La Prefettura di Torino ha pubblicato il bando di gara per la gestione del CPR Brunelleschi di Torino

I centri di permanenza per il rimpatrio per le persone migranti (CPR) sono gestiti da Enti privati, una delle anomalie che li differenzia dal sistema penitenziario italiano, pur esercitando la privazione di libertà senza che chi vi è detenuto abbia commesso alcun reato penale, e, come affermato dal Sen. de Falco, senza tutela giurisdizionale.

Come avevamo anticipato Gepsa s.a., multinazionale leader europea delle carceri private, abbandonerà la gestione del CPR di Torino.

L’annuncio è stato dato durante la visita ispettiva dell’On. Jessica Costanzo (Gruppo Misto) avvenuta lo scorso giugno in seguito alla morte di Moussa Balde.

La motivazione addotta per la rinuncia a continuare la gestione è di tipo economico, evidentemente dopo il ribasso avvenuto nel 2018 dei capitolati di appalto, la gestione di una struttura del genere è divenuta insostenibile anche per una multinazionale.

Peraltro anche l’RTI (raggruppamento temporaneo d’imprese) Versoprobo S.c.s. e Luna S.c.s., ex gestori del CPR Corelli di Milano hanno avuto i medesimi problemi, al punto che è stato necessario ridefinire con la Prefettura di Milano il compenso percepito da 27,40 a 42,67 euro al giorno per ogni migrante detenuto.

Il Corelli di Milano è ora gestito da Engel Italia, che gestisce anche il CPR di Palazzo S. Gervasio (PZ).

L’ex gestore del CPR Corelli di Milano (Versoprobo S.c.s.-Luna S.c.s), che si è visto risolto (interrotto) anzitempo il contratto, in un post su Facebook ha evidenziato pubblicamente queste contraddizioni (e non solo).

Nel rapporto pubblicato dopo la visita al CPR Brunelleschi di Torino il 14 giugno scorso a seguito della morte di Moussa Balde, il Garante Nazionale per le persone private della libertà afferma: “Deve tuttavia essere rilevato come in qualche frangente nel corso dell’incontro con il Viceprefetto (delegato per il CPR, n.d.r.) e l’Ente gestore vi siano state una sovrapposizione e una confusione di ruoli tra le due figure, l’una istituzionale committente e l’altra entità privata contrattualizzata, che dovrebbero invece rimanere ben distinte sotto il profilo del necessario controllo ispettivo che la prima deve esercitare sulla seconda”.

Dal rapporto pubblicato dal Garante (pag. 8) nel 2020 la media di permanenza pro capite delle persone migranti nel CPR di MIlano è stata di 9 giorni, a Palazzo S. Gervasio la permanenza media è stata di 58 giorni: con un costo pro capite per migrante a carico del contribuente pari a oltre 6 volte tanto.

Inoltre va detto che l’art. 14 del Dgls 286/98, il “Testo unico sull’immigrazione”, sancisce che la detenzione della persona migrante all’interno del CPR debba avvenire per “il tempo strettamente necessario”.

Torino finora non si è distinta per efficienza: la permanenza media pro capite è stata nel 2020 di 41 giorni, disattendendo la proverbiale puntigliosa efficienza dei torinesi, una permanenza media molto lunga: aspetto che, se certamente ha giovato economicamente al Gestore, ha pesato notevolmente sul contribuente, con un aggravio di costo pro capite quintuplicato rispetto a Milano.

Certo chi subentrerà a Gepsa s.a. erediterà una situazione molto pesante: 2 morti nel giro di tre anni, un’indagine della magistratura in atto, una città profondamente ferita dalla vicenda di Mussa Balde.

Nel bando di concorso ci sono alcuni aspetti che destano degli interrogativi: un capitolato d’appalto intestato alla Prefettura di Torino, un “nuovo schema di capitolato” intestato alla Prefettura di Milano, e soprattutto un allegato: il Regolamento CIE 2014.

Nel capitolato, al punto C comma 3, leggiamo:
“Sono in ogni caso assicurati la visita medica d’ingresso […]” quindi il gestore deve assicurare le visite mediche “d’ingresso”.
Nell’art 3 regolamento CIE 2014 (pag. 4) leggiamo:
“Lo straniero accede al centro previa visita medica effettuata dal medico dell’ASL o dell’azienda ospedaliera […]”

Fino ad ora l’ASL Città di Torino (TO1) non ha effettuato le visite mediche d’idoneità alla “vita in comunità ristretta” (detenzione ai fini di rimpatrio), le visite vengono effettuate dallo staff medico contrattualizzato dal Gestore.

Nella risposta della Prefettura di Torino al Garante Nazionale per i diritti delle persone private della libertà, datata 12 agosto scorso, al punto 4.1 (pag. 9) si legge che l’ASL TO1 avrebbe evidenziato l’insufficienza normativa a tutela della persona immigrata da detenere (ripetiamo: senza aver