Il 25 marzo il National Labor Relations Board (NLRB), l’agenzia federale che vigila sui diritti sindacali negli Stati Uniti, ha annunciato che i 4.300 lavoratori dello stabilimento Volkswagen di Chattanooga nel Tennessee voteranno dal 17 al 19 aprile sulla presenza del sindacato in fabbrica. E’ il primo stabilimento auto del Sud degli Stati Uniti che potrebbe raggiungere l’obiettivo di avere un contratto collettivo di lavoro trattato col sindacato.

Dopo la chiusura, nell’autunno scorso, del rinnovo dei contratti di lavoro con le 3 grandi aziende dell’auto (General Motors, Stellantis e Ford), le cosiddette Big 3, il sindacato United Auto Workers (UAW) ha lanciato una campagna negli stabilimenti del sud degli Stati Uniti in 13 imprese auto, stabilimenti che rappresentano il 30% di quelli esistenti nell’intera nazione. L’UAW ha destinato per spese di proselitismo 40 milioni di dollari in due anni all’obiettivo di organizzare 150.000 lavoratori che finora non avevano mai aderito al sindacato.

Negli Stati meridionali, l’UAW ha già iscritti alla Ford e alla General Motors, ma non è mai riuscita a tesserare le imprese europee e asiatiche che si sono ivi stanziate, ricollocando gli stabilimenti dalla regione storica dell’auto attorno ai Grandi Laghi oppure costruendoli a nuovo. Lo hanno fatto per godere delle normative statali antisindacali, di manodopera con scarsa o nulla esperienza sindacale e dei salari più bassi che sono applicati.

In quella che viene definita la nuova “Cintura della Batteria”, dove si costruiranno molte delle nuove auto elettriche imposte dalle politiche federali, vigono un sistema salariale a due livelli (minore per i neo assunti), l’abuso dell’applicazione di lavoratori temporanei e un orario dilatato a dismisura. Tutti aspetti delle condizioni di lavoro che sono inferiori a quelli praticati nelle Big 3, soprattutto dopo il rinnovo dei loro contratti.

Il giornalista Harold Meyerson ha sottolineato che negli Stati Uniti le case automobilistiche straniere trattano la manodopera con modalità che non possono praticare nelle nazioni dove hanno le loro sedi principali. L’unica fabbrica statunitense della Volkswagen (VW), quella di Chattanooga, è infatti l’unica non sindacalizzata in tutto il mondo. Anche tutti gli stabilimenti Mercedes-Benz (M-B) nel mondo sono sindacalizzati, ad eccezione appunto dei due realizzati negli Stati Uniti. I lavoratori di quest’ultimo stabilimento hanno presentato molteplici denunce al NLRB a seguito di quelle che hanno definito azioni aggressive e illegali dell’azienda contro il tentativo in corso di sindacalizzazione.

Comunque, già all’inizio di febbraio, a tre mesi dall’inizio della campagna, la maggioranza dei 5.500 lavoratori della Volkswagen  si erano iscritti a UAW e nello stesso mese ciò è avvenuto anche nel più grande stabilimento negli USA di Mercedes, quello di Vance in Alabama.

Ai primi di marzo, anche i 1.000 operai dello stabilimento di motori della Toyota, la più grande casa automobilistica del mondo, a Troy, alla periferia di St. Louis nel Missouri, hanno raggiunto il primo passaggio per avere un sindacato in azienda, con un 30% di iscritti.

In un video diffuso da UAW, intitolato “We keep Toyota running”, gli operai intervistati, che lavorano fino a 12 ore al giorno a temperature estive che possono raggiungere i 38 gradi, descrivono il loro lavoro dichiarando: “La gente dice che i motori Toyota durano per sempre. Ciò è reso possibile dalle nostre mani, schiene, ginocchia. Dal nostro lavoro, cioè. Ne portiamo le prove ogni giorno: infortuni, interventi chirurgici, disabilità. Vogliamo il sindacato in azienda perché i nostri corpi possano durare quanto i motori Toyota”,

Ad oggi, più di 10.000 lavoratori delle 13 case automobilistiche non sindacalizzate negli USA hanno firmato la carta di adesione. Ciò non significa automaticamente che voteranno Sì al sindacato nelle elezioni che si terranno a seguire. Memore delle sconfitte nel voto già avvenute per due volte nel passato alla Volkswagen, la nuova direzione di UAW ha deciso di far gestire la campagna soprattutto dagli stessi lavoratori. Nelle precedenti occasioni, come tipicamente negli USA, e ben rappresentato nel famoso caso, sempre in Alabama, di un sindacato sconfitto da Amazon, la campagna era sostenuta soprattutto da funzionari sindacali.

Come già scritto su Pressenza, nella ricerca di una loro organizzazione collettiva i lavoratori si trovano negli USA di fronte ad un’attività di contrapposizione messa in pratica dalle dirigenze aziendali ed appaltata sovente ad agenzie specializzate. Un esempio sono le riunioni a presenza obbligatoria, in cui “specialisti in anti-sindacalismo” illustrano tutte le conseguenze del voto, tra cui la possibile chiusura dello stabilimento.

In Alabama, l’UAW si è vista pure “scomunicare” dalla governatrice dello Stato, che ha minacciato la perdita dei posti di lavoro, ottenuti con forti incentivi alle aziende e la promessa di una forza lavoro “docile”. Dello stesso tenore, l’intervento della Camera di Commercio locale che ha prefigurato il pericolo che l’Alabama, che ha attratto investimenti anche per controbilanciare la perdita di occupazione nel settore tessile, diventi un incubo sociale come Detroit (città centrata un tempo sull’auto e poi caduta in povertà per la chiusura delle fabbriche). Anche associazioni reazionarie dotate di grandi risorse spiegano ai quattro venti che l’attività del Sindacato “che viene dal nord” è una vera e propria iattura.

Per affrontare questo fronte compatto che difende un rapporto di lavoro a condizioni decise solo dalle aziende, l’UAW sta cercando di contrapporre la strategia “30-50-70”, con cui il sindacato annuncia la campagna in atto nello stabilimento solo al raggiungimento del 30% di adesioni (ricordiamo che la contrattazione negli USA avviene quasi sempre solo a livello di singola unità produttiva). Al successivo passo del 50% di iscritti, è prevista una manifestazione pubblica dei lavoratori, delle loro famiglie e delle associazioni che li appoggiano, a cui parteciperà il presidente dell’UAW Shawn Fain. Il diritto del lavoro federale richiede solo il 30% di sostegno per chiedere un’elezione sindacale, ma la storia insegna che durante il periodo pre-elettorale il padronato agisce con tutti i mezzi possibili per ottenere un NO al sindacato, alcuni dei quali anche dichiarati illegali dal NLRB. Per questo, l’UAW ha dichiarato che al raggiungimento del 70% di adesioni chiederà il riconoscimento volontario da parte della direzione (assai difficile che si verifichi, perché le aziende puntano a condizionare le elezioni).

Nel contempo la NLRB, l’agenzia federale che Trump intende fortemente depotenziare o cancellare dopo una sua eventuale vittoria alle presidenziale di novembre, ha deliberato che, nel caso emergesse durante il processo elettorale un’interferenza nei diritti dei lavoratori da parte della direzione di un’impresa, questa  sarà tenuta a contrattare subito con il sindacato. La NLRB però non ha un potere coercitivo per imporre questa prescrizione.

Alla Volkswagen, dove il sindacato era stato respinto nel 2014 e nel 2019, teoricamente il prossimo voto sarà il primo di una possibile serie, favorito dal fatto che l’azienda ha deciso di non interferire. Forsanche perché in Germania un rappresentante del Consiglio di fabbrica dei lavoratori è presente all’interno nel Consiglio di Sorveglianza che nomina il Consiglio d’Amministrazione dell’impresa, in rappresentanza dei 675.000 mila dipendenti a livello mondiale.

Il voto alla Volkswagen sarà comunque il termometro della possibilità di aprire una crepa nel fronte antisindacale eretto negli Stati del Sud degli USA, in cui è al potere il Partito Repubblicano. Come ha osservato D. Taylor, presidente della confederazione sindacale Unite Here “se cambi il Sud, cambi l’America”.

Forse per questo, il 15 marzo, la presidente della commissione della Camera per l’istruzione e la forza lavoro, la deputata repubblicana Virginia Foxx, ha inviato una lettera a 12 sindacati, i principali degli USA, prefigurandone, con una richiesta di pubblicizzazione delle loro spese, implicitamente frodi e corruzione. Si tratta di un chiaro tentativo di interferire, attraverso un attacco alla loro immagine pubblica, con la ripresa di una diffusa mobilitazione dei lavoratori statunitensi, organizzata soprattutto dai sindacati destinatari della missiva. In alcuni di loro la mobilitazione è stata però organizzata da nuove dirigenze, che hanno esautorato le vecchie gestioni, alcune delle quali protagoniste, esse sì, di episodi di conclamata corruzione (come nel caso dell’UAW).

L’adesione che si è manifestata nella firma delle deleghe sindacali è comunque un buon auspicio in vista dei due ulteriori ostacoli che i lavoratori dovranno affrontare: il voto SI’ o NO al sindacato nelle elezioni, quando saranno richieste e poi fissate dal NLRB e la trattativa per un contratto collettivo di lavoro.

Fonti principali:

L.F.Leon, Toyota workers at critical engine plant launch uaw union drive, Labor Notes, 6.3

A.N.Press, The UAW has set its sights on the anti-union south, Jacobin, 6.3

B.Bussel, UAW’s Southern strategy: UAW’s Southern strategy: Union revs up drive to get workers employed by foreign automakers to join its ranks, The Conversation, 8.3

https://uaw.org/southern-autoworkers-stand-up/