Nei commenti dei media agli scioperi le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori sono quasi sempre in secondo piano e vengono invece enfatizzati i riflessi delle agitazioni sindacali sulle imprese e sull’economia (che viene spesso considerata in crisi se la distribuzione del reddito verso il basso aumenta, anche con i contratti). Così è anche per lo sciopero dei metalmeccanici statunitensi in corso per il rinnovo del contratto di lavoro delle tre grandi imprese (Ford, GM General Motors e Stellantis).

Ci sono giornalisti, che una fabbrica l’hanno vista solo su Google Maps dalla loro scrivania, che accomunano i metalmeccanici agli sceneggiatori in lotta da 5 mesi ad Hollywood, dipingendoli in sostanza come improbabili ostacoli all’inevitabile innovazione che prevede una drastica diminuzione dei lavoratori. Come con il passaggio alle auto elettriche che, chissà per quale ragione, non prevedrebbe stabilimenti con presenza sindacale, oppure con l’applicazione dell’intelligenza artificiale generativa, tutta ritorta contro la creatività umana.

In buona parte degli stabilimenti delle Big 3 si lavora 12 ore al dì, a causa degli straordinari obbligatori, spesso anche la terza domenica di ogni mese. L’attività è fatta in gran parte di movimenti ripetitivi scanditi al secondo e di pause così brevi che c’è appena il tempo di correre in bagno. Un lavoratore dello stabilimento di assemblaggio finale della Ford nella contea di Wayne del Michigan (lo Stato centrale dell’industria auto USA), intervistato su People’s World, riferisce che ha 55 secondi per eseguire due controlli ed installare quattro componenti fondamentali. E’ stato assunto con inquadramento nell’odiato secondo dei due livelli. Guadagna 16,25 dollari l’ora (poco più della paga nel settore dei fast food) e raggiungerà solo tra otto anni una retribuzione decente per il costo della vita statunitense. Lavora a fianco di un/a collega che fa lo stesso lavoro a retribuzione molto più elevata.

Un’operaia della fabbrica Jeep di Toledo (Ohio), intervistata dalla CNN, arriva in fabbrica alle 5.30 e ne esce alle 16, distrutta dal lavoro. Chiedendosi tutti i giorni come possa gestire la vita dei propri figli senza affidarli a pagamento alla tata di turno, cosa che le è possibile solo perché, avendo anni di anzianità lavorativa sulla schiena, guadagna 32 dollari all’ora. Un’altra operaia, in sciopero, che vive oggi con i 500 dollari settimanali versati da UAW coi fondi accumulati dalle quote sindacali, non sa se cercare un altro lavoro temporaneo o starsene a casa coi figli, risparmiando per la loro assistenza. Nel frattempo Carlo Tavares, amministratore delegato di Stellantis, si gode il suo introito nel 2022 di 25 milioni di dollari (che comprende i bonus che ha ottenuto, anche tenendo bassi, molto sotto l’inflazione, i salari dei suoi dipendenti).

Il Sindacato UAW, come già scritto su Pressenza, ha rivendicato nella piattaforma per il rinnovo del contratto non solo un consistente aumento di retribuzione, ma anche l’eliminazione del sistema a due livelli per i neo assunti che la precedente dirigenza sindacale aveva concesso (allora si disse temporaneamente) alle imprese auto sull’orlo della bancarotta. E ha chiesto, tra l’altro, una riduzione della settimana lavorativa a 32 ore pagate 40 e permessi retribuiti. Ciò per permettere una vita dedicata anche alla famiglia, al riposo e allo svago, oggi praticamente impossibile.

