Ma perché i palestinesi non se li prendono gli altri arabi, che a parole solidarizzano tanto con loro? Così la faremo finalmente finita con questa storia”. Sprezzanti le parole che vengono pronunciate sul finale da un partecipante alla presentazione del libro “Israeliani contro. La battaglia per i diritti umani dei palestinesi” ad Ascoli Piceno. Il libro raccoglie le analisi, i progetti e i timori del composito panorama di coloro che in Israele erano impegnati per una soluzione concordata del conflitto con i palestinesi (prima del 7 ottobre, almeno). Nell’auditorium “Emidio Neroni” ad ascoltare l’autore, il giornalista Pietro Frenquellucci, e Costantino Di Sante, storico dell’università del Molise, sono intervenuti in tanti. L’età media è piuttosto elevata, ma la partecipazione è molto viva e si vede dalle tante domande poste a conclusione dell’incontro, oltre che dal tono con cui vengono fatte; tanti, poi, non hanno mai smesso di commentare sottovoce per tutto il tempo. La questione israelo-palestinese accende le passioni anche in un freddo sabato pomeriggio nella provincia italiana.

Complementare è stato l’incontro al circolo Arci Caciara “Cosa succede a Gaza: la pulizia etnica della Palestina, dalla Nakba a oggi”, con Davide Falcioni, giornalista di Fanpage.it che racconta quotidianamente l’evoluzione della situazione a Gaza (e anche in Cisgiordania), ed Enrico Bartolomei, ricercatore e storico del Medio Oriente. Stessa città, uguale collocazione di sabato sera e stessa attenzione appassionata per un pubblico che, però, è di età media notevolmente più bassa. Grazie ai lavori del grande storico israeliano Ilan Pappé, ci si è concentrati nella ricostruzione del contesto storico, sociale e politico che ha portato alla risposta militare israeliana agli attacchi di Hamas del 7 ottobre, completando con aspetti – da sempre particolarmente controversi – che forse rimasti troppo in ombra nell’altro incontro.

Quale soluzione, oggi, alla questione israelo-palestinese?”. La differenza di fondo fra i due appuntamenti è emersa chiaramente nelle risposte a questa domanda, che il pubblico ha chiesto più e più volte ai relatori di chiarire. Per Frenquellucci e Di Sante la soluzione è quella che sentiamo ripetuta come un mantra in questi giorni, sostenuta dalle Nazioni Unite, dagli Stati Uniti e dal resto del mondo occidentale: due popoli e due Stati. La formula è stata alla base del “Piano di partizione” della Palestina mandataria britannica approvato nel 1947 dall’Onu e prevedeva la nascita di uno Stato ebraico accanto a uno arabo-palestinese, con uno statuto speciale per l’area di Gerusalemme. Viene poi ripresa negli storici Accordi di Oslo del 1993, sottoscritti da Israele e l’Olp di Yasser Arafat. Per Bartolomei invece, seguendo Pappé, si tratta di costruire un paese democratico e laico, in cui palestinesi e israeliani possano alla fine vivere insieme e i rifugiati tornare nelle loro terre d’origine. Una soluzione non semplice perché, da parte israeliana, prevede la fine del sionismo e delle istituzioni sioniste, la fine delle discriminazioni su base religiosa, etnica e di genere. Anche i movimenti nazionalisti palestinesi dovrebbero, però, rinunciare alle loro rivendicazioni. Potrebbe far ben sperare il fatto che la popolazione palestinese sia una delle più giovani del mondo, con la metà degli abitanti di età inferiore ai 18 anni.

