Luci e ombre hanno contraddistinto lo svolgimento della Conferenza dei Ministri della Cultura del Mediterraneo che si è svolta a Napoli il 16 e 17 giugno scorsi, alla presenza di circa sessanta delegazioni. Queste hanno preso parte ai lavori della conferenza in formato ibrido, in rappresentanza dei Paesi della regione euro-mediterranea e di una serie di organizzazioni internazionali e non governative impegnate sui temi della tutela dei beni e del patrimonio culturale e delle politiche culturali con specifico riferimento al bacino europeo e mediterraneo.

Una conferenza tra polemiche e proteste

Convocata, come recita il programma, allo scopo di «sviluppare strategie e azioni congiunte per tutelare e valorizzare la cultura quale bene comune della regione euro-mediterranea e di lanciare una «Iniziativa di Napoli» per la cooperazione culturale nella regione del Mediterraneo», la conferenza ha trattato, tra le altre, le questioni della tutela e della promozione del patrimonio culturale, nonché della protezione del patrimonio in relazione alle crisi internazionali e al traffico illecito di beni culturali; del contributo del settore culturale e creativo, in generale, ai processi di sviluppo economico e di lotta al cambiamento climatico; del ruolo della cultura nello sviluppo sostenibile e nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Com’è noto, l’Agenda si fonda su cinque pilastri e diciassette obiettivi. I pilastri corrispondono alle cinque P: Persone (eliminare fame e povertà, garantire dignità e uguaglianza); Prosperità (garantire vite prospere e piene in armonia con la natura); Pace (promuovere società pacifiche, giuste e inclusive); Partnership (implementare l’Agenda attraverso solidi partenariati); Pianeta (proteggere le risorse naturali e il clima del pianeta per le generazioni presenti e future). Tra i diciassette obiettivi, il tema della cultura, pur intercettando trasversalmente diversi ambiti, rientra specificamente nell’obiettivo 11 delle Città e Comunità sostenibili: «rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili», prevedendo, in particolare, la misura 11.4, vale a dire «rafforzare gli impegni per proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale e naturale del mondo».

Luci e ombre, si diceva, hanno tuttavia attraversato lo svolgimento della manifestazione, da più parti criticata sia per l’enfasi che ha accompagnato la rassegna, giudicata talvolta una sorta di passerella propagandistica, sia per l’imponente dispositivo di sicurezza e di polizia che ha fatto da contorno ai lavori del vertice. E, ancora di più, per la cornice strategica nella quale la manifestazione è stata inscritta: come hanno denunciato, infatti, numerose forze sociali e culturali della città di Napoli, «assistiamo, giorno dopo giorno, a scelte calate dall’alto dal Ministro Franceschini, che vuole lo spostamento della Biblioteca Nazionale, o l’Alta Velocità a Pompei per alzare ancora di più i folli numeri delle presenze nel sito. Nel frattempo, il Sindaco Manfredi crea, senza confronto, inutili Fondazioni per gestire il patrimonio pubblico.

Scenderemo in piazza per dire no alla privatizzazione del patrimonio pubblico napoletano, per ribadire il dissenso verso una falsa partecipazione alle politiche culturali cittadine, per chiedere investimenti strutturali nella cultura e per scongiurare il declassamento di fatto della Biblioteca Nazionale». Dopo le due biblioteche nazionali centrali di Roma e Firenze, questa è la maggiore biblioteca italiana, con un patrimonio di circa 19.000 manoscritti, 4.563 incunaboli, 1.792 papiri ercolanesi, circa 1.800.000 di volumi a stampa e oltre 8.300 testate di periodici.

Un documento tra luci e ombre

Segnali diversi e talvolta contraddittori sono contenuti nel documento conclusivo del vertice, vale a dire la “Dichiarazione di Napoli”, dichiarazione finale della Conferenza dei Ministri della Cultura della regione euro-mediterranea, un corposo documento programmatico che vale la pena di leggere più da vicino. Essa riconosce, dopo un lungo elenco di documenti e risoluzioni di riferimento, alcuni principi-chiave del settore delle politiche culturali e della cooperazione culturale, tra cui, in particolare: il riconoscimento dello spazio culturale condiviso come «bene comune e risorsa preziosa per lo sviluppo sostenibile delle persone e delle comunità»; cultura e creatività come «fattori-chiave e facilitatori per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile» delle Nazioni Unite; il contributo della cultura «a specifiche risposte mediterranee, svolgendo un ruolo nella pace, nella sicurezza e nella stabilità, nell’azione per il clima, nella transizione digitale e verde e nei processi di sviluppo sostenibile»; e non meno importante, «la protezione e la valorizzazione dell’inestimabile cultura e patrimonio culturale, materiale e immateriale, della regione euro-mediterranea da catastrofi, conflitti, crisi e cambiamenti climatici».

