L’uso delle parole è sempre importante. Purtroppo a volte le parole sono scelte più per confondere che per farsi capire. Ecco che nell’India del Governo della destra induista del Bharatiya Janata Party (BJP) guidato dal Premier Narendra Modi, un folle progetto immobiliare finalizzato a costruire un gigantesco complesso turistico-finanziario che dovrebbe estendersi su 680 Kmq di foresta dell’isola di Little Andaman abitata dai popoli indigeni della Onge tribal reserve di Little Andaman è stato ribattezzato “piano per lo sviluppo sostenibile”. Secondo Pankaj Sekhsaria, un ricercatore del Department of humanities and social sciences, dell’Indian Institute of Technology Delhi (IIT-Delhi), “Il Sustainable Development of Little Andaman Island – Vision Document, è la proposta della NITI Aayog [la commissione politica governativa] per sfruttare la posizione strategica e le caratteristiche naturali dell’isola. Questa Vision prevede la realizzazione di una nuova città costiera green, che sarà sviluppata come zona di libero scambio e competerà con Singapore e Hong Kong”. La proposta che metterà a rischio un fragile ecosistema e provocherà lo sfratto del popolo Onge dalle terre ancestrali dell’isola colonizzata prima dall’Impero Britannico e poi dall’Unione Indiana, preoccupa molto attivisti e ambientalisti che in questo ultimi anni hanno cercato di proteggere le Andamane da molti imprenditori senza scrupoli.

Come abbiamo più volte scritto, infatti, per anni i tour operator indiani hanno venduto veri e propri “safari umani” nelle isole Andamane all’interno della riserva degli Jarawa, una popolazione uscita solo recentemente dall’isolamento. Nonostante le promesse del governo indiano di vietare tale pratica, migliaia di turisti ogni anno viaggiano lungo una strada che attraversa la foresta trattando gli indigeni come animali in un parco safari e rischiando di trasmettere involontariamente, come fecero i primi conquistatori europei, malattie ai membri della tribù indigena, che hanno poche difese immunitarie verso le malattie esterne. Nel 2002 la Suprema Corte dell’India aveva stabilito che la strada andava chiusa, ma in realtà è rimasta sempre aperta nonostante le pressioni da parte delle ong che difendono i diritti umani di questi popoli minacciati. Nel 2013, il Governo delle Andamane aveva promesso di aprire una rotta marittima verso le destinazioni turistiche più popolari delle isole per impedire ai turisti di attraversare la riserva indigena in macchina, ma anche se questa rotta è stata resa operativa, al momento sono pochi i tour operator che la utilizzano e il mercato dei “safari umani” è ancora molto fiorente.

Ora a minacciare i popoli delle Andamane non ci sono solo i “safari umani” tra gli Jarawa delle agenzie turistiche indiane, ma una proposta governativa che definisce sostenibile l’insostenibile. Secondo Sekhsaria “anche se è stato completato diversi mesi fa, il progetto Vision non è ancora consultabile pubblicamente, ma una chiave per capire di cosa si tratti è il paragone fatto dal governo indiano con Singapore. Al momento si prevede la costruzione di una mega-city con resort “sottomarini”, casinò, campi da golf, centri congressi, complessi di uffici plug-and-play, un aeroporto per droni con sistema di consegna completamente automatizzato, istituti di cure naturali e molto altro ancora”. In questo progetto che, con la scusa dello “sviluppo verde” devasterà un’intera isola, non potrà mancare un aeroporto internazionale in grado di gestire tutti i tipi di aeromobili, perché “Tutti i casi di studio e riferimenti di successo studiati dal team di visioning indicano che un aeroporto internazionale è la chiave per lo sviluppo”. L’unico molo dell’isola sarà infine ampliato e verrà sviluppato un porto e una tangenziale greenfield di circa100 km che sarà costruita parallelamente alla costa da est a ovest e sarà integrata con una rete di trasporto rapido di massa con stazioni a intervalli regolari.

Oltre al fatto che attualmente la densità di popolazione delle Andamane è di 47 persone per kmq, mentre a Singapore è di 7.615 persone per kmq e il suo reddito pro capite è di 1.789 dollari rispetto ai 55.182 dollari di Singapore, è lo stesso documento presentato dala NITI Aayog a sottolineare che “Ci sono alcuni fattori che potrebbero impedire a Little Andaman di diventare la nuova Singapore e trasformarla in un vero e proprio gioiello per il Paese”. Tra questi “fattori” ci sono la mancanza di buoni collegamenti con la lontanissima terraferma e le grandi città globali; la fragilità di una biodiversità e di ecosistemi naturali unici, la vulnerabilità geologica del luogo, che è stato tra i più colpiti dalla combinazione terremoto-tsunami nel 2004, alcuni rilievi già avanzati dalla Corte Suprema che rappresentano un ostacolo alla cementificazione, and last but not least “La presenza di tribù indigene”.

Visto che circa 640 kmq di Little Andaman sono “Reserve Forest” ai sensi dell’Indian Forest Act, e quasi 450 kmq sono protetti come Onge Tribal Reserve, e il Vision Document ha bisogno di 240 kmq di questo territorio, le soluzioni suggerite sono semplici e dirette: “eliminare il 32% della riserve forestali e annullare l’istituzione della Onge Tribal Reserve su 138 kmq o il 31% della riserva tribale […] trasferendo gli indigeni in altre parti dell’isola”. E secondo le informazioni di Sekhsaria “È quello che sta a quanto pare già succedendo, ancor prima dell’approvazione degli atti ufficiali”.

Al momento il piano non ha dettagli finanziari, un budget o inventario della ricchezza ecologica che andrebbe persa e nessun dettaglio di una qualche valutazione di impatto. Per questo il Divisional Forest Officer di Little Andaman ha espresso serie preoccupazioni sul progetto, sottolineando come “Un così grande cambiamento d’uso del terreno forestale causerebbe un’evidente perdita ambientale con conseguenti danni irreversibili”. Il progetto comporterebbe l’abbattimento di almeno 2 milioni di alberi, interesserebbe gli habitat di vari animali selvatici, comprese le tartarughe marine liuto in via di estinzione, e avrebbe un impatto devastante sull’equilibrio sociale ed economico del popolo Onge che è da decenni in sofferenza. Sekhsaria ci ricorda che “Quando il team del governo andò a Little Andaman nel 1964-65, l’intera isola era una riserva tribale, le foreste non erano sfruttate e gli Onge erano gli unici residenti dell’isola dove vivevano da migliaia di anni. Mezzo secolo di ‘sviluppo’ dopo, la Riserva degli Onge è di circa il 30% più piccola (più di 200 kmq di foresta sono stati ceduti per insediamenti, piantagioni, agricoltura), le foreste rimanenti sono sotto pressione crescente e per ogni Onge su Little Andaman ci sono ora circa 200 individui che vengono dall’esterno. La terra degli Onge non è più la terra degli Onge. Cos’altro c’è da dire?”. Purtroppo niente, se non che questo progetto è quanto di più distante si possa immaginare dall’idea di sostenibilità!

 

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