L’anno nuovo in Kazakhstan è iniziato all’insegna di manifestazioni e di moti di piazza. Le proteste, talvolta sfociate in violenze sono iniziate a Zhanaozen, nella regione occidentale del Mangystau, sul Caspio. La stessa città che fu teatro, una decina d’anni fa, di una vera e propria sommossa popolare che provocò – secondo fonti ufficiali – la morte di almeno 16 manifestanti, forse molte di più.

Dopo 3 giorni ininterrotti di disordini il presidente della repubblica, Kassym-Jomart Tokayev ha annunciato via twitter l’intenzione di abbassare nuovamente i prezzi del gas “al fine di garantire la stabilità nel paese”. Un annuncio tardivo che non ha fermato i disordini, tuttora in corso, costringendo lo stesso presidente ad annunciare lo stato di emergenza in tutta la regione del Mangystau e il governo kazako alle dimissioni odierne, 5 gennaio.

Le ragioni di questa nuova ondata di manifestazioni sono legate all’impennata del prezzo del gas di petrolio liquefatto (GPL) prevista dal primo gennaio: un incremento che lo ha visto raddoppiare dalle iniziali 60 Tenge (0,12 euro) alle attuali 120. Un aumento legato, secondo quanto affermato dalle autorità locali, dall’esponenziale aumento della domanda (connesso soprattutto al suo impiego come carburante delle auto) a fronte di una sostanziale stagnazione dei volumi annualmente prodotti.

In tutta la regione, infatti, è ad oggi funzionante un unico impianto di trasformazione, capace di produrre “solo” 14,5 tonnellate di gas (liquido) al mese, insufficiente a soddisfare il fabbisogno locale, anche a causa della sua obsolescenza e della sua usura (l’impianto risale a quasi cinquant’anni fa). La realizzazione di una seconda centrale è prevista da anni, ma attualmente ferma al palo a causa dei costi di costruzione: costi che, negli intenti delle autorità, dovrebbero proprio essere parzialmente coperti dall’aumento del costo di fornitura. Un loop inestricabile.

Le proteste a Zhanaozen, iniziate il 2 gennaio scorso, si sono rapidamente propagate in tutta l’area anche grazie al massiccio uso dei social media e degli strumenti di messaggistica istantanea, arrivando a coinvolgere la principale città della regione, Aktau, dove sono stati registrati anche scontri tra dimostranti e polizia con relativo lancio di lacrimogeni. Ad Atyrau, altro importantissimo hub petrolifero nell’omonima regione a nord di Aktau, la polizia ha arrestato Maks Bokayev, noto attivista politico uscito di prigione solo un anno fa, dopo un periodo di detenzione di cinque anni comminatogli per la sua partecipazione all’insurrezione scaturita nel 2016 a seguito della riforma agraria.

Ma nel giro di poche ore altre sommosse sono state registrate nella capitale Nur-Sultan e nel principale centro economico–commerciale del paese, Almaty, con arresti e incarcerazioni preventive. Qui, i manifestanti hanno assaltato e dato alle fiamme l’edificio del Comune, insieme ad alcuni palazzi del partito di governo, Nur Otan. Ovunque, le rimostranze hanno ben presto preso una “piega” politica, non solo con l’invocazione di immediate dimissioni del governatore regionale, Nurlan Nogayev, ma anche – e soprattutto – con la richiesta di maggiore democrazia e l’attiva partecipazione popolare nella scelta degli akim, i sindaci e i dirigenti regionali.

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