Nella giornata mondiale del rifugiato pubblichiamo il racconto di Licia Tumminello (selezionato da Historica Edizioni ed inserito nell’antologia: racconti lombardi 2022) scritto in ricordo di Aylan, il piccolo siriano trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum nel 2015 «diventato simbolo di tutti i piccoli innocenti vittime dei naufragi, anche se ormai sembrerebbe dimenticato»

 

Era una mattina di settembre. Non ricordo molto di quel giorno. Mi ero alzata, certo, ma ancora adesso non so se avessi detto le preghiere, e baciato mio marito. Non mi sovviene il gesto col quale ho svegliato i bambini, acceso il fuoco, riscaldato il latte e sminuzzato il pane.

Ricordo solo che quella mattina mio marito, preso dallo zaino un pacchetto morbido, lo ha disfatto e mi ha detto: «Ho comprato due magliette nuove per i nostri figli». Mi ha sorriso. Dopo un attimo d’incertezza ha posato sul tavolo – tra le ciotole del latte ormai vuote e le briciole di pane – una busta stropicciata e l’ha allungata verso di me, sussurrando: «Anche questi».

L’ho aperta. L’ho guardato. Col dito si strofinava la punta del naso.

«Dobbiamo partire», mi ha detto.

Abbandonare il paese e il quartiere, la casa e i parenti, voleva dire arrendersi. Significava lasciare che gli altri – le altre – continuassero a rifugiarsi negli scantinati, a eludere il mirino dei cecchini; significava vedere mariti, fratelli e figli diventare martiri; significava voltare loro le spalle, lasciarli al loro destino, estirpare le radici da questa terra per piantarle in chissà quale altra, straniera. Ammettere di non avere più speranza in patria.

Come fosse iniziato l’incubo non lo so, non me ne ero resa conto, ma quando arrestarono mio padre e bombardarono la fabbrica, quando gli uomini di famiglia imbracciarono i fucili, capii che dovevo reagire.

Cosa potevo fare io, madre di due bambini? Ero solo una sarta.

Asia mi ha aiutato a capire. Ho portato via quanta più stoffa potevo e iniziato a cucire, a casa. Facevo vestiti, ma anche volantini; consegnavo messaggi, a volte viveri, se ne avanzavano, e qualche parola di conforto. “Ogni briciola di pane è sostento” mi diceva Asia, e ritirava i volantini – che avevo trascorso la notte intera a scriverli – e le fasce per i feriti o per l’ultimo nato, o la coperta appena rammendata. Era uno scopo: pensare agli altri mi distraeva dall’orrore, mi dava la forza per sopravvivere.

«La storia non la scriviamo noi» mi diceva mio marito, quando gli sembravo troppo coinvolta.

Asia: le sue visite con la scusa di controllare le febbri di Galip o la gola di Aylan, in realtà per aggiornarmi sugli sviluppi della lotta. E Fatima, con i suoi hijab colorati, che incontra le famiglie degli sfollati, porta notizie di parenti e amici e ha parole d’incoraggiamento per tutti. E Noura, che divide fogli bianchi e matite colorate per la felicità dei bambini, inventa favole per i più piccini e ascolta i racconti tragici delle loro mamme. Le avrei riviste? Chissà. Ma questa è una domanda che noi donne ci facciamo ogni volta che ci salutiamo.

«Come hai potuto?» ho detto a mio marito.

Tutto, dobbiamo dirci tutto, siamo una famiglia. Me lo ripeteva spesso, ma cosa avrei potuto nascondergli, io, sempre sincera? Sin dal giorno del nostro fidanzamento gli ho raccontato le mie giornate in sartoria. Gli ho parlato di Asia e della sua proposta, della mia paura, della decisione. Mi aveva messo in guardia. «È una cosa pericolosa», ma non mi aveva impedito. Del resto, era pericoloso anche aspettare che scendesse la sera o spuntasse un nuovo mattino. Ogni notte mi vedeva copiare, ogni giorno gli riferivo degli incontri con le altre e lui, in silenzio, ascoltava dicendomi soltanto «sta’ attenta». Non gli ho mai nascosto nulla. Invece lui ha taciuto, ha deciso per sé, per me, per i nostri figli. Ha trascorso la notte accanto a me sapendo di avere nello zaino due magliette nuove e quattro biglietti.

«Come hai potuto».

«Ne abbiamo parlato tante volte, di andare via. Che facciamo, qui? Non è più vita. Non c’è futuro, solo un giorno dopo l’altro, se Allah ce lo concede».

Con quei biglietti per Bodrum l’indomani avremmo raggiunto la prima tappa, e da lì, in barca sino a Kos. Pochi chilometri di mare per giungere in Grecia, in Europa.

Trattenendo il pianto, ho cucito la tasca interna della giacca di Abdul. La moglie nulla può contro le decisioni del marito. Andare via senza dirlo a nessuno, senza salutare. Abbandonare la casa, il paese, la famiglia, le compagne. Andare via come ladri.

Va bene così, gli addii non mi sono mai piaciuti e, in questo tempo, portano male.

Le magliette sono rosse. Ho guardato i miei figli mentre cercavano di indossarla. Galip se l’è lisciata sul petto, gonfio di soddisfazione; Aylan ha continuato a rigirarla tra le mani. L’ho preso in braccio, seduto sul tavolo e aiutato.

Era euforico per il viaggio. Suo fratello voleva spaventarlo dicendogli che le balene l’avrebbero mangiato in un sol boccone, ma Aylan non gli ha creduto; il papà lo aveva rassicurato: le balene sono solo negli oceani. Noi avremmo attraversato un mare molto più piccolo.

«Su una nave?».

