In occasione dell’11 dicembre “Giornata internazionale della montagna”, abbiamo intervistato Eros Tetti, fondatore del movimento “Salviamo le Apuane” e coportavoce di Europa Verde Toscana.

Oggi è la giornata mondiale delle Montagne, perché sono tanto importanti?

Partiamo col dire che le montagne ospitano oltre la metà della biodiversità globale e che le montagne, a livello planetario, ripeto a livello planetario, forniscono quasi l’80% dell’acqua dolce potabile, quindi capisce che la nostra sopravvivenza su questo pianeta dipende intimamente anche da loro. Sono poi fondamentali per la regolazione del clima e delle precipitazioni, insomma dal punto di vista naturale, le terre alte, rivestono un ruolo primario.

Dal punto di vista umano sono luoghi che conservano ancora un’umanità spesso lontana dal consumismo che in molte parti del pianeta è minacciata dagli interventi pressanti delle città circostanti che spesso interpretano questi luoghi come “prodotto da sfruttare” e consumare sia per le risorse del sottosuolo, sia come luoghi di turismo di massa, sia per impianti energetici che serviranno ad alimentare uno stile di vita insostenibile.

Tornado a noi, in Italia, Marco Paolini nel suo spettacolo sul Vajont disse che “Siamo un popolo di montagna che si crede di pianura” mai frase fu più vera, l’Italia è paese montano costituito per il 35% da Montagne e per il 43% da collina e alta collina. Questo significa che noi non facciamo adeguata manutenzione del territorio, che vi interveniamo come se fossimo su una pianura non sismica, c’è una dissociazione da questo punto di vista, che ritengo legata al forte “colonialismo culturale” che si è fatto di queste aree prima e durante il boom economico cercando di cancellare le tracce di quelle culture che sapevano convivere con un territorio tanto complesso, cercando di farle scendere dai loro pendii per trasformarle in consumatori e operai di fabbrica. Il drammatico dissesto idrogeologico che abbiamo, ultimo esempio quello di Ischia, ne sono un chiaro esempio e davanti alla crisi climatica che ci presenta una nuova normalità fatta da eventi atmosferici importanti è fondamentale ripartire da quel bagaglio di conoscenze, smettendo di far finta di essere un popolo di pianura.

Come nasce il movimento Salviamo le Apuane e di cosa si occupa?  

“Salviamo le Apuane” nasce nel 2009 da un gruppo Facebook fondato da me, dove inizialmente si avanzava la proposta di una riconversione economica delle Alpi Apuane devastate dalla monocoltura del marmo e del carbonato di calcio. Un’ intera catena di montagne sotto attacco, annoverata dal documentario Antropocene tra i 43 peggiori disastri che hanno cambiato la faccia al pianeta. L’ economia di cava, anche se sulle Apuane sarebbe meglio parlare di economia di bacino minerario a cielo aperto, che sta divorando giorno dopo giorno le nostre montagne, devastando le nostre falde acquifere, compromettendo per sempre la nostra permanenza su questi territori. A fronte di una scarsissima occupazione anche perché oggi le cave sono fortemente meccanizzate in pochi decenni infatti siamo passati da oltre 14000 addetti alle poche centinaia attuali e questa pesante industrializzazione del parco delle Alpi Apuane non consente nemmeno uno sviluppo alternativo nonostante si sia davanti a delle montagne bellissime a ridosso del Mediterraneo inserite dall’ Unesco, per la loro unicità geologica, tra i geoparchi mondiali della loro rete. “Salviamo le Apuane” punta a costruire coscienza da questo punto di vista, siamo un movimento che avanza una proposta di sviluppo economico alternativo che creerebbe migliaia di posti di lavoro, una proposta costruita sui territori coi territori con la partecipazione di professionisti, professori universitari e università. Insomma fino a che non esisteva questa proposta alternativa era molto più facile per l’industria del marmo nascondersi dietro all’occupazione, dietro al solito conflitto occupazione – ambiente, usato spesso come capro espiatorio, qui oggi è chiaro che la politica sceglie di appoggiare il profitto di pochi, creando un danno all’ambiente e alla casa comune, per continuare a far arricchire le solite famiglie, il Re oggi è nudo.

Quanto è importante proteggere le montagne rivalutandole come patrimonio naturale, anche dal punto di vista turistico, al posto di ragionare solo dal punto di vista del profitto distruggendole per le loro risorse?

L’importanza di rivalutare dal punto di vista turistico, agricolo e artigianale è sotto gli occhi di tutti ormai. Alla nostra rete aderiscono decine e decine tra aziende agricole, allevatori, artigiani, guide ambientali, guide alpine, bed and breakfast, rifugi, ostelli, hotel, bar, ristoranti, mi fermo perchè la lista è lunghissima, che sicuramente avrebbero un grande beneficio se si liberasse il Parco delle Alpi Apuane dalla distruzione delle cave che ricordiamo producono pochi posti di lavoro che per di più sono al primo posto tra i lavori usuranti in italia, un mestiere pericolosissimo che crea tantissimi infortuni anche mortali. I nostri giovani non vogliono fare questo lavoro e così le menti migliori sono costrette ad andarsene creando un altro devastante danno che riguarda questo tutte le montagne ovvero l’abbandono.

Cosa dovrebbe fare la politica per rilanciare un’economia diversa in grado di rispettare l’ambiente e di salvaguardare il territorio delle Alpi Apuane?


Ma qui avevamo già tracciato una strada importante, soprattutto quando c’era l’assessore Marson in regione Toscana che aveva accolto nel suo piano paesaggistico la nostra proposta ovvero “chiusura progressiva delle cave a fronte di un piano di riconversione ecologica ed economica del territorio”. Questo significa andare a costruire un’economia sana, durevole, ecologicamente sostenibile e man mano che si producono posti di lavoro chiudere le cave in modo che nessuno perda il suo posto di lavoro. Penso che questo modello non vada bene solo per le Alpi Apuane ma per tutti i territori dove la politica abbassa le braccia nascondendosi, come dicevamo prima, dietro al conflitto ambiente lavoro. La sfida della politica oggi è questa, serve una “Grande Opera Italia”, come la chiamo io, che vada a riconvertire ecologicamente ed economicamente i territori in un grande percorso partecipato. Un’opera che metta in sicurezza il Paese e lo prepari alla crisi climatica in atto, che è già qui tra noi, dove la montagna come indica anche Luca Mercalli avrà un ruolo primario.