– Dedicato ad Alessandro Dal Lago, “in direzione ostinata e contraria“ –

1. Scriveva Alessandro Dal Lago nella sua più recente raccolta Insofferenze, che “se la realtà a cui uno come me si vuole e si deve interessare non è costituita dalla sfera delle astrazioni, ma dalla concretezza delle situazioni conflittuali – comprese quelle ‘culturali’- mi sembra inevitabile prendere parte in qualche misura a tali conflitti, insomma dichiarare da che parte sto”. E davvero di fronte ai tanti conflitti che si sono sommati nel tempo che ha attraversato, Alessandro è stato un punto di riferimento costante contro il conformismo dilagante e la negazione dei “diritti dell’umanità”, nascosti dallo schermo dei richiami al “popolo sovrano” ed alla identità nazionale. E’ impossibile parlare di tutta la sua immensa produzione scientifica dal punto di vista di un solo sapere disciplinare, qui parleremo soltanto di un tempo di ricerca e di impegno che per alcuni tratti abbiamo condiviso, un tempo che continueremo a condividere anche in futuro. Un tempo che sarà ancora caratterizzato da conflitti su scala regionale e globale. Perché fino a quando le politiche dei governi saranno improntate alla ricerca della supremazia economica e militare, e non ad una composizione pacifica dei conflitti ed alla solidarietà internazionale, le guerre in corso non porteranno a pace durevole ma diventeranno conflitti cronici, come già è successo in Palestina, in Iraq, in Siria, in Afghanistan, ed in tanti altri paesi del mondo. Diseguaglianze sociali e devastazioni ambientali ne saranno la conseguenza, almeno fino a quando non si abbandonerà il modello di produzione basato sulla logica della competizione economica e sul saccheggio delle materie prime. E da questi conflitti globali non potranno che arrivare altre persone in fuga, non certo per libera scelta, ma per la necessità di sopravvivenza.

Le politiche di contrasto della libertà di emigrazione, e del diritto di chiedere asilo in un paese sicuro, in tempi in cui le guerre permanenti e le devastazioni ambientali privavano i popoli di qualsiasi speranza di futuro, sono state il terreno sul quale governi di segno diverso hanno progressivamente eroso il principio di eguaglianza e la portata effettiva dei diritti umani. Dopo il blocco delle persone “indesiderate” sono finite sotto blocco anche le merci dello scambio globale. Le frontiere sbarrate non hanno solo precluso l’ingresso ai migranti in fuga, ma hanno anticipato, o riprodotto, nuovi muri su scala internazionale riportando in auge la corsa agli armamenti e la divisione del mondo in blocchi contrapposti, giungendo ad incidere sulla condizione dei cittadini che si vedevano erodere, giorno dopo giorno, le tutele accordate dallo “Stato sociale”. Come si sta verificando ancora oggi in Italia.

Dietro la negazione dei diritti delle persone migranti, per anni al centro di una comunicazione pubblica tossica, incentrata sulla loro criminalizzazione, si è nascosto il ricorso alla guerra per la risoluzione dei conflitti tra Stati, con l’abbandono del diritto internazionale e la vanificazione dell’impatto delle istituzioni sovranazionali, come le Nazioni Unite e, su scala regionale, dell’Unione Europea. I voti in favore della Russia, in occasione delle ultime decisioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sull’invasione dell’Ucraina, e le posizioni filo-putiniane di Orban rispetto alle sanzioni contro la Russia provenienti da Bruxelles, per non parlare della crisi ancora latente nelle repubbliche della ex Jugoslavia, danno la misura dello sfaldamento di quelle istituzioni di garanzia che avrebbero dovuto assicurare convivenza pacifica e benessere sociale.

