Come molti fautori di una crescita e uno sviluppo senza limiti, il ministro Cingolani attribuisce alla tecnologia il potere magico di controbilanciare ogni aumento di produzione e consumi, con l’impatto su clima e ambiente che essi portano con sè. Sappiamo che questo non è possibile, probabilmente lo sa anche lui, ma questo non gli impedisce di mettersi in cattedra con l’arroganza e il paternalismo tipici di certi docenti la cui autorevolezza è assai dubbia ma sono sempre pronti a fingere di essere disponibili a confronti “non ideologici”, a invocare la scienza e la verità dei numeri e a tacciare di “oltranzismo” chiunque esprima critiche radicali, cioè all’altezza del disastro che proprio la religione della crescita e dello sviluppo hanno prodotto. Dal momento che il ministro ci chiama in causa, non ci tiriamo indietro. Le nostre aspirazioni, in quanto attivist* di movimento, saranno pure ideologiche. E non ci fa paura neppure l’accusa “oltranzismo”, se si riferisce alla drammatica e immediata necessità di cambiare il sistema economico attuale. La transizione ecologica deve iniziare subito perché tempo e vite da perdere non ne abbiamo proprio più.

Fridays For Future, per più di tre anni, ha portato nelle piazze d’Italia e del mondo migliaia di persone che chiedevano di “dare voce alla scienza” nell’affrontare il problema climatico.

L’appello lanciato da Greta Thunberg si riferiva alla voce di climatologi e scienziati ambientali, in tempi di negazionismo climatico ancora dilagante, e costringeva la classe dirigente a prendere atto, sulla base delle evidenze scientifiche, della catastrofe ecologica in corso.

Da allora, grazie alla mobilitazione di centinaia di migliaia di persone, il dibattito pubblico si è aggiornato: la necessità impellente di frenare il global warming sta diventando senso comune, e i movimenti ecologisti hanno assunto il principio che le responsabilità della crisi ecologica non ricadono allo stesso modo su tutti.

Oggi, quindi, la discussione in corso non riguarda più tanto il se fare qualcosa, ma il come farlo e in questo scenario lo slogan “Diamo voce alla Scienza” può assumere significati potenzialmente problematici, a seconda delle intenzioni di chi lo pronuncia.

Infatti, anche la ricerca scientifica è parte integrante del sistema economico, non sempre è libera e indipendente, e non necessariamente valuta il proprio operato in termini di giustizia sociale e bene collettivo.

Dunque, a quale Scienza dare voce per mitigare la crisi ecologica? Sono in molti i promotori delle risposte ingegneristiche, alla disperata ricerca di quella tecnologia che da sola possa salvarci.

Sicuramente la decarbonizzazione delle economie mondiali non può che passare dalle energie rinnovabili, ma non dobbiamo dimenticare che queste infrastrutture dipendono dall’estrazione mineraria di elementi disponibili in quantità estremamente limitata, e hanno un prezzo molto alto in termini di devastazione territoriale, sfruttamento idrico e di ulteriore perdita di habitat e biodiversità.

Punti, questi ultimi, che non ricevono sufficiente attenzione da parte del mondo della politica, pur essendo altrettanto importanti e urgenti rispetto all’abbattimento delle emissioni.

Nella schiera di quelli che “la tecnologia ci salverà” possiamo annoverare il nostro ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani.

Lo scienziato Cingolani, fisico, laureato a Bari e dottorato alla Scuola Normale di Pisa, ex responsabile di Tecnologie e Innovazione di Leonardo Finmeccanica, a inizio settembre durante la scuola di formazione politica di Italia Viva si era distinto per le dichiarazioni a favore del nucleare, dimostrandosi possibilista per applicazioni in Italia.

Dopo essersi smentito pochi giorni fa in un’intervista rilasciata all’Espresso, Cingolani ha iniziato a rilanciare convintamente il rinnovabile, ma ha poi proseguito, chiarendo che prima di un’economia a zero emissioni, dovremo attenderci una fantomatica «fase intermedia» di conversione delle centrali termoelettriche da carbone a gas. Una soluzione «non completamente green», ha ammesso successivamente, «ma che consentirà di tagliare le emissioni del 30% e di aumentare la potenza energetica disponibile».

Prima di tutto, ricordiamo che tramite accumulo idraulico per mezzo di impianti già esistenti, in Italia si potrebbe raggiungere performance addirittura superiori a quelle delle centrali a gas.

Inoltre, è fondamentale sottolineare che quando Cingolani propone la costruzione di centrali termoelettriche, non si riferisce affatto a progetti in grado di avviarsi a breve termine. Si parla di costruire, oggi, impianti che entrerebbero in vigore tra alcuni anni e che continuerebbero a bruciare combustibili fossili per decenni.

La domanda che sorge spontanea è: come si concilia tutto questo con le politiche “zero netto” da adottare nell’immediato, per sperare di contenere l’aumento di temperature medie globali entro 2 °C? Anche le strategie e tecnologie Carbon Capture Storage (CCS) , riproposte ciclicamente nelle varie COP sul clima da trent’anni a questa parte, hanno puntualmente disatteso e di volta in volta ridimensionato gli obbiettivi prefissati riguardo alla diminuzione di emissioni di CO2.

