Come ricorda lo scrittore americano Jonathan Safran Foer “l’emergenza ambientale non è una storia facile da raccontare e, soprattutto, non è una buona storia: non spaventa, non affascina, non coinvolge abbastanza da indurci a cambiare la nostra vita”. Almeno fino a quando non tocca da vicino il nostro stile di vita.

Alcuni effetti dell’innalzamento delle temperature sono ormai diventati endemici, come la penuria d’acqua. Come ricordava in marzo Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio (ANBI), alla luce degli ultimi dati sulle risorse idriche, l’Italia sta dando la conferma locale di un allarme ormai planetario: “Non siamo soliti lanciare inutili allarmismi ed è vero che c’è ancora tempo, seppur sempre meno, per recuperare il deficit idrico in ampie zone d’Italia, ma è altrettanto vero che uno stato di siccità conclamata si sta registrando lungo la Penisola, in maniera diversificata, da circa un anno, facendo seguito ad un 2021 già particolarmente arido”. Di fatto per Vincenzi la situazione “ci fa ritenere che la sofferenza idrica stia diventando un fattore endemico lungo la Penisola”. Aveva ragione! Qualche giorno fa l’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po, spiegava che le continue portate al ribasso delle scorse settimane e quella registrata il 20 giugno a Pontelagoscuro di 180 m3 al secondo “sono il sintomo chiaro di un generale ed esteso stato di estrema gravità idrica nell’intera area del Po”.

Le immagini del Po e di molti altri fiumi italiani mostrano uno scenario desolante in cui la penuria diffusa di acqua disponibile dovuta ad un inverno siccitoso e scarsamente nevoso su tutto l’arco alpino condiziona e aggrava pesantemente le già acclarate difficoltà territoriali di agricoltura e habitat. Con la scarsità di precipitazioni e il contestuale aumento delle temperature di queste settimane, il quadro complessivo non potrà che peggiorare visto lo stato di salute delle nostre riserve montane, dove la poca neve caduta quest’inverno è già quasi totalmente fusa, talvolta sino ai 3.400 metri di quota. La quota dello zero termico in questi giorni sta sfiorando i 4.500m, con valori di temperatura che in giugno hanno toccato i 5°C sulla vetta del Monte Rosa! Le “disponibilità” idrologiche “stoccate” esistenti al momento sono già limitate del 30-35% rispetto alle medie del periodo. Le temperature dell’aria raggiungeranno il valore massimo tra l’ultima decade di luglio nelle aree più distanti dal mare e la prima decade di agosto per quelle lungo le coste. Per questo in Italia bisognerebbe evitare una cattiva gestione delle reti idriche, riducendo il più possibile la dispersone idrica della rete nazionale e investendo in una politica di sensibilizzazione a non sprecare acqua nelle case e non solo.

Per Massimiliano Fazzini, climatologo della Società italiana geologia ambientale “Le temperature occorse mediamente nel territorio italiano dall’inizio dell’anno sono state davvero elevate, con un generale surplus di circa un grado, ma il mese di maggio ha sfiorato l’anomalia positiva verificatasi nel maggio 2003 e quantificata rispetto all’ultimo trentennio 1991-2020 in circa 1.9°C. Anche la prima metà del mese di giugno è stata contraddistinta da valori positivi dei valori medi che al momento rasentano l’eccezionalità climatologica”. Quello che però preoccupa di più è la persistente mancanza delle precipitazioni importanti e continuative. “Un’evidenza che persiste mediamente in molte aree del territorio nazionale da oltre un anno, ma che in quest’anno meteorologico (che, ricordo, inizia il primo dicembre) evidenzia un deficit meteorico medio del 55% circa, con valori più elevati al nord (sino al 70% sulla porzione nord-occidentale del paese) e persino con qualche lieve controtendenza positiva all’estremo sud. E si pensi che la poca acqua caduta si è concentrata quasi ovunque in soli 15- 25 giorni”.

Per Fazzini “Ora dobbiamo assolutamente concentrarci tutti su un concetto: c’è poca acqua e non la possiamo e dobbiamo più sprecare. Anche perché il futuro non sembrerebbe per nulla roseo e allora tutti noi dobbiamo tentare con piccole azioni quotidiane di mitigare la problematica e di adattarci alle nuove condizioni derivanti da un probabile nuovo clima. E soprattutto occorrono urgentemente progetti di un certo spessore – di cui noi tecnici parliamo peraltro da tempo – che permettano di “disporre” in tempi più brevi possibili, di adeguate quantità di acqua per i più diversi settori di utilizzo. Per il bene nostro e soprattutto delle future generazioni”.

Uno dei temi “caldi” sull’uso dell’acqua riguarda gli sport invernali nelle località sciistiche; se è vero che richiamano sulle nostre montagne molti turisti, è anche vero che necessitano, quando la neve naturale scarseggia, di grandi quantità di acqua che vengono prelevate da torrenti e laghi ed incanalate in grandi bacini artificiali per la produzione di neve artificiale attraverso cannoni spara-neve. Sempre che le temperature rigide ne consentano produzione e mantenimento. Secondo il Centro di Ricerca EURAC di Bolzano, sulle Alpi il riscaldamento medio misurato negli ultimi cento anni “è doppio rispetto alla media europea di circa 2 gradi”. L’aumento delle temperature e delle piogge sta portando ad una diminuzione delle precipitazioni di neve sulle montagne con conseguenze dirette sia sul tradizionale paesaggio montano che sul turismo. Le aree innevate si stanno ovunque ritirando e per sopperire alla mancanza o scarsità di neve il ricorso all’innevamento artificiale è sempre più frequente. Con quali costi ambientali?

Per innevare artificialmente le piste occorrono grandi quantità di acqua ed energia. Inoltre la neve artificiale, vista la sua diversa composizione rischia di alterare anche l’ecosistema delle zone alpine interessate. Secondo il Dossier 2019 di Legambiente per imbiancare artificialmente una pista da sci di medie dimensioni e 1.600 metri di lunghezza, servono fino a 20.000 metri cubi di acqua e 600 gigawattora di energia, per una spesa di 136mila euro per ettaro di pista. Sempre Legambiente ci ricorda che in Trentino “la superficie sciabile è di circa 1.500 ettari, poco più 1.200 innevabili artificialmente”. Questo ci lascia immaginare quale possa essere l’impegno di acqua ed energia utilizzato per rendere agibili piste da sci sempre meno innevate naturalmente. Come se non bastasse la neve artificiale ha un’alta densità e concentrazione di acqua liquida rispetto alla neve naturale, di conseguenza ha un peso maggiore e una minore capacità di isolamento termico fra suolo e atmosfera. Questi fattori causano il congelamento del suolo sottostante, impedendo il passaggio di ossigeno e provocando la morte della vegetazione sottostante, alterando così l’ecologia e la biodiversità dei versanti montuosi.

Quindi se è vero che l’innevamento artificiale contribuisce al mantenimento economico di molte località sciistiche montane è altrettanto chiaro che costituisce un grande pericolo per l’ambiente. L’impiego di mezzi per l’innevamento artificiale, ad alto consumo d’acqua e di energia, è non solo dispendioso, ma addirittura pericoloso in tempi di siccità e costi energetici fuori controllo. Per questo oggi è più che mai fondamentale domandarsi se il pompaggio di acqua per l’innevamento artificiale delle piste sia ancora un modello sostenibile per le nostre montagne.

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