 

2. Già nel 1999 Alessandro Dal Lago nel suo libro Non Persone anticipava i processi di esclusione e le politiche di differenziazione sociale che in Italia, dopo la contraddittoria legge 40 del 1998 (Turco-Napolitano), portavano alla cd. “legge Bossi Fini” nel 2001. Leggi adottate da governi diversi ma divenute nel tempo complementari, con la continua rimodulazione del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998. Prevalevano politiche di respingimento generalizzato che si erano diffuse a partire dall’arrivo degli albanesi in Puglia nel 1991 e poi si erano concretizzate nelle prassi di blocco navale, nel 1997, con la strage conseguenza dello speronamento della nave militare Sibilla davanti alle coste albanesi. Al governo c’era il centrosinistra guidato da Romano Prodi. Ministro degli Esteri era Lamberto Dini. Diventava istituzionale in quegli anni la criminalizzazione dei migranti irregolari, con la introduzione nel 1998 dei CPT ( Centri di permanenza temporanea) a cui nel 2009, seguiva l’introduzione del reato di immigrazione clandestina.

La grande giornata dei migranti a Genova nel luglio del 2001 raccoglieva analisi critiche e percorsi di emancipazione, nella direzione indicata da Alessandro, prospettive che venivano bruscamente sbarrate dalla repressione poliziesca e dalla svolta internazionale verso politiche di guerra permanente, di muri contro i migranti e di “esportazione della democrazia” con le armi. Da allora anche la libertà di informazione veniva sottoposta ad attacchi sempre più duri, con un crescente controllo statale che si affermava malgrado il progresso tecnologico e la moltiplicazione dei canali di informazione on line.

Erano anche gli anni in cui l’Unione Europea, dopo l’esodo di profughi provenienti dalle guerre nei Balcani e poco prima della strage delle torri gemelle a New York, e quindi della risposta americana in Iraq, restringeva di fatto la portata della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 con la introduzione, a luglio del 2001, della cd. protezione temporanea (Direttiva 2001/55/CE), ritornata d’attualità in questi ultimi tempi. Si promuoveva già allora la politica di esternalizzazione dei controlli di frontiera con paesi nei quali dominava la corruzione ma con i quali conveniva collaborare per fermare i migranti anche se le autorità statali non rispettavano i diritti fondamentali delle persone. In quegli stessi anni veniva approvata la Direttiva europea sui facilitatori (2002/90/CE) e in Italia partiva il primo grande processo penale contro i salvataggi in mare (caso Cap Anamur nel 2004).

Nel saggio su “Fronti e frontiere. Note sulla militarizzazione della contiguità”, pubblicato nel 2006 nel volume Migrazioni, frontiere e diritti ( a cura di P. Cuttitta e di F. Vassallo Paleologo), Alessandro Dal Lago rilevava come ” dopo l’11 settembre 2001 e l’11 marzo 2004, l’interno delle società ricche e occidentali è in una situazione di guerra virtuale, come il resto del mondo è in uno stato di guerra permanente”. Si anticipavano cosi’ i concetti di infowar e di netwar. Con l’idea di netwar non si intende tanto ( o soltanto) la subordinazione della presunta libertà d’informazione all’interesse nazionale americano o degli altri paesi occidentali, ma il fatto che ogni rete sociale, informatica ed informativa), ha una portata globale e può costituire una minaccia alla “sicurezza internazionale”. Nello stesso lavoro si metteva in evidenza il ritorno dei nazionalismi infra-europei, lo sviluppo di fronti svincolati da frontiere e confini e come la globalizzazione della guerra contro il terrorismo finisse per coinvolgere l’intera popolazione mondiale. Si osservava già allora come gli abitanti dei paesi occidentali guardino con distacco gli effetti delle guerre scatenate per mantenere il flusso di risorse e materie prime verso i paesi più ricchi, salvo poi a trasformare in scontri di civiltà o di culture questi stessi conflitti, quando vengono ad incidere più direttamente sui loro “orizzonti protetti”. E si anticipa anche un richiamo alla Cina, che “attrae irresistibilmente i nostri capitalisti e affascina i dirigenti delle nostre polizie” Una visione del mondo che ancora oggi è di tragica attualità, non solo in Europa. Dove già da anni la presenza dello straniero è vissuta come un’emergenza da affrontare con nuove forme di controllo sociale a costo di sacrificare i diritti delle persone.

