Nel pomeriggio (ora europea) di venerdì 23 settembre, il Sindacato metalmeccanico United Auto Workers (UAW) ha esteso il numero dei lavoratori statunitensi in sciopero per il rinnovo dei contratti delle tre grandi dell’auto (Ford, General Motors GM e Stellantis). Ai tre stabilimenti, uno per azienda, che sono in sciopero da venerdì 15 settembre con i loro 12.700 operai, si sono aggiunti, in 20 Stati della Federazione, 5.600 lavoratori di tutti i 38 centri di distribuzione dei ricambi di Chrysler (Stellantis) e GM.

Ma non di Ford, in relazione ai progressi compiuti con questa impresa nelle trattative in corso. Ford, che ha il minor numero di lavoratori temporanei, ha accettato di inquadrarli dopo 90 giorni di lavoro a tempo pieno. Il valore delle azioni Ford in borsa è aumentato del 2,7%, mentre siglava anche un accordo con il Sindacato dei metalmeccanici delle sue fabbriche canadesi, evitando così lo sciopero già programmato.

I centri di distribuzione che entrano in sciopero hanno la funzione di inviare i ricambi auto ai concessionari per le riparazioni e sono dunque nevralgici per il rapporto con la clientela. I prossimi obiettivi di un’ulteriore estensione dello sciopero potrebbero essere stabilimenti che montano pick-up ad alto margine di profitto per le tre imprese auto.

L’UAW ha invitato il presidente Biden, che non ha ancora ricevuto il tradizionale appoggio del Sindacato metalmeccanico alla ricandidatura per le presidenziali del 2024, a visitare un picchetto in corso assieme ad altri politici, amici e familiari.

Trump invece aveva già programmato un comizio a Detroit, in Michigan, lo Stato ancora centrale nella produzione automobilistica. Nel Partito Repubblicano si alternano posizioni apparentemente diverse, tutte però francamente antisindacali. L’ex governatrice del Sud Carolina, lo Stato meno sindacalizzato degli USA, che nel 2014 dichiarò di non volere i sindacati nel “suo” Stato perché “non vogliamo contaminare le acque”, ha sbeffeggiato gli operai che non accettano l’offerta di aumento salariale del 20% per i prossimi 4 anni. In un contesto in cui le “Tre Grandi” hanno realizzato negli ultimi dieci anni profitti per circa 250 miliardi di dollari, aumentato la retribuzione degli amministratori delegati del 40% e registrato ulteriori 21 miliardi di profitti nella prima metà di quest’anno, l’ex governatrice forse non conosce i dati e le conseguenze sulla vita delle persone della perdita dei salari in questi anni e quelli dell’inflazione odierna. Trump, negazionista climatico, non vuole le auto elettriche e, di conseguenza, è contrario al piano governativo di uscita dalle auto a benzina. Più articolato il discorso di J.D.Vance, autore del libro “Elegia Americana” sul declino dei territori storicamente basati sul carbone ed ora figura emergente della nuova destra. Lui cavalca il giustificato dissenso degli operai sulle modalità con cui l’amministrazione Biden ha promosso la transizione ai veicoli elettrici. Vance dimentica però che l’Inflation Reduction Act prevedeva un credito di 4.500 dollari per i veicoli elettrici costruiti con manodopera sindacale, ma è stato cassato, oltre che dal Partito Repubblicano, dal solito voto contrario del senatore del Partito Democratico Joe Manchin, finanziato dalle lobby del carbone. Da ciò nasce il prestito, invero masochistico, dell’amministrazione Biden di 9,2 miliardi a Ford, in prossimità del rinnovo del contratto auto, per la realizzazione di due stabilimenti di batterie nel Kentucky e nel Tennessee. Fabbriche che saranno escluse dal contratto nazionale Ford in corso di stìpula con l’UAW. Il governo ha cercato di tamponare l’ira sindacale per l’apertura di una grande breccia nei diritti collettivi, precisando che le fabbriche sindacalizzate avrebbero a disposizione 3 miliardi di dollari per richiedere ulteriori sovvenzioni e prestiti.

