lotta nonviolenta in difesa di quest’unico mondo vivente unica casa comune dell’umanità intera.
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La memoria ci conserva umani
Nell’editoriale intitolato pubblicato su In Terris, don Aldo Buonaiuto ha osservato:
“Quelli che non ricordano il passato sono condannati a riviverlo”, recita la frase incisa in trenta lingue sul monumento nel lager di Dachau. Non potrebbe esserci base più solida e imperitura per fondare l’impegno delle istituzioni e di ciascuno di noi affinché la consapevolezza di un abominio che non può essere dimenticato resti viva nella coscienza personale e collettiva. Solo così sapremo combattere i germi dell’antisemitismo e di ogni altra di forma di razzismo. Oggi più che mai, infatti, è soltanto la memoria a proteggere il nucleo di umanità che può impedirci di precipitare nuovamente nella barbarie.
“Nessuno andrà perduto – assicura Leone XIV – La preziosa fragile memoria umana restituisce dignità”. Da un trentennio l’Assemblea generale dell’ONU ha istituito una giornata internazionale per commemorare la Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebraico e di tutti i deportati nei campi nazisti. Secondo lo scrittore Primo Levi, sopravvissuto all’inferno di Auschwitz e autore del fondamentale libro-testimonianza Se questo è un uomo, comprendere è impossibile “ma conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate. Anche le nostre”. Ogni anno il 27 gennaio si commemora la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, paradigma di tutti i campi di sterminio della Germania e dell’Europa dell’Est. Una colossale macchina di morte consegnata e messa in funzione per distruggere definitivamente il popolo ebraico e cancellare ogni traccia della sua presenza nel mondo. Olocausto, deportazioni, discriminazioni sembrano pagine oscure di passato e invece ricordare serve ad affrontare con maggior consapevolezza il presente e a costruire un futuro di fraternità sulle orme dell’enciclica Fratelli tutti.
“La memoria è ciò che fa forte un popolo perché la fa sentire radicato in un cammino, in una storia – ha testimoniato e insegnato con il suo esempio papa Francesco – La memoria ci fa capire che non siamo soli”. Le Nazioni Unite richiamano l’urgenza di ricordare la profonda ferita inferta alla comunità ebraica e i pericoli che si nascondono. Il fenomeno del razzismo e dell’antisemitismo prolifera nella cultura del complottismo che riemerge con forza nei periodi di crisi. Tutti noi rechiamo ancora le cicatrici individuali e collettive che testimoniano drammaticamente quali sciagure sia capace di compiere l’uomo quando abbandona la strada della convivenza e della solidarietà.
“L’Europa della pace, della democrazia, della libertà, del rispetto delle identità culturali è stata la grande risposta agli orrori del Novecento. Una lezione terribile che richiama le nostre coscienze”, avverte il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. Solo ricordando il punto più basso e malvagie dell’inciviltà si può abbattere per sempre l’odio che è origine della crudeltà. La Shoah, infatti, rappresenta l’abisso più profondo e oscuro mai toccato nella storia. Una voragine di abiezione che non deve mai essere derubricata a pericolo scampato. Purtroppo nessun passato è troppo buio per tornare. Quindi quella odierna non è soltanto una ricorrenza in cui meditare sopra una delle più grandi tragedie dell’umanità ma un invito, costante e stringente, all’impegno e alla vigilanza.
Dal Pontefice e dal Capo dello Stato arriva l’esempio di come non possiamo limitarci a guardare una fotografia che sbiadisce con il trascorrere del tempo, ma c’è bisogno di favorire specialmente nelle nuove generazioni un sentimento civile, energico e impegnativo. Una passione autentica per tutto quello che concerne l’amicizia tra i popoli, il diritto, il dialogo, l’eguaglianza, la libertà, la democrazia. Man mano che viene meno la viva voce dei testimoni e di chi è stato direttamente coinvolto nei terrificanti avvenimenti di otto decenni fa è nostro dovere far riecheggiare il grido d’aiuto dei capri espiatori e delle vittime di qualunque sopraffazione. Rendere onore a milioni di esseri umani brutalmente uccisi senza alcuna pietà nella barbarie dell’Olocausto vuol dire accendere un faro su discriminazioni che passano inosservate nell’indifferenza.
La memoria ci conserva umani / IN TERRIS. LA VOCE DEGLI ULTIMI










