A me San Valentino ha sempre fatto venire i brividi sulla pelle. Brividi causati non da un’eccitazione ormonale ma da un’atavica antipatia per le feste comandate. Se, però, nel pantagruelico mondo dei Santi, il celebre San Valentino si decidesse a darmi udienza, così gli parlerei:

“Caro San Valentino, non guardare da questa parte della terra, tra vetrine floreali e cioccolatini a forma di cuore, ma volgi lo sguardo negli abissi del Mare Nostrum, in quel sepolcro chiamato Mediterraneo. Immergiti là sotto e nuota tra le parole non dette, gli abbracci sofferti, gli arrivederci diventati addii. Nuota senza tregua tra gli amori spezzati, le poesie non spedite, gli ultimi amplessi d’amore strappati alla terra e al cuore. Di quell’acquario, vittima dell’indifferenza umana, riportane alla luce la bellezza dei gesti, i nomi e le storie degli immersi. E non fermarti a loro, cammina a piedi nudi in ogni confine, affonda le tue impronte su quella ferita aperta che è la rotta balcanica. Dove le candele ci sono solamente per far luce nei boschi, la notte, e non per illuminare tavoli addobbati per l’occasione. Dove uomini e donne hanno sospeso le loro vite e l’amore è un ricordo o una speranza futura ma nelle città di cellophane e senza nome, ai confini dell’Europa dei diritti, quel che conta è sopravvivere. Un giorno, un’ora in più. Lì, il 14 febbraio, è una data come tante altre, magari una di più sotto l’incessante ‘gioco the game’.

Mio caro San Valentino, di tutta quest’umanità ferita, portane i racconti, i sogni e le speranze e scuoti le coscienze di chi, per giochi di potere, ne calpesta quotidianamente ogni benché minimo diritto e si macchia di omicidio….

Ciao San Valentino!”