I lavoratori sopracitati avranno partecipato, con altri 3.000, alla manifestazione di venerdì scorso al centro di Detroit, la città dell’auto dove hanno le sedi generali due delle tre grandi aziende (Stellantis, che comprende Chriysler, Fiat e PSA, la sede ce l’ha nei Paesi Bassi per pagare meno imposte). Shawn Fain, presidente di UAW, ha dichiarato dal palco della manifestazione: “Siamo stati accusati di causare una guerra di classe, ma la guerra di classe è già stata fatta per 40 anni in questo Paese: la classe dei miliardari si è presa tutto e ha lasciato la classe lavoratrice a rosicchiare ogni mese la propria busta paga per cercare di sopravvivere. E’ ora di farla finita con questa guerra di classe e (rivolgendosi ai politici) è tempo di dire se si sta con i miliardari o con la classe lavoratrice”.

Alcuni dei “politici” erano presenti: la governatrice dello Stato del Michigan, Gretchen Whitmer del Partito Democratico e l’indipendente Bernie Sanders, che ha ricordato le condizioni di vita a cui “l’avidità delle corporation” ha ridotto la classe lavoratrice USA, il 60% della quale vive di busta paga in busta paga senza grandi risparmi per poter affrontare emergenze come quelle sanitarie. Anche Biden ha affermato che le tre grandi case automobilistiche “non hanno dato ai lavoratori una giusta quota dei grandi profitti che hanno realizzato”.

Il presidente si trova schiacciato tra le sue ripetute dichiarazioni di essere il presidente più filosindacale della storia (cosa che non gli ha impedito di chiudere con la sua autorità il previsto sciopero dei ferrovieri, imponendo loro un contratto da molti lavoratori giudicato insoddisfacente, anche perché prevede un solo giorno annuale di permesso retribuito per malattia) e il timore degli effetti che lo sciopero, se progressivamente ampliato a tutti gli stabilimenti auto, possa avere sull’economia (e sulla sua ricandidatura alla carica). Biden si trova strattonato dai poteri forti che, per voce dell’amministratore delegato della Camera di Commercio degli Stati Uniti. affermano che “lo sciopero della UAW e l'”estate degli scioperi” sono il risultato naturale dell’approccio dell’intero governo dell’amministrazione Biden nel promuovere la sindacalizzazione a tutti i costi”.

Biden subisce pure le critiche del pluri-incriminato Trump, che lo accusa di smantellare l’industria auto USA a causa dell’incentivata transizione all’auto elettrica sancita col recente Inflation Reduction Act. Il governo ha infatti recentemente annunciato un prestito di 9,2 miliardi di dollari alla Ford per la costruzione di enormi impianti di batterie per auto elettriche nel Kentucky e nel Tennessee. Il prestito non contiene però alcuna clausola che imponga a Ford e al suo partner della joint venture, la SK della Corea del Sud, di garantire la presenza sindacale. E’ dunque confermato che le Tre Grandi realizzeranno molti dei nuovi impianti per la produzione di batterie per veicoli elettrici nel Sud degli USA. Qui gli Stati prevedono leggi “per il lavoro” che consistono nell’assenza della contrattazione collettiva e, per attrarre capitali, pubblicizzano le condizioni di lavoro “ideali per le imprese”. Cioè l’assenza del sindacato.

Inoltre i veicoli elettrici richiedono molti meno lavoratori rispetto agli attuali. Le aziende potrebbero disfarsi dei lavoratori più anziani e impiegare i restanti con una retribuzione minore. Peggio ancora, assumerli tutti nuovi, appaltandone il contratto a nuove imprese dove non si applicano i contratti in essere.

Il rinnovo del contratto con le Tre Grandi si svolge come noto in un contesto di grandi profitti aziendali e altissimi proventi dei manager, bassi salari dei lavoratori, soprattutto di quelli neo assunti, alti carichi di lavoro e relativi infortuni, chiusura di stabilimenti storici e loro trasferimento nel sud degli USA o in Messico, incombere della transizione alle auto elettriche.

Lo sciopero, iniziato alla mezzanotte del 15 settembre, si svolge in maniera mirata. E’ iniziato in tre stabilimenti, uno di ciascuna impresa.  La sua modalità ha aspetti positivi: non prosciuga in tempi brevi la riserva di risorse del sindacato (che versa ai lavoratori in sciopero 500 dollari a settimana) e, a causa della sola ora di preavviso, rende difficile ai dirigenti di stabilimento di fare puntuali spostamenti di materiali di scorta tra i vari impianti per affrontare lo sciopero.