Nella postfazione al libro di Flore Murard-Yovanovitch, L’Abisso, nel 2017 Alessandro Dal Lago metteva in evidenza il rapporto tra le guerre che infuriavano in Africa ed in Asia, le migrazioni contemporanee e le sofferenze inflitte alle persone costrette a lasciare i territori sui quali vivevano, con un numero sempre più elevato di vittime durante le traversate in mare. Si inserivano in questo quadro, come un punto di svolta, gli accordi stipulati nel febbraio del 2017 dal governo italiano (Gentiloni-Minniti) con il governo provvisorio di Tripoli, ancora privo di un effettivo controllo territoriale e marittimo dell’intero paese, e la campagna “alimentata dai media scandalistici e legittimata da alcuni magistrati inquirenti loquaci o specializzati in esternazioni alla stampa” contro le navi delle ONG che salvavano migliaia di persone nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, tra la Sicilia e la Libia. Mentre i gruppi di potere locali che gestivano i traffici e le mafie internazionali, e che controllavano i movimenti delle materie prime, e gli immensi patrimoni che accumulavano, restavano al sicuro nei loro territori, le indagini giudiziarie venivano bloccate dalla mancata collaborazione ( anche sotto forma di rogatoria) di Stati in preda alla corruzione più evidente. Basti pensare ai rimpatri sommari in Egitto ed in Nigeria, con procedure semplificate senza diritto di ricorso, ed alla cooperazione giudiziaria e di polizia tra Italia e Sudan, sfociata nel processo contro Medhanie Behre a Palermo. Un processo, caratterizzato da un evidente scambio di persona, che fornisce ancora oggi la misura dello scarto tra le azioni di contrasto della cd. immigrazione irregolare, il riconoscimento formale del diritto di asilo, e la tutela dei diritti delle persone migranti, pure affermati dalla Convenzione ONU di Palermo del 2000 contro il crimine transnazionale e dai due Protocolli allegati contro la tratta ed il traffico di persone.

Mentre i partiti della sinistra storica perdevano la loro capacità di rappresentare quella che avrebbe dovuto essere la propria base sociale, le vittime delle diseguaglianze sociali prodotte dalla crisi della globalizzazione economica, ormai appannaggio dei partiti di destra che lucravano consenso elettorale sulla cd. “guerra tra poveri”, emergeva l’uso politico della sanzione penale, anche contro i migranti irregolari e chi prestava loro assistenza, fino al più recente ed eclatante caso della condanna di Mimmo Lucano. Una condanna che aveva prodotto una “insofferenza” che si sarebbe espressa in un articolo che Alessandro stava per completare.

 

3. Su tanti fronti, per restituire dignità e diritti a quelle “non persone” che si volevano cancellare, come si vogliono cancellare oggi le vittime delle guerre che non conviene fare conoscere, magari con la distinzione tra profughi “veri” e migranti irregolari, con Alessandro Dal Lago abbiamo condiviso analisi critiche e pratiche politiche contro populismi e nazionalismi che hanno frantumato il multilateralismo e le garanzie di convivenza offerte dal diritto internazionale, arrivando a creare i presupposti per la “decomposizione” dell’Europa. Che appare oggi sempre più evidente per effetto dello scontro economico e militare in atto, anche attraverso “guerre per procura,” tanto in Asia che in Africa, tra Stati Uniti, Russia e, sullo sfondo, Cina ed India. Dopo la crisi e l’impoverimento globale derivante dalla pandemia, e dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i voti dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di astensione a favore di Putin prefigurano un nuovo ordine mondiale caratterizzato da un più accentuato regionalismo e da nuovi blocchi.

