“Cloe Bianco non si è suicidata, è stata suicidata”. Lo ha detto chiaramente Lou, una manifestante che si definisce non binaria, al microfono del presidio organizzato ieri mattina davanti al Ministero dell’Istruzione, a Roma, per ricordare Cloe Bianco, la professoressa che il 10 giugno si è tolta la vita dando fuoco al camper in cui viveva a Belluno, dopo essere stata allontanata dalla sua professione ed emarginata in quanto persona trans. ‘Per Cloe e per tuttǝ noi, mai più’, è l’appello alla mobilitazione lanciato dalle Camere del Lavoro Autonomo e Precario (CLAP), per denunciare la transfobia sistemica di cui è stata vittima, e il “silenzio assordante” delle istituzioni del mondo della scuola e non solo dopo il suo tragico gesto.

“Cloe Bianco è stata suicidata perché non l’avrebbe mai fatto in condizioni normali- ha aggiunto Lou- era una professoressa, una donna piena di vita, di cultura. È stata costretta al suicidio, perché le è stato impedito di lavorare, le è stato impedito di vivere con dignità, si è ridotta a vivere come una persona emarginata. E alla fine ha deciso di smetterla di vivere in un mondo in cui veniva considerata un errore della natura, uno scherzo, una cattiva educatrice, come se essere una persona trans fosse indice di una cattiva educazione”. Dopo un momento di esitazione iniziale si è liberata la parola, e tanti sono stati gli interventi, di cui molti commossi e rotti dal pianto, che si sono susseguiti.

In piazza c’erano anche alcune docenti, profondamente “deluse dall’esempio che ha dato di sé la scuola italiana in questa tragedia”. “La scuola per Cloe ha rappresentato un luogo di esclusione, contribuendo pesantemente alla sua condizione di emarginazione, rifiuto e solitudine– ha detto Marta, una docente di scuola superiore- E se la scuola rimane il luogo in cui si riproduce la cultura patriarcale ed omolesbobitransfobica, allora abbiamo perso. Siamo qui per gridare che la scuola deve diventare un motore di trasformazione della società, per renderla inclusiva, rispettosa, accogliente e solidale”. “Siamo qui per Cloe, perché il suo suicidio è l’ennesima, tragica, dimostrazione dell’oppressione sistemica che viviamo ogni giorno- ha detto al microfono un ragazzo trans- Dicono che la società fa passi in avanti, ma non è vero. Andiamo bene solo quando la nostra transizione viene fatta nei tempi e nei modi che mettono a loro agio le altre persone. E ripetutamente veniamo accusati di non poter esistere in uno spazio dove ci sono anche dei bambini, ed ogni volta è un pugno allo stomaco”.

Gli ha fatto eco un altro ragazzo trans, che si è detto profondamente scosso di aver letto sul blog di Bianco un post in cui si sfogava scrivendo “Io sono brutta, decisamente brutta, sono una donna transgenere (…). Non faccio neppure pietà, neppure questo”. “È giusto essere qui riuniti nella tristezza- ha detto Valerio, un ragazzo trans- ma vi prego di non dimenticarvi la rabbia, che è fondamentale. La sofferenza deve diventare un carburante per qualcosa di più, perché non è solo il posto di lavoro o la famiglia, è un intero sistema che lotta contro di noi e noi dobbiamo rispondere. Non si tratta più di non fare un passo indietro, ma dobbiamo andare in avanti. E non appellandoci alle istituzioni, che non ci ascolteranno. I diritti dobbiamo prederceli da soli. Dobbiamo piangere per chi non c’è più, ma dobbiamo lottare, uniti, per chi è ancora vivo e si nasconde perché non può esprimere se stesso, relegato nel buio di qualche segreteria”. “I media ancora una volta sono riusciti a prolungare il dolore oltre la morte– ha accusato una persona che si è definita non binaria- usando pronomi maschili per Cloe e ripetendo il deadnaming (citare il nome che apparteneva a una persona transgender prima del cambio di identità sessuale, ndr)”.

Dopo aver letto l’ultimo post di Bianco e averle dedicato un minuto di silenzio, i manifestanti si sono spostati davanti all’ingresso del ministero gridando “Cloe è viva e lotta insieme a noi”, guidati dal ritmo dei tamburi.