Immaginiamo che le energie rinnovabili crescano nei prossimi dieci anni in tutto il mondo seguendo la più ottimistica delle previsioni, superando anche quegli ostacoli, talvolta burocratici, talvolta di malcontento locale, con cui purtroppo si scontrano spesso.
Supponiamo però che al contempo, si realizzino anche quelle previsioni che riguardano le automobili e che prevedono che passeremo da 1,2 miliardi di automobili nel mondo, che è il dato attuale, a due miliardi di automobili, quasi il doppio. E che il trend continui come prevedono (e auspicano) gli esperti del settore fino a portarci a 5 miliardi di automobili nel 2050.
Questo secondo trend vanificherebbe, del tutto o in gran parte, il risultato ottenuto dalla crescita delle rinnovabili.
Questo è soltanto uno dei molteplici esempi che si possono fare che ci dicono che non si mette in discussione il nostro paradigma di fondo, anche il tema energetico (che è fondamentale, sia chiaro) diventa secondario.
I 400 jet privati con cui i “grandi” vanno a discutere di clima a Glasgow ci dicono però che questo concetto è largamente ignorato.Oggi mi pare che una gran parte delle preoccupazioni per l’ambiente e il clima siano rivolte a cercare una sorta di “pietra filosofale della sostenibilità”. Come in passato gran parte delle migliori menti erano impegnate a cercare questa fantomatica pietra che avrebbe trasformato i metalli meno nobili in oro, così oggi si cerca la scoperta che renda sostenibile l’insostenibilità, che trasformi l’opaca “economia brown” in luccicante ” economia green”. E come quella missione di un tempo era resa vana dalle leggi della chimica, che ci dicono che non si può ottenere una sostanza elementare da qualcos’altro che non contenga già l’elemento, così la missione di oggi si scontra con le leggi della fisica, che ci dicono che stiamo consumando “troppo di tutto” e non c’è un modo sostenibile di garantire questa voracità.
Se un tempo l’errore era dovuto all’ignoranza delle leggi della chimica, che ancora non erano state scoperte, oggi la ricerca di questa “pietra filosofale” pare meno giustificata. E’ la pervasività del messaggio consumista, che ci fa sembrare normale e anzi irrinunciabile la voracità attuale, e che dunque a una società bulimica non può che proporre di dirigere la propria bulimia verso qualcosa di “eco”, di sostenibile, senza mai realizzare che è quella voracità a essere la prima cosa insostenibile. Non si può certo mettere in discussione tale bulimia e l’organizzazione economico-sociale a cui essa fa capo.
Ecco che dunque, anche all’interno di ottimi discorsi come quello di David Attenbourgh a Glasgow, troviamo la spinta verso “milioni di innovazioni sostenibili” di una “seconda rivoluzione industriale verde” che la specie Homo sapiens, vista come grande risolutrice dei problemi del mondo, (l’uomo occidentale o occidentalizzato, ça va sans dire), dovrà mettere in atto per scongiurare la crisi climatica.Cattura di carbonio in fondo a miniere esauste, cibi prodotti sulla superficie dei mari, boschi sui grattacieli, piantumazioni di milioni di alberi fanno parte di questa proposta volta a continuare con la nostra voracità. Mettere in discussione i grattacieli o lo sfruttamento marino attuale o quello minerario o altro, sembra invece molto difficile, talvolta sovversivo.Eppure il grande evento di questi ultimi tempi, la pandemia da coronavirus, una lezione ce l’avrebbe data, e anche molto chiara.
E’ stato il 2020 l’unico anno in cui l’umanità è riuscita a invertire il trend delle emissioni di gas serra, a produrne meno dell’anno precedente. Quel gigantesco risultato è avvenuto solo quando la specie Homo, controvoglia, ha dovuto porsi dei limiti. Limiti che non hanno affatto compromesso la nostra possibilità di espletare i nostri bisogni: l’agricoltura è andata avanti, il commercio di generi di prima necessità è andato avanti e via discorrendo. Si sono fermate per un tempo relativamente contenuto delle filiere produttive non indispensabili, le merci e le persone si sono spostate meno, eppure già questo ha comportato una riduzione del 7% delle emissioni. Ma non solo, in tutto il mondo si è assistito a spettacolari fenomeni di ripresa della vita selvatica, di miglioramento della qualità ecologica di situazioni date per perse e irrimediabili, come il fiume Sarno divenuto limpido, come i porti in cui sono arrivati delfini, come ii canali della laguna di Venezia. In sintesi: limitazioni tutto sommato contenute, per un tempo limitato, che hanno riguardato una parte limitata degli 8 miliardi di abitanti del pianeta (in Africa, Sudamerica, India le limitazioni sono state molto inferiori) hanno ottenuto ciò che trattati internazionali, accordi sul clima, summit dei potenti non erano riusciti a ottenere.

Certo non è auspicabile un lockdown come quello che molti luoghi del mondo hanno vissuto. Ma la lezione deve essere comunque interiorizzata: quando la società dei consumi ha avuto uno stop, il trend si è invertito. Quando involontariamente è stata fermata la “corsa” a produrre, è stata la natura che ha iniziato a correre.

Accogliere quella lezione significa prepararsi a fare, in modo stavolta volontario e pianificato, non indotto da un virus ma dall’analisi razionale dei dati ambientali che abbiamo, un cambiamento epocale che smantelli la società dei consumi. Un cambiamento che veda un forte coinvolgimento degli stati per ottenere maggior ridistribuzione, cospicua riduzione dei consumi di risorse, e la transizione da una società materialistica ad una conviviale e partecipativa.
Al momento, nel panorama politico, non si vede però alcun soggetto disposto a far propria questa enorme sfida.