Nulla potrà essere come prima. A meno che a livello nazionale non lo si voglia imporre con una svolta autoritaria, sfruttando la deriva populista. Non mancano neppure in Italia gli emuli di Viktor Orban, ed il clima di guerra permanente, con il malcontento popolare derivante dalla conseguente crisi economica, potrebbe inquinare anche il funzionamento delle istituzioni democratiche. Ancora una volta possiamo dire con Alessandro Dal Lago che “le vittime di questo ritorno al passato sono gli stranieri che nutrono l’illusione di trovare chance di vita nell’Occidente sviluppato e “civile”. Come emerge chiaramente dal mantenimento degli accordi di esternalizzazione dei controlli di frontiera, in particolare con la Libia, e dalla portata chiaramente discriminatoria del Decreto adottato il 28 marzo scorso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri sulla protezione temporanea per le persone in fuga dall’Ucraina, che esclude i cittadini di paesi terzi regolarmente soggiornanti in Ucraina con permesso di soggiorno non permanente e coloro che sono fuggiti dall’Ucraina prima del 24 febbraio 2022. Mentre si continua a speculare sull’assegnazione di un “porto sicuro” alle navi che soccorrono migranti in mare e si moltiplicano i casi di “accoglienza differenziale” a seconda dello Stato di provenienza delle persone, se non del colore della pelle. La guerra ai migranti prosegue, malgrado le ipocrite dichiarazioni di solidarietà nei confronti di chi è in fuga dai bombardamenti in Ucraina, e neppure di tutti. I respingimenti collettivi alle frontiere europee sono ancora frequenti, dal confine tra Bielorussia e Polonia ai varchi tra Francia e Italia, dal Canale della Manica al Mediterraneo. Dove continuano i respingimenti collettivi delegati alla sedicente Guardia costiera “libica” e gli interventi dell’agenzia europea Frontex, dalla frontiera greco-turca allo stretto di Gibilterra.

Questa volta però il conflitto non si potrà limitare ai porti chiusi o ai luoghi di segregazione nei “centri per stranieri” o sulle navi quarantena. La guerra chiamerà in causa tutti, anche i cittadini che vogliano accettare la narrazione dominante o che siano “insofferenti” all’idiozia di massa alimentata dal consumismo e dalla delega politica ad un potere “forte”. Dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale i livelli di rappresentatività del sistema politico non sono mai scesi a livelli tanto bassi. Mai come in questi tempi si conferma che non esistono “poteri buoni”. L’ossessione per la sicurezza potrebbe presto ritorcersi verso gli Stati e contro coloro che l’hanno alimentata, proprio come osservava nei suoi scritti Alessandro Dal Lago. Tutti saranno costretti a prendere parte nei conflitti sociali che deriveranno dal sovrapporsi della pandemia ancora in atto e della guerra in Europa, terreno di scontro tra le potenze emergenti del nuovo ordine mondiale. Non basterà invocare una legalità internazionale che non esiste più. Anche gli appelli per una maggiore coesione all’interno dell’Unione Europea sembrano frantumarsi per la ricorrente contrapposizione tra paesi dell’area mediterranea e paesi del nordeuropa, una crisi che vede adesso anche la frantumazione del cd. gruppo di Visegrad ( Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria).

Per chi non si voglia rifugiare nella falsa credenza dell’ennesimo “scontro di civiltà”, condannandosi alla cecità e all’immobilismo, non rimane che impugnare le armi del proprio sapere, (ri)organizzare dal basso aggregazione sociale e scendere in campo, a partire da un nuovo internazionalismo della pace, dell’ambiente e della solidarietà, contro le guerre, le diseguaglianze e tutti coloro che di fatto ne sono artefici o complici. Una battaglia fondamentale si combatterà sul fronte dell’informazione, appiattita sulla comunicazione da tempi di guerra. Su questi fronti Alessandro Dal Lago non è scomparso, ci rimane accanto.

 

pubblicato anche su Adif