Khalida Jarrar, storica attivista dei diritti delle donne e dirigente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, è di nuovo in carcere. L’esercito israeliano ha sfondato la porta di casa sua a Ramallah, in Cisgiordania, alle 5 del mattino. Il suo arresto arbitrario è solo l’ultimo atto di una continua repressione delle voci nonviolente palestinesi che denunciano gli abusi dell’occupazione dei Territori palestinesi, oltre che l’odio che si sta consumando a Gaza con i bombardamenti indiscriminati sulla Striscia.

Khalida Jarrar, sessantenne ex deputata palestinese, non è la sola a essere stata arrestata. Secondo un comunicato del Fplp – il movimento marxista bollato come “terrorista” da Israele (e pure da Stati Uniti e Unione Europea) – “l’esercito ha effettuato un ampio numero di fermi tra i leader e i membri dell’organizzazione, arresti che non spezzeranno la volontà del nostro popolo”. Fermi di questo tipo sono d’altronde ormai all’ordine del giorno dall’assalto terroristico di Hamas costato la vita a 1.200 israeliani: almeno 4.700 le persone finite in carcere in Cisgiordania negli ultime due mesi e mezzo, secondo numeri forniti dal “Club dei Prigionieri”, associazione che difende i diritti dei detenuti palestinesi.

L’accusa scattata a carico di Khalida Jarrar è di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. Non è la prima volta che l’attivista finisce nel mirino delle autorità israeliane. Negli anni è stata arrestata più volte senza che le accuse fossero mai suffragate da prove. Per lei si sono animate numerose mobilitazioni promosse da associazioni per i diritti umani come Amnesty International, che hanno sempre sottolineato la mancanza di regolari processi in seguito a quei fermi.

Il più clamoroso è stato quello nel 2019: arrestata dopo la morte della 17enne israeliana Rina Shnerb in un attacco terroristico, è rimasta due anni in fermo preventivo. All’epoca Gideon Levy, giornalista del quotidiano israeliano Haaretz definì “grotteschi” i motivi della sua incarcerazione, scrivendo sul suo giornale: “La si accusa genericamente di opporsi all’occupazione, aver visitato un prigioniero liberato, aver chiesto la liberazione del leader del suo movimento, aver partecipato ad una fiera del libro concedendo interviste, aver partecipato a marce”.

Della sua esperienza in carcere – e di quella di altri detenuti – Jarrar ha ripetutamente scritto, descrivendolo come un “luogo di sofferenze quotidiane e lotte costanti contro i soprusi di guardie e amministrazione, dove sopravvivono persone reali, ciascuna con la propria storia”. Ha raccontato dei soprusi continui da parte della polizia e delle condizioni terribili in cui sono costrette a vivere le detenute, spesso trattenute, proprio come lei, senza processo. Già prima dell’attacco del 7 ottobre, dove Hamas ha brutalmente assassinato 1.200 persone, nelle carceri dello Stato ebraico erano reclusi 971 detenuti sottoposti a fermo amministrativo, un numero che segnava il triste record degli ultimi vent’anni (secondo dati riportati da Haaretz).

Khalida Jarrer ha sempre trovato il modo di reagire alle ristrettezze del carcere. Nel 2019 organizzò una scuola al suo interno dopo il rifiuto delle autorità di fornire insegnanti alle minorenni che volevano continuare a studiare: “La prigione insegna a risolvere le sfide quotidiane con mezzi semplici e creativi, dal cibo al rammendo di vecchi abiti, fino al trovare un sistema comune per sopravvivere tutte insieme».

Mentre era in carcere dal 2019, sua figlia Suha era morta d’infarto e le autorità israeliane non le avevano concesso di andare al suo funerale.

Dopo 2 anni di prigionia, solo quando era stata liberata la deputata palestinese aveva potuto recarsi a visitare la tomba della figlia, alla quale non aveva potuto dare il suo “bacio di addio” come aveva scritto in una lettera aperta dal carcere da cui le impedirono di uscire per sole poche ore.

 

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