Il sindacato UAW ha criticato fortemente il fatto che la transizione necessaria all’auto elettrica non sia solo pro-ambiente, ma anche pro-sindacato. Il suo presidente Shawn Fain ha dichiarato anche: “Tutta la fibra del nostro sindacato è impegnata nella lotta contro la classe dei miliardari e un’economia che arricchisce persone come Donald Trump a spese dei lavoratori”.

Lo sciopero in corso è fortemente atipico per la tradizione degli USA: investe le tre aziende auto contemporaneamente; è progressivo, a scacchiera, senza preavviso; è tarato sull’andamento della trattativa con ogni impresa; colpisce inizialmente non solo stabilimenti di montaggio, ma anche  la fornitura di ricambi, tanto da influenzare in prospettiva la vendita di auto.

A ciò si aggiunga che negli stabilimenti, anche spontaneamente, si sta estendendo il rifiuto degli straordinari volontari soprattutto da parte di settori operai che avrebbero voluto subito uno sciopero generale, peraltro mai praticato, di tutti gli stabilimenti delle tre grandi dell’auto. Quelli che servono alle aziende per tamponare le carenze di personale. Tanto che molte fabbriche sono rimaste chiuse per l’intero ultimo fine settimana, che prima della vertenza era divenuto ormai orario consueto. Continuano pure appoggi delle comunità alla vertenza che rappresenta anche la difesa di una fondamentale risorsa occupazionale locale.

“Nella loro economia” ha detto il presidente di UAW Fain, nel comizio di Detroit del 15 settembre, “i lavoratori vivono di busta paga in busta paga mentre i miliardari acquistano un altro yacht, nella loro economia noi facciamo tutti i sacrifici e loro si prendono tutti i profitti, nella loro economia uno dei nostri lavoratori dovrebbe lavorare 400 anni per guadagnare quanto un amministratore delegato guadagna in un anno”

E le aziende cosa rispondono? Stellantis ha preannunciato la chiusura, la vendita, quanto meno l’accorpamento, di 18 stabilimenti e come le altre due grandi dell’auto, continua a destinare i recenti grandi profitti non a investimenti produttivi, ma alla distribuzione di milioni di dollari ai propri amministratori delegati. Ed anche all’acquisto di azioni proprie: Ford per un importo di 484 milioni di dollari solo lo scorso anno, GM 3,4 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi, Stellantis 1,6 miliardi di dollari da febbraio (un terzo della somma distribuito due giorni prima della scadenza dello contratto e l’inizio degli scioperi). L’UAW ha proposto, come parziale freno a questa pratica, di destinare ai lavoratori due dollari per ogni milione destinato dalle aziende in riacquisti di azioni proprie e dividendi straordinari, sostenendo che, se hanno soldi per la Borsa di Wall Street, dovrebbero averlo anche per i lavoratori che realizzano i loro profitti.

Un successo dello sciopero UAW, per la portata anche sociale, economica e politica che sta rappresentando, potrebbe incentivare l’adesione sindacale nelle aziende non sindacalizzate, come gli stabilimenti di marchi automobilistici europei negli USA e anche nella roccaforte antisindacale di auto elettriche Tesla, di proprietà di Musk. Potrebbe inoltre dare forza all’intero mondo del lavoro statunitense, che sta manifestando nell’ultimo biennio segni di diffuso attivismo.

Which side are you on?” (E tu, da che parte stai?), chiede una canzone del 1931 di Florence Reece, moglie di un leader sindacale dello sciopero dei minatori di Harlan County (Kentucky) represso dalla polizia e dalle milizie armate della compagnia mineraria. Fortunatamente con meno violenza di allora sullo sfondo (Ford non ha più la polizia di fabbrica che negli anni ’30 picchiava i sindacalisti), lo sciopero dei metalmeccanici statunitensi di oggi fa politica, quella vera sui bisogni della gente. E richiede di schierarsi. Risulta che il 75% degli statunitensi lo appoggi. La politica istituzionale lo appoggerà? E come?

FONTI PRINCIPALI:

N:Lanard, J.D. Vance Really Wants You to Believe He Supports Striking Autoworkers?, Mother Jones, 19.9

C.Isidore-V.Yurkevich, Autoworkers strike expands significantly against GM and Stellantis, CNN, 22.9

Bridge Michigan, aggiornamento giornaliero sullo sciopero UAW

https://www.facebook.com/uaw.union