«Sì. Raggiungeremo una terra antica come la nostra, forse di più, e da lì poi andremo dagli zii, che ci aspettano».

Il cielo è nero, il mare è nero; spira un leggero vento da ovest. Non c’è la luna, ancora, e le stelle vanno e vengono tra le nuvole. La spiaggia è un brulicare di ombre; la luce delle torce sembra fendere il grumo d’inchiostro che ci circonda. Sulla sabbia fredda, aspettiamo il nostro turno.

Nel silenzio, solo la voce di due turchi: urlano di abbandonare i bagagli pesanti, contano i soldi e spingono a bordo. Ecco, tocca a noi. Ci avviciniamo. I piedi affondano su una massa umida che emana un odore pungente. Pizzica il naso; sono le alghe, dicono. Le porta il mare. Un braccio mi afferra per la spalla, mi stringo ad Abdul che tiene per mano Galip, inciampo, mi risollevo, l’acqua mi arriva alle ginocchia, tengo il piccolo Aylan più in alto che posso, non voglio che si bagni. Saliamo a bordo. E’ un barchino, non una nave, ma Aylan non ha mai visto neanche il mare e non può saperlo. A ogni persona che si aggiunge, il legno traballa.

I figli, seduti tra me e mio marito, si guardano attorno curiosi. Ci dicono di stringerci: c’è ancora gente, tanta, sulla spiaggia. Li prendo entrambi sulle ginocchia. I nostri risparmi li tiene Abdul, nella tasca cucita della giacca. La borsa la tengo io, stretta a me. Controllo col tatto il contenuto: tre pani, i documenti, una foto del matrimonio dove ci siamo tutti, anche le mie sorelle; la spazzola, l’indirizzo degli zii a Vancouver, il cellulare, le medicine di Galip, due bottiglie di latte. C’è tutto, tutto quello che ci serve. Non so quante volte ho controllato. Ci basterà per ricominciare? Non è stato difficile abbandonare il superfluo. Era già poco. La capra, sì, quella ci mancherà.

Mi tengo stretta la borsa, addosso, come i miei figli.

Continua a salire gente, lo spazio si riduce. Il piccolo Aylan si succhia il pollice; lo copro col mio scialle, già chiude gli occhi dal sonno. Galip continua a chiedere quando arriviamo in Europa – l’Europa! – ma non ci siamo ancora mossi.

«Vedrai, ci aiuteranno. Lì c’è il Papa, che aiuta tutti i figli di dio. E noi siamo figli sfortunati. Ci devono aiutare di più». Con queste parole Abdul ha consolato il mio pianto l’ultima notte, nel nostro letto.

Mi sento sola. Mi sento una traditrice. Ma ha ragione Abdul: un futuro per i figli è la cosa importante. Guardo Aylan che dorme. Ha solo tre anni: l’ho concepito in tempo di guerra e questo non deve essere una condanna. I miei figli hanno il diritto di vivere la loro età e quelle a venire. Di vedere una parte migliore del mondo. E dimenticare l’inferno. Solo per questo ho accettato, anche se il mare mi fa paura e abbandonare le compagne e la famiglia – che mi ha generato e cresciuto – mi dà vergogna.

Aumenta il vento e spazza le nubi. Adesso uno spicchio di luna crea un alone di luce e il cielo non è mai stato così profondo. Sembra tutt’uno con questa distesa scura che si arriccia e si trasforma in spuma, lungo la battigia e intorno a noi.

Abbiamo lasciato la spiaggia e preso il largo.

Nessuno osa fiatare; spezza il silenzio il tossire del motore.

I turchi sono rimasti a riva e adesso siamo soli, stretti uno contro l’altro: una macchia scura, indistinguibile, circondata di acqua nera senza fine; un nulla, in mezzo alla vastità del mare che, da quando ci siamo allontanati dalla costa, sembra essersi svegliato. Si nutre di vento, schiaffeggia la barca, scaglia su di noi la sua furia. Si gonfia, s’ingrossa, si svuota: è un corpo denso, immenso. La paura è nei nostri sguardi increduli. Non per l’incognito futuro, ma per questo presente buio.

Siamo in equilibrio sul petto di un gigante che respira.

Non ci sono luci all’orizzonte; stringo la mano di Abdul. Siamo in balia della sorte – vorrei dirgli – non diversamente da quando gli aerei giravano sulle nostre teste. Non più gli uomini ma gli elementi, a farci paura, e sempre Allah a decidere il nostro destino. Ma non dico nulla: lui ha gli occhi sbarrati in cerca della riva opposta, che hanno detto essere vicina. Qualcuno accende una torcia; una mamma allatta per spegnere un pianto.

Sulle labbra, sulla pelle, il mare e le lacrime hanno lo stesso sapore.

Onde ostinate s’infrangono contro lo scafo, s’impennano, si sfaldano e piovono su di noi, dolorose come frustate. C’è chi si scansa, qualcuno spinge, si sposta, qualcun altro grida di non muoversi. La barca si piega su un fianco, poi sull’altro. Il terrore in un attimo si fa strada, cresce, aumenta. Un tonfo, poi un altro. Le urla. Si spegne il motore, si allungano tante braccia. Il buio e l’acqua inghiottono, in un attimo si scompare. Sento forte la presa di Abdul. Aylan si avvinghia a me. La borsa è caduta, calpestata. Persa. Dov’è Galip? Uno spruzzo m’investe, qualcosa mi strappa e mi risucchia. «Tienimi, Abdul, non mi lasciare».

Scivolo; il gigante mi divora e divento leggera. Aylan lo stringo al mio petto, non lo abbandono.

Non pesa e dorme sereno.