Sarebbe il minimo attendersi che Cingolani, di formazione fisico e attualmente in carica di ministro, fosse a conoscenza di questo dibattito accademico e politico. Quanto all’autorevolezza da professore per mettersi in cattedra davanti ai più giovani, questa se la sente tutta: dopo aver annunciato l’aumento delle bollette elettriche del 40% nel prossimo trimestre, il ministro ha prima accusato l’innalzamento del costo del gas, poi quello delle emissioni di CO2, per concludere invocando un confronto non ideologico sulla transizione ecologica e tacciando di oltranzismo tutti quegli ecologisti non disposti a riferirsi ai meri numeri come a epifanie di verità di per sé esaustive («spero che […] guardiate i numeri. Se non guardate i numeri rischiate di farvi male come mai successo in precedenza»).

E dal momento che il ministro ci chiama in causa, noi non ci tiriamo indietro. Di essere ideologic*, in quanto attivist* di movimento, lo rivendichiamo. E lo stesso vale per l’accusa di oltranzismo, se questo si riferisce all’urgente necessità di cambiare il sistema economico attuale. Quanto al guardare i numeri, lo rassicuriamo che ci rifaremo a quelli corretti, all’interno di una cornice teorica che emerga dalle giuste domande di base.

Come molti fautori della “crescita” e dello “sviluppo” senza limiti, Cingolani è costretto ad attribuire alla Tecnologia il potere magico di controbilanciare qualsiasi aumento di produzione e consumi, con l’impatto su clima e ambiente che portano con sè. Eppure, sappiamo bene che questo non è possibile, e che in mancanza di tetti di consumo, di “environmental caps”, l’efficientamento comporta paradossalmente un aumento del nostro impatto e non il contrario (The Coal Question, William Stanley Jevons, 1865 https://energyhistory.yale.edu/library-item/w-stanley-jevons-coal-question-1865)

L’adozione di nuove tecnologie, green ed efficienti, deve quindi obbligatoriamente accompagnarsi alla riduzione dei consumi.

Certo, un appello alla sobrietà il ministro l’ha fatto, ma in modo strumentale e contraddittorio: in una stessa intervista riesce infatti a coniugarlo con l’auspicio che il nostro PIL continui a crescere (diventerà famoso “il paradosso di Cingolani”?):

«Se cresciamo del 5% l’anno, cosa che mi auguro (…) avremo settori industriali che pompano di più. La gente comprerà più automobili: se saranno tutte elettriche, le dovremo caricare e lo dovremo fare con energia rinnovabile?»

Al contraddittorio appello alla sobrietà ha accompagnato anche quello di applicare regole diverse per i paesi in via di sviluppo, in cui la dipendenza economica dalle fonti fossili non può essere attualmente messa in discussione, pena, ci spiega, la condanna a morte di tre miliardi di persone che non hanno ancora accesso all’energia e a beni di prima necessità.

Come attivisti e attiviste, anzi come giovani di una generazione a cui “hanno rubato il futuro” e a cui stanno rubando il presente, ci sentiamo offes* e schifat* dall’umanitarismo retorico adottato strumentalmente per legittimare una posizione politica classista: la dipendenza dei cosiddetti paesi in via di sviluppo dalle fonti fossili è mantenuta dall’occidente, che grazie al mercato globale è maggiore acquirente di beni prodotti lì con tasso di emissioni elevate.

La crescita del PIL nei paesi in via di sviluppo, quindi, non coincide necessariamente con un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione (anche solo per la densità di emissioni che si va a registrare): da noi arrivano prodotti a basso costo e là rimane l’inquinamento, lo sfruttamento del lavoro e la povertà.

Se iniziassimo a contare le emissioni al consumo, piuttosto che alla produzione, avremmo un quadro più veritiero delle responsabilità climalteranti a livello mondiale. Anche perché la distribuzione della ricchezza è sempre più diseguale. Basti pensare che la maggioranza dei poveri del mondo vive oggi in paesi a reddito medio. Senza negare le dovute differenze tra paesi, crediamo sia necessario focalizzarsi di più sulle differenze all’interno dei vari paesi e riportare il discorso politico in termini di diseguaglianza tra super ricchi e ceti medi sempre più impoveriti, tra poveri e poveri assoluti.

E qui possiamo essere noi a suggerire a Cingolani di leggere meglio alcuni numeri. Parliamo, ad esempio, delle cifre che si contano nei profitti delle compagnie energetiche e delle multinazionali, dei grandi monopoli della logistica, oppure dei grandi patrimoni, dei beni di lusso come yacht, ville e jet privati che inquinano quanto intere nazioni dell’Africa.

E sempre parlando di numeri, potremmo iniziare a fare anche le divisioni, oltre che le addizioni sul PIL e le sottrazioni ai consumi individuali; potremmo iniziare a ridistribuire un bel po’ di quella ricchezza di pochissimi e garantire reddito di base a tutt*. Per combattere l’inquinamento, potremmo dimezzare l’orario di lavoro a parità di salario, essendo l’inquinamento strettamente dipendente dai consumi legati al lavoro e alla riproduzione del capitale.

Che la transizione ecologica inizi subito, ministro Cingolani, e che a pagare siano i nemici del clima, i veri responsabili della crisi ecologica e sociale, perché sa com’è, noi siamo giovani e impazienti e di tempo e di vita da perdere, non ne abbiamo proprio più.

 

L’articolo originale può essere letto qui