Il documento si propone di declinare tali principi-chiave in canali di azione effettiva nel contesto delle politiche del partenariato europeo-mediterraneo e in particolare nella cooperazione in ambito culturale tra attori della sponda Nord e della sponda Sud del Mediterraneo. Ad esempio, nell’ambito dell’asse A, che definisce la «Cultura come risorsa fondamentale per la pace e la sicurezza», viene indicata la proposta di istituire dei meccanismi di risposta congiunti e un quadro di azioni coordinate, a livello regionale, per la salvaguardia del patrimonio culturale in scenari di catastrofi e crisi. In particolare, come recita il documento (p. 5), «l’approccio strategico dovrebbe basarsi sul ruolo centrale della dimensione civile delle missioni e operazioni PSDC (politica di sicurezza e difesa comune) nella protezione del patrimonio culturale, materiale e immateriale, in caso di conflitti e di crisi».

Nel contesto dell’asse B, che pone in evidenza «Cultura e patrimonio culturale come motore e fattore abilitante per lo sviluppo sostenibile e la transizione verde», è possibile segnalare elementi di maggiore criticità e problematicità, non solo nel senso di “piegare” il patrimonio culturale e le risorse culturali al disegno strategico europeo della cosiddetta transizione verde, ma anche aprendo esplicitamente a ulteriori possibilità di privatizzazione e valorizzazione a fini prevalentemente economici del patrimonio culturale. Si mette in risalto che «la cultura sostiene società ed economie resilienti, inclusive e sostenibili, creando opportunità per tutti, in particolare donne e giovani, promuovendo economie interconnesse, anche attraverso l’accesso digitale alla cultura e al patrimonio culturale, facilitando l’investimento del settore privato nelle ICC e nel patrimonio culturale», cioè nel complesso delle industrie culturali e creative, vale a dire l’insieme delle espressioni che rientrano non solo nelle aree artistiche tradizionali (arti visive, performative, letterarie) ma anche in settori quali design, moda, artigianato.

Tema confermato, in una diversa declinazione, anche nel successivo asse C, «Cultura come attore chiave in un mondo in transizione». Da un lato opportunamente chiede di «sostenere l’educazione a una cultura di pace e solidarietà basata sul concetto di identità multi-livello …, nonché la promozione della diversità culturale e linguistica, in particolare attraverso l’educazione artistica e del patrimonio nelle scuole e non solo e gli scambi internazionali nell’area euro-mediterranea, nonché ripensando il ruolo dell’istruzione alla luce dell’iniziativa New European Bauhaus, con attenzione ai gruppi vulnerabili». Dall’altro, tuttavia, sollecita a «sostenere la resilienza socioeconomica dei settori culturale e creativi, superando la fragilità dei settori e delle industrie culturali e creative (CCIS) nell’area mediterranea e facilitandone la ripresa, consentendo agli operatori di cogliere tendenze tra cui la transizione verde e digitale, accelerando crescita sostenibile ed equilibrata».

Criticità e una malintesa (e preoccupante) idea di “valorizzazione”

Dieci, in conclusione, sono le proposte operative che il documento avanza (p. 9); tra queste, in primo luogo, «una strategia specifica regionale per una cooperazione culturale regionale stabile e duratura». Quindi anche questo elemento di seria preoccupazione tra gli operatori e le operatrici della cultura – il consolidamento del potenziale economico del patrimonio culturale, attraverso «co-ownership (cofinanziamento) di nuove iniziative congiunte da parte dei Paesi partecipanti e il coordinamento con altri donatori internazionali/regionali/ nazionali, organizzazioni e reti regionali, fondazioni private e Fondi». E ancora, una rinnovata attenzione a «mettere la cultura e il patrimonio culturale al centro della politica climatica, dimostrando il potenziale della cultura e del patrimonio culturale per realizzare basse emissioni di carbonio, un futuro giusto, resiliente al clima e una migliore protezione della cultura e del patrimonio culturale dalle minacce legate al clima». Quindi, «la gestione e la protezione del patrimonio culturale costiero dalle minacce poste dai cambiamenti climatici». Infine «promuovere la ratifica degli strumenti normativi internazionali esistenti …, come la Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954) e i suoi Protocolli (1954 e 1999), la Convenzione UNESCO (1970) contro il traffico illecito, e tenendo conto della convenzione UNIDROIT 1995 sui beni culturali rubati o esportati illegalmente e della Convenzione del CoE sui crimini connessi ai beni culturali (Nicosia, 2017)».

Per quanto ambiziosa, dunque, una Dichiarazione non priva di elementi di contraddizione, con uno sguardo aperto ai processi di collaborazione e di cooperazione nell’area dell’Europa e del Mediterraneo, non altrettanto attenta alla difesa del lavoro nei settori culturali e creativi e alla tutela del ruolo pubblico, cruciale nelle politiche della cultura e del patrimonio culturale. Per riprendere quanto recentemente, proprio a Napoli, richiamato da Tomaso Montanari, in una lectio magistralis dal titolo eloquente di “Patrimonio contro”, si tratta di «recuperare una propria dimensione umana, individuale, collettiva. Un’idea lontanissima dalla valorizzazione, cioè dall’idea che noi dobbiamo dare valore al patrimonio e non che possiamo trovare per noi stessi un valore sapendo mettersi, piuttosto, in posizione di ascolto» di un patrimonio universale, come straordinario spazio di incontro e di dialogo, di conoscenza e di relazione tra popoli e culture.