Dopo l’attacco militare criminale USA a Caracas, il sequestro illegale e assurdo del Presidente costituzionale e legittimo del Venezuela Nicolas Maduro Moros, in molti – tra la destra internazionale e il senso comune reazionario in Europa – hanno gioito per questi avvenimenti, assistendo inermi ai video trasmessi in tv e normalizzandoli come se fosse giusto e lecito che un Paese straniero si possa arrogare il diritto di invadere/attaccare un altro Paese per i suoi beceri interessi geopolitici ed economici, violandone la sovranità nazionale. Hanno gioito perchè Nicolás Maduro è “un narcotrafficante” e un “dittatore sanguinario” e l’attacco USA del 3 gennaio sarebbe uno “spiraglio di cambiamento positivo per il Venezuela”, un atto di “esportazione della democrazia”, o facilitazione alla “transizione democratica”. Questo è tutto ciò che la propaganda bellica nordamericana ha voluto far credere: tutti presupposti che la falsa narrazione USA ha voluto instillare nelle nostre menti, manipolandole.

Nulla di più distante e assurdo, si tratta di falsi sillogismi che mascherano ben altro. D’altronde è anche solo minimamente immaginabili che uno come Donald Trump – autoritario sovranista che del concetto di “democrazia” se ne fotte altamente – possa esportare democrazia nel mondo. Trump sta esportando, come tutti i suoi predecessori, guerra, imperialismo, morte e regime change in perfetto stile americano. Trump sta solamente rimettendo in atto la vecchia Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe (al potere tra il 1817 e il 1825), che rivendica l’influenza statunitense nella regione occidentale e soprattutto americana, quindi anche fuori anche dai confini Usa, parlando dell’America Latina come il proprio “cortile di casa”. Dottrina fortemente e giustamente osteggiata dai governi progressisti, dai movimenti sociali e dalle popolazioni della regione latinoamericana e messa in pratica dagli USA per tutto il Novecento (i “gorilla” del Piano Condor) fino ai giorni nostri nei tentati golpe fascisti, golpe blandi e “rivoluzioni colorate” in Venezuela, Cuba, Nicaragua, Honduras, Brasile, Messico, Panama, Paraguay e molti altri casi.

Qui ci si dimentica della storia del Venezuela, ci si dimentica che la vera transizione democratica in Venezuela è già avvenuta: si chiama Rivoluzione Bolivariana, l’inaugurazione di una democrazia socialista di base.

E’ dal 1830 che il Venezuela – dopo dieci lunghi anni di guerra per l’indipendenza dalla corona spagnola guidata dal grande Simón Bolívar – vedeva l’alternarsi di conservatori e di liberali federalisti si alternarono al potere con colpi di stato armati fino al 1908, quando Juan Vicente Gómez istaurò una dittatura che durò 27 anni. La stabilità politica e la scoperta di giacimenti petroliferi nel 1922 portarono investimenti esteri e ricchezza che però non raggiunsero le campagne, che rimasero in condizione di povertà assoluta. Alla sua morte, si succedettero presidenti conservatori e liberali fino al 1948, anno in cui una giunta militare filo-conservatrice prese il potere. Dal 1952, sotto la dittatura di Marcos Pérez Jiménez, venne fortemente incoraggiata l’immigrazione europea, soprattutto spagnola e italiana, l’economia è fiorente solo per pochi, le disuguaglianze aumentano e la società subisce una pesante repressione politica.

Il 1958 ha segnato la svolta politica del Venezuela, l’opposizione di sinistra alla dittatura con l’aiuto delle frange militari progressiste, organizzò una rivolta che costrinse Jimenez all’esilio e dopo un breve periodo di transizione si tennero le elezioni che vedono vincitore il leader socialdemocratico Rómulo Betancourt. Sempre nel 1958 si ha la firma del Patto di Punto Fijo tra due partiti politici – Acción Democratica (Azione Democratica) e COPEI (Cristiano-Democratici), segna l’inizio di quella che viene chiamata democrazia puntofijista, ovvero un bipartitismo centrodestra-centrosinistra che avrebbe dovuto consentire la stabilità democratica del Paese, ma che in realtà ha garantito politiche repressive e il servilismo agli USA.