Ci sono però anche aspetti negativi. I lavoratori delle Tre Grandi non coinvolti (attualmente?) nello sciopero lavoreranno con il vecchio contratto scaduto, senza proroga. Sono stati rassicurati da UAW che non saranno soggetti a licenziamenti indiscriminati, ma alcune ore dopo l’inizio dello sciopero, Ford ha chiesto a 600 lavoratori che assemblano automobili in uno stabilimento nel Michigan di non presentarsi al lavoro quel giorno a causa dell’agitazione del connesso stabilimento di verniciatura. Anche GM ha dichiarato che prevede di licenziare 2.000 lavoratori nel suo stabilimento di assemblaggio di Fairfax in Kansas già all’inizio della prossima settimana a causa di un “effetto a catena” dello sciopero nello stabilimento di assemblaggio di Wentzville nel Missouri.

Il rischio è che UAW, pur non avendo indetto il suo sciopero parziale in impianti critici di motori e trasmissioni, che secondo gli analisti avrebbero rapidamente chiuso la maggior parte dell’industria automobilistica nordamericana, si trovi di fronte a massicci licenziamenti temporanei di lavoratori che le aziende giudicano inattivi a causa del blocco delle loro fasi di lavorazione. Lavoratori che potrebbero trovarsi senza indennità di sciopero e contemporaneamente, in molti Stati, senza sussidi di disoccupazione (la normativa nel Michigan, ad esempio, li esclude, ma i sussidi potrebbero essere concessi se dovuti a mancanza di lavoro per scioperi a monte della propria lavorazione).

Anche la possibilità dei lavoratori non chiamati allo sciopero mirato di attenersi strettamente al proprio lavoro, svolgendolo lentamente, è pericolosa ed è stata sconsigliata esplicitamente da UAW, così come rifiutarsi di fare gli straordinari obbligatori. Infine manca finora quello sciopero generale del settore automobilistico che, pur mai praticato, darebbe una sensazione di determinazione e di unità dei lavoratori.

Nel frattempo, molte auto che passano di fronte ai picchetti ai cancelli suonano il clacson per dimostrare l’adesione allo sciopero; da lunedì potrebbero aggiungersi allo sciopero UAW dei 12.700 lavoratori statunitensi i 5.000 iscritti al sindacato Unifor dei tre stabilimenti canadesi di Ford e alcuni metalmeccanici messicani hanno diramato un video di sostegno allo sciopero USA da parte del loro neonato sindacato.

Le trattative continuano (con la presenza di “osservatori” del governo) e UAW dichiara che si stanno facendo alcuni passi avanti con la Ford (impresa in cui lavoratori non scioperavano dal 1978). Invece, fors’anche infastidita dal video dell’8 agosto in cui Fain giudicava irricevibili le prime offerte dell’impresa e le gettava in diretta nel cestino della carta straccia, Stellantis si manifesta la più intransigente nel legare il rinnovo del contratto (alle sue condizioni) alla permanenza dei suoi impianti negli USA.

Nel rinnovo del contratto delle Tre Grandi dell’auto si intrecciano quindi un coacervo di questioni, non solo sindacali, a dimostrazione del peso che l’iniziativa dei lavoratori sta acquisendo in questi ultimi anni negli Stati Uniti.

FONTI PRINCIPALI:

M.Gruenberg, Auto companies finally talk but still try to shortchange workers, People’s world, 8.9

AA.VV., ‘No Justice, No Jeeps!’ Scenes from the Auto Workers Strike, Labor Notes, 15.9

J.Wojcik, Workers at Wentzville, Missouri GM plant explain why they strike, People’s World, 15.9

C.Isidore – V.Jurkevich, Autoworkers strike enters its fourth day. Now automakers face another walkout, CNN, 18.9

UAW strike 2023 update, Bridge Michigan, 18.9