Nel piccolo Comune di Oulx a ottobre si sono registrati oltre 1.600 passaggi di persone dirette in Francia e provenienti in larga parte dalla rotta balcanica. Medici per i diritti umani rafforza la presenza, riservando particolare attenzione alle numerose donne e ai bambini che affrontano il viaggio

Poco prima di mezzogiorno a Oulx – piccolo Comune dell’Alta Val di Susa, in Piemonte – la temperatura supera di poco lo zero. “Inoltre oggi la visibilità è quasi nulla, eppure ci sono persone già pronte a partire per attraversare a piedi le montagne e raggiungere la Francia”, racconta Alberto Barbieri, coordinatore di Medu-Medici per i diritti umani, che ha trascorso l’ultima settimana di novembre nel Comune piemontese, dove dal 1° dicembre l’associazione è attiva con un presidio medico.

“Già da tempo Medu è presente a Oulx grazie a un gruppo di volontari generoso e impegnato nell’assistenza ai migranti. A loro si affiancherà un team sanitario formato da un medico e uno o più mediatori culturali: l’obiettivo è quello di fornire assistenza sanitaria alle persone in arrivo – continua Barbieri. Le condizioni climatiche qui sono molto difficili e a queste si sommano tutte le difficoltà e le sofferenze patite durante il viaggio”.

Per i migranti in transito Oulx è solo una tappa di un percorso (che può durare anni) che collega l’Afghanistan, l’Iran, la Siria o il Mali all’Inghilterra, alla Germania, ai Paesi del Nord Europa: il loro obiettivo è quello di raggiungere la Francia attraversando il confine al Monginevro o al Frejus e da qui proseguire verso nord, per ricongiungersi a familiari o ad amici. A loro si sommano quanti a Oulx fanno ritorno dopo essere stati intercettati al confine dalla polizia francese e respinti in Italia. “Fino al 2019, arrivavano qui soprattutto giovani uomini provenienti dall’Africa sub-sahariana e alcuni minori che avevano raggiunto l’Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo – ricorda Piero Gorza, coordinatore dei volontari di Medu in Piemonte. “Ma dal 2020 abbiamo registrato un crescendo di arrivi dalla rotta balcanica e questo vuol dire famiglie intere, donne incinte che affrontano il passaggio delle montagne anche all’ottavo e persino al nono mese di gravidanza, bambini e neonati. In questi anni abbiamo avuto una serie di parti, ma anche di salvataggi in extremis di donne a più di duemila metri”.

Mediamente a Oulx si registrano circa mille presenze al mese, ma quelle registrate a ottobre 2021 sono state almeno 1.600; la netta maggioranza (il 70-80% secondo le stime dei volontari di Medu) è composta da afghani e iraniani, prevalentemente curdi. “Non abbiamo ancora dati precisi per quanto riguarda il mese di novembre – aggiunge Gorza. “Quello che è certo è che le presenze non sono diminuite”.

“Il primo obiettivo è quello di avere un presidio sanitario fisso a Oulx per dare supporto medico ai disturbi fisici più comuni che si registrano tra queste persone: dai problemi sanitari legati all’esposizione al freddo, come congelamento e assideramento, alle infezioni respiratorie. Oltre ai problemi di salute che i migranti si portano dietro da anni come conseguenza dei lunghi viaggi che hanno affrontato – spiega Alberto Barbieri. “Daremo inoltre particolare attenzione alla ginecologia, dato che molte donne arrivano a Oulx in stato di gravidanza, e ai bambini. Infine, vogliamo dare supporto psicologico ai migranti in transito: il carico di stress che si portano dietro è molto alto. Eppure la nostra percezione è che i migranti considerino la propria salute un fatto secondario: il loro obiettivo è attraversare la frontiera”.

L’intervento di Medu si inserisce all’interno di un tessuto associativo già molto attivo che opera in Alta Val di Susa (ma non solo). Sono infatti presenti diverse realtà, come la fondazione come Talità Kum, che gestisce il rifugio “Fraternità Massi” dove vengono accolti 24 ore su 24 i migranti più vulnerabili, Rainbow Medici per l’Africa, oltre a un’articolata rete di volontari che da Oulx si allarga fino ai confini regionali e oltre, per fornire agli operatori locali tutto quello che necessitano per prestare assistenza ai migranti. “Se non ci fosse questo gran numero di persone che ogni giorno fornisce cibo e abbigliamento, che si impegna per capire quante persone sono partite e verifica che siano arrivate tutte per poter lanciare, se necessario, l’allarme, le conseguenze sarebbero drammatiche – sottolinea Gorza. E tutto questo è uno sforzo corale, uno sforzo che attraversa il confine e coinvolge persone anche molto lontane da Oulx”.

“Ogni giorno ci sono tra le 50 e le 80 persone che da Oulx prendono gli autobus diretti a Claviere (Comune a 1.760 metri di quota, sul versante italiano del Monginevro, ndr) e che da lì iniziano la traversata e che necessitano scarpe adatte, calze, pantaloni, giacche, guanti, berretti e sciarpe. Qui le temperature possono arrivare a 10 e persino a 15 gradi sotto zero. Stiamo parlando di uomini, donne e bambini che devono camminare per 25 chilometri in mezzo alla neve in territori che non conoscono. E in queste condizioni la montagna può uccidere”. I numeri dei passati inverni restano un monito inequivocabile: tra il 2018 e il 2019 sulle Alpi al confine tra Italia e Francia ci sono stati cinque morti.

Oltre all’apertura del nuovo presidio sanitario gestito da Medu, a breve anche il rifugio “Fraternità Massi”, che attualmente ha solo 45 posti, dovrebbe essere trasferito in una nuova struttura con una capienza maggiore. Ma le buone notizie finiscono qui: nelle ultime settimane la polizia francese ha rafforzato i controlli alla frontiera e anche il centro d’accoglienza “Les terrasses” nel Comune francese di Briançon è al limite della capienza. A fronte di ostacoli sempre maggiori, le persone in transito sono costrette a percorrere itinerari sempre più lunghi e pericolosi per raggiungere il loro obiettivo.

“Chi arriva qui si muove seguendo le indicazioni di chi ha già ‘vinto il game’ e spesso ha delle mappe da seguire. Il problema è che quel sentiero così piacevole in estate e facilmente percorribile, può essere completamente bloccato dalla neve in inverno. E può persino essere letale – conclude Piero Gorza. “Noi cerchiamo di spiegare dove non andare, ma ogni volta che qualcuno parte, soprattutto se nel gruppo ci sono donne o bambini, è drammatico. La pressione emotiva su tutti coloro che operano qui in frontiera è altissima”.

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