Il clima politico e culturale che si sta venendo ad affermare non ha nulla a che spartire con un clima democratico. Si è alzata volutamente la conflittualità sul tema del Green Pass, in modo da tralasciare tutti gli altri argomenti che attraversano la nostra società e al contempo permettendo a Confindustria di gioire nel bene e nel male, dato che il Green Pass lascia agli imprenditori una totale discrezionalità di gestione dalle chiare finalità di ritorsione.

Dal 15 ottobre, chi non possiederà il Green Pass non perderà il posto di lavoro, non sarà sospeso, ma sarà lasciato a casa senza stipendio e senza maturare i contributi della pensione. Non c’è retorica che tenga: si tratta di un dispositivo punitivo contro i lavoratori non-vaccinati, ma che in realtà è solamente un paradigma che verrà esteso più avanti.

Il Consiglio d’Europa con la risoluzione n. 2631 del 27 gennaio 2021 aveva disposto: “L’assemblea invita gli Stati membri e l’Unione Europea ad assicurare:

– che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno può essere sottoposto a una pressione politica, sociale o di altro genere affinché si vaccini se non desidera farlo;

– che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato a causa di possibili pericoli per la salute o perché non vuole farsi vaccinare.”

Le norme europee prevalgono su quelle nazionali. Infatti, l’art. 9 del decreto-legge 52/2021, che introduce il Green Pass prevede espressamente l’applicabilità delle norme italiane solo se compatibili con il Regolamento CE 953/2021. Cosa che a quanto pare sembra scomparsa a causa di un obbligo surrettizio.

Tenendo conto che il Regolamento CE 953/2021 stabilisce al “considerando” 36 che “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate – e che – (…) il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati”, il vuoto normativo si apre anche nei confronti del diritto al lavoro e dei diritti dei lavoratori.

Il Green Pass travalica le conquiste nel mondo del lavoro semplicemente ponendo se stesso e la nuda vita prima di qualsiasi altra cosa. Gli imprenditori, attraverso un pass, possono ricattare i lavoratori perché “è il decreto legge che lo prevede”. Oggi si possono commettere discriminazioni e coercizioni senza che nessuno si ribelli.

“Chiunque, mediante violenza o minaccia costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000. La pena è della reclusione da sette a venti anni e della multa da euro 5.000 a euro 15.000, se concorre taluna delle circostanze indicate nell’ultimo capoverso dell’articolo precedente” – così recita l’articolo 629 del Codice Penale che sancisce il reato d’estorsione, che a quanto pare il Green Pass è in grado di scavalcare.

Anche per quanto riguarda la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, con il Green Pass si è ridotto tutto a una questione morale ed individuale, come se tutto dipendesse da noi singoli e non fosse più una questione collettiva. Pensiamo solo ai tamponi anti-Covid: pur essendo un dispositivo di salute e sicurezza sul luogo di lavoro, sono un onere a carico dei lavoratori non-vaccinati. Pur essendo la vaccinazione una possibilità e non un obbligo, ciò che sta passando è che “se non vuoi vaccinarti ti arrangi” senza che, nonostante non vi sia obbligo, tu abbia un’altra scelta.

E così il Green Pass ha permesso di scavalcare ancora una volta un altro obbligo normativo: i dispositivi di sicurezza e salute sul luogo di lavoro come onere del datore di lavoro. La dotazione dei lavoratori dei Dispositivi di Protezione Individuale appropriati ai rischi individuati è un obbligo del datore di lavoro rimarcato dal Decreto Legislativo 81 del 9 aprile 2008. La tutela della salute dei lavoratori costituisce un vero e proprio obbligo del datore di lavoro. Il principio, di rango costituzionale (art. 32 Cost.), è declinato all’art. 2087 c.c.: il datore di lavoro è tenuto, tanto ad astenersi da comportamenti lesivi nei confronti del lavoratore, quanto ad adottare tutte le misure tecnologicamente possibili in materia di sicurezza ed igiene sul posto di lavoro, aggiornandole al passo con lo sviluppo della scienza, al fine di preservare l’integrità psicofisica e la dignità morale dei lavoratori nell’ambiente di lavoro.

Su questo la propaganda mediatica ha martellato affinché si colpevolizzassero le scelte di molti, anche se in realtà si trattava di scelte legittime . Ed ecco che il Green Pass ha inaugurato l’inizio di un nuovo modus operandi fatto di leggi che schiacciano, appiattiscono e cancellano diritti che una volta erano stati conquistati, creando un vuoto normativo che lascia scoperti dalle tutele anche le donne. L’ultima perla di accanimento di questo governo dispone quanto segue con il Decreto del 12 ottobre: “Non sarà più possibile usufruire di maternità, assegni per il nucleo familiare e cassa integrazione o la stessa malattia per chi non ha la certificazione verde. Da oggi, e fino al 31 dicembre, i lavoratori che non hanno il Green Pass sono “assenti ingiustificati” sul posto di lavoro. Di conseguenza non potranno godere di alcun diritto né tutela garantiti dal rapporto di lavoro, salvo la conservazione del posto di lavoro.”

Il tutto mentre i sindacati confederali invece di difendere i diritti del lavoro e dei lavoratori si fanno portavoce del governo e intimano di interrompere qualsiasi sciopero contro il Green Pass.

Alla vigilia dell’introduzione dell’obbligo nei luoghi di lavoro, Confindustria si è accorta improvvisamente di non aver fatto bene i conti, trovandosi davanti al rischio dell’esplosione di un enorme problema di organizzazione della produzione. Ecco cosa succede quando arroganza e stupidità vanno di pari passo. Per questo la lotta dei portuali di Trieste contro l’ennesimo abuso di padroni e governo è sacrosanta. Una lotta che nulla ha a che fare coi fascisti che hanno sfasciato la Sede Nazionale della CGIL sabato scorso e che nulla ha a che fare con le strumentalizzazioni mediatiche delle lotte No Green Pass e con le infiltrazioni neofasciste.

La lotta contro il Green Pass, che adesso sta coinvolgendo fortunatamente anche sindacati di base e aree della sinistra radicale, è una lotta per i diritti, contro le discriminazioni e contro uno strumento coercitivo tecno-politico voluto da chi in questo paese ha fatto di tutto per tagliare la sanità pubblica, il welfare state e il diritto al lavoro.