In quel sistema, la partecipazione popolare era ridotta a un voto ogni quattro anni, e persino quel voto era manipolato da una macchina clientelare e mediatica che impediva qualsiasi alternativa reale. Non c’era spazio per il dissenso, per la pluralità sociale, per le culture subalterne. La democrazia era una facciata dietro cui si nascondeva un regime oligarchico, sostenuto da Washington e dagli interessi petroliferi internazionali. Il Patto di Punto Fijo non de facto era un “patto per la democrazia”, ma un patto contro la democrazia reale: un accordo tra élite per garantirsi la spartizione del potere, mentre il popolo – soprattutto i poveri, gli indigeni, i contadini, i lavoratori informali – restava fuori dal gioco.

Tra il 1968 e il 1978 il Venezuela vive un vero e proprio boom economico ed diventa il Paese più ricco dell’America Latina, ma la forte corruzione e le politiche clientelari comuni ai vari governi non permetterà un’equa distribuzione della ricchezza del Paese. Nel 1975, il governo di Carlos Andrés Perez opta per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, anche per sfruttare l’aumento dei prezzi del petrolio in seguito alla crisi del 1973, e il Paese si trasforma a tutti gli effetti in un petrostato.

Perez approfitta del boom economico per attuare un ambizioso e costoso programma di spesa sociale, senza pensare che la crescita economica dipendeva esclusivamente dalla domanda di un bene, il petrolio, che poteva crollare da un momento all’altro. Questo è proprio ciò che succede negli anni Ottanta quando, a causa della troppa offerta, il prezzo del petrolio crolla e così l’economia venezuelana dipendente al 96% dall’esportazione di greggio. Il Bolívar passa da essere una delle valute più stabili del mondo a subire una fortissima svalutazione che segna l’inizio di un decennio nero caratterizzato da successive svalutazioni e controlli monetari.

La crisi economica paralizza il paese e blocca lo stato sociale, causando proteste tra la popolazione. Nel 1989, per uscire dalla disastrosa situazione il Venezuela decide di accettare la proposta del Fondo Monetario Internazionale, attuare una profonda riforma fiscale in cambio di aiuti economici. La riforma imposta dal FMI, che prevedeva riduzioni tariffarie, aumenti delle tasse, tagli alla spesa pubblica, ignora i problemi alla base dei problemi economici venezuelani, la forte corruzione e il farraginoso clientelismo.

Come documenta José Sant Roz nel suo fondamentale ‘4-F: La rebelión del Sur’, il Venezuela pre-Chávez era un esempio perfetto di quella che Roberto Mangabeira Unger – filosofo e politico brasiliano – definirebbe una “democrazia truccata”: la democrazia puntofijista, che inaugura la Quarta Repubblica, è un sistema che, pur mantenendo le apparenze formali della democrazia (elezioni, divisione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario) introdotte con la Costituzione Venezuelana del 1961 –  funzionava in realtà come un meccanismo autoritario di esclusione sociale, concentrazione del potere, marginalizzazione, di sperimentazione di politiche neoliberiste di rapina e depredazione del territorio e della popolazione venezuelane, oltre che di dipendenza dagli Stati Uniti.

Fu in questo clima che il 27 e il 28 febbraio 1989, Caracas viene travolta da cittadini che protestano contro il pacchetto di aiuti del FMI. Le proteste diventano quella che passerà alla storia come la rivolta popolare del “Caracazo”, repressa violentemente dall’esercito, nei cui scontri muoiono quasi 400 persone. Nel Paese ha inizio un momento di caos e instabilità. Proprio in questo periodo nascono movimento popolari di opposizione, anche quelli interni all’esercito nella frangia dei militari progressisti. Tra questi diventerà famoso quello guidato dal tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frias, il Movimento Rivoluzionario Bolivariano-200 (MBR-200). A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni 90, una serie di grandi rivolte popolari, attuate tra gli altri da Chavez che viene imprigionato, punta a porre fine alla falsa democrazia basata su un bipolarismo stagnante senza successo.

Il governo di Perez sospende le libertà costituzionali ma, ormai delegittimato e corrotto, fallisce e decreta anche la fine del sistema politico che era stato inaugurato nel 1958 con il Patto di Punto Fijo. Nel 1994 Rafael Caldera, capo di una nuova coalizione, assunse la presidenza. Il suo governo non fu caratterizzato da grandi cambiamenti di rotta rispetto al passato, ma riabilitò politicamente Hugo Chavez. Nel frattempo, a più di un decennio dall’inizio della crisi economica il numero di venezuelani in stato di povertà era aumentato soprattutto nelle aree metropolitane.

Proprio rivolgendosi alle classi più svantaggiate, Chavez aumenta il suo consenso popolare. Dopo la sollevazione civico-militare del 4 febbraio 1992 e i successivi sviluppi degli anni a venire, con la vittoria alle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998 e il successivo insediamento alla presidenza del 2 febbraio 1999, si inaugura la lunga e importante vicenda politica, sociale e istituzionale, con Hugo Chávez, della trasformazione del Venezuela in senso rivoluzionario: la Quinta Repubblica con la Rivoluzione Bolivariana, oltre alla redazione della bellissima Costituzione Bolivariana del Venezuela del 2000 (tra le più innovative al mondo scritta in linguaggio di genere, riferendosi ai cittadini e alle cittadine).

Si trattava non solo di superare il sistema bloccato del “Patto di Punto Fijo”, che aveva caratterizzato la stagione storica e politica precedente, quella del Venezuela della Quarta Repubblica, ma anche e finalmente di dare una risposta ai problemi irrisolti del Paese e garantire partecipazione, inclusione e giustizia sociale per le masse popolari venezuelane. Di conseguenza, non si trattava solo di definire un nuovo modello di Costituzione e di Stato, nella forma di una Repubblica Bolivariana, all’insegna della parola d’ordine dell’istituzione di una Quinta Repubblica, ma anche di impostare una strategia per garantire i diritti economici e sociali della popolazione.

I tre elementi chiave del proceso bolivariano sarebbero dunque stati, e tuttora sono: la nazionalizzazione delle risorse fondamentali, a partire dal petrolio; il superamento della dipendenza economica del Venezuela dal petrolio; l’utilizzo delle risorse così liberate per finanziare e sostenere programmi di inclusione sociale; l’avvio di un nuovo modello politico fondato sulla cosiddetta, originale, «democrazia partecipativa e protagonistica». Tutti elementi portati avanti anche dal governo Maduro attraverso il Plan de la Patria 2019-2015 e il programma delle Sette Grandi Trasformazioni.

Questo è ciò che infastidisce di più gli USA (e soprattutto Trump) ed ecco perchè per loro è importante riprendere la Dottrina Monroe: far fuori il suo legittimo governo socialista, distruggere la democrazia socialista di base bolivariana e impossessarsi del Venezuela per rompere le relazioni che questo Paese caraibico ha creato in America Latina in nome del multipolarismo.

 

Fonti:

Aleida Guevara, Hugo Chavez, Chavez Il Venezuela e la nuova Amaerica Latina, Vallecchi, 2009, Firenze

Geraldina Colotti, Dopo Chavez Come nascono le bandiere, Jaca Book, 2019, Milano

Geraldina Colotti, Talpe a Caracas Cose viste in Venezuela, Jaca Book, 2012, Milano

Marinella Correggia, El Presidente De La Paz. Hugo Chavez. Resistenza all’imperialismo bellico, solidarietà internazionalista, cammino verso l’ecosocialismo, Sankara, 2015

Venezuela: le sette grandi trasformazioni