Una divaricazione di prospettive prodotta da punti di partenza diversi. Nel primo incontro non viene minimamente presa in esame la nascita di Israele e, quindi, la questione del sionismo: il racconto delle ragioni dell’oggi viene fatto considerando lo Stato d’Israele come un dato. Il vero nemico del processo di pace si individua nell’estremismo di ambo i lati, messi sullo stesso piano: i palestinesi che non riconoscono il diritto a esistere dello Stato ebraico e gli israeliani che, per diritto biblico, si ritengono i padroni unici della regione. Al contrario, nel secondo incontro, ci si è focalizzati sull’operazione iniziata da Theodor Herzl (1860-1904), il leader laico fondatore del sionismo moderno che, spinto a cercare una soluzione all’antisemitismo per i continui sanguinosi pogrom contro le comunità nell’est europeo (e non solo), sostenne che gli ebrei non erano solo una religione ma un gruppo nazionale distinto in attesa di realizzare il suo destino. Contava di più liberare la terra degli antichi regni d’Israele, o salvare il popolo ebraico dalle persecuzioni nella diaspora realizzando il prima possibile un proprio Stato ovunque riuscisse possibile (in quelle fasi iniziali ci fu chi propose la creazione di un’enclave ebraica in Argentina o in Madagascar)?. Era possibile fondare insediamenti agricoli senza la benedizione dei rabbini? E che cosa farne della popolazione araba: integrarla, sovvenzionarla incentivandola ad andarsene, o espellerla con la forza, se necessario?

Il sionismo prese infine forma in Palestina – che venne preferita ad altri luoghi per il fatto di poter far leva sulla mitologia biblica – come miscela di ideologia nazionalista e di pratica colonialista. Un colonialismo che, però, se si fosse sviluppato qualche secolo prima (come nei casi australiano e statunitense), sarebbe riuscito a eliminare radicalmente la popolazione indigena. Il mondo, invece, aveva ormai rigettato il concetto di colonialismo e i palestinesi possedevano allora una loro forma di identità ben precisa.

In pochi mesi del 1948, con la proclamazione dello Stato d’Israele, i gruppi armati sionisti muovono un’offensiva ben pianificata per espellere la maggioritaria popolazione palestinese dalle proprie terre. Divenne il mito fondativo dell’identità palestinese, la Nakba (“catastrofe”), in cui metà della popolazione palestinese (circa 750mila uomini, donne e bambini) divenne profuga in campi allestiti nei paesi arabi vicini, perdendo ogni cosa, anche la propria memoria (un vero e proprio memoricidio). Centinaia di villaggi e interi quartieri urbani insieme con il tessuto sociale e politico, economico e culturale, furono demoliti e sulle loro rovine le forze di occupazione impiantarono nuovi insediamenti (magari facendo uso della versione israelitica del nome arabo) o costruirono parchi. La Nakba distrusse un Paese insieme alla vita e alle aspirazioni dei suoi abitanti: il ricco capitale umano che la società palestinese aveva sviluppato venne investito altrove. E la situazione si è protratta ancora, con l’occupazione, l’acquisizione illegale delle terre, l’evacuazione dei villaggi beduini, la costruzione di muri di separazione e isolamento, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, lo sgombero delle case a Gerusalemme e l’assedio di Gaza, una prigione a cielo aperto.

Ma Israele può, quindi, ritenersi una democrazia? Sì, ma una democrazia per ebrei: è una etnocrazia” sottolinea Bartolomei. Le autorità israeliane attuano un vero e proprio sistema di apartheid verso tutti i palestinesi sotto il loro controllo, che vivano in Israele, nei Territori palestinesi occupati o in altri Stati come rifugiati. La legge israeliana considera il popolo palestinese come un gruppo inferiore e separato. Un concetto esplicitato nel 2018 dalla legge costituzionale secondo la quale Israele è lo “Stato-nazione del popolo ebreo” e il diritto all’autodeterminazione è esclusiva del popolo ebraico. Non è riconosciuta nessun’altra identità nazionale, nonostante i palestinesi rappresentino il 21,1% della popolazione israeliana. La legge stabilisce una “nazionalità ebraica” superiore, con la pienezza dei diritti, e con uno status diverso da quello della cittadinanza dello Stato.

Anche Frenquellucci ha affrontato il tema dello Stato ebraico, definendolo una “democrazia a rischio” e concentrandosi poi sulle spaccature della società israeliana. Nello Stato ebraico, i padri fondatori (e in seguito la classe dirigente nella politica, nell’esercito e nell’amministrazione pubblica) furono tutti di estrazione laica e askhenazita, ovvero provenienti dalla Germania o da altri paesi dell’Europa e dal Nord America (“Askhenaziè” era dal Medioevo il nome in ebraico della Germania). I cosiddetti ebrei sefarditi, da secoli residenti nei territori del Levante, del Medio Oriente e del Nord Africa dopo l’espulsione dalla Spagna nel 1492, non parteciparono all’impresa sionista. Arrivarono in seguito, venendo considerati allora immigrati di minore dignità. Spesso di madrelingua araba, molto religiosi, finirono in basso nella scala sociale. Gli ultrareligiosi, di provenienza varia e anch’essi pochissimi al momento della nascita dello Stato, crebbero moltissimo in seguito. Oggi i sefarditi sono il 62% della popolazione, gli ultraortodossi il 13%, con tassi di fertilità quasi doppi rispetto agli altri (proiettati rispettivamente verso il 68% e il 29% entro il 2040). Da alcuni anni ormai la popolazione israeliana si definisce conservatrice per il 69%, con i sefarditi che si dichiarano religiosi all’80% contro il 29% degli askhenaziti. Niente poteva restare com’era prima.

È stata poi tratteggiata la figura di Bibi Netanyahu, ebreo quasi ateo di origini askhenazite, giunto tra i sefarditi e tra gli ultraortodossi per restare sulla scena politica e per schivare quella galera in cui potrebbero condurlo le numerose accuse di corruzione. Primo ministro attualmente per la sesta volta consecutiva, dopo esserlo stato per 12 anni di seguito, 15 in tutto se si considera anche il mandato fra 1996-1999. Trentasettesimo governo della storia di Israele, il suo il più a destra di sempre, il più estremista, con dentro a farla da padroni i partiti del sionismo religioso. Questo è il contesto infuocato in cui si inseriscono i fatti del 7 ottobre scorso.

E Hamas? Viene liquidato come la versione palestinese dei talebani, desiderosi di costruire uno Stato arabo basato sulla sharia. “Tutti i miei interlocutori in Israele facevano riferimento – ha ricordato Frenquellucci – a Fatah, il partito palestinese della Cisgiordania”. Per Bartolomei, dovrebbe essere inserito fra i numerosi movimenti di resistenza anticoloniale che usano anche metodologia terroristica. Una metodologia, peraltro, niente affatto estranea agli israeliani stessi agli albori di queste vicende. Hamas è innanzitutto movimento di liberazione e Pappé ne ricorda anche la legittimità perché ha vinto delle elezioni. Era un movimento pragmatico e prima delle elezioni del 2006 era disponibile a una tregua armata.

Rimangono, però, molto interessanti le voci raccolte da Frenquellucci. Gente comune, attivisti per i diritti umani, politici, militari, docenti universitari che raccontano le loro esperienze, le prospettive che intravedono per una soluzione del conflitto, le loro speranze, disillusioni e proposte. Così ci sono Ong che favoriscono l’incontro tra famiglie che hanno avuto vittime nel conflitto, oppure impegnate nella promozione dei diritti umani dei palestinesi sotto occupazione, o ancora attive nel promuovere la sensibilizzazione della società israeliana per la riapertura di un dialogo. A concludere il suo libro, cinque incontri-intervista tra cui quello con l’ex primo ministro Ehud Olmert (l’ultimo politico israeliano ad aver sottoposto ai palestinesi un accordo di pace), l’ex capo del Mossad Tamir Pardo e l’ex vice Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Yair Golan.

Un conflitto, quello israelo-palestinese, che appassiona, commuove, che provoca rabbia. Anche ad Ascoli Piceno, Marche. In un bisogno di comprensione e di scambio che travalica anche le posizioni precostituite. Dal basso. Dal gruppo di giovani impegnati del circolo Arci Caciara, con la libreria Prosperi, all’auditorio attempato riunito dalla libreria Rinascita nell’ex chiesa di S. Francesco di Paola oggi della Fondazione Carisap.

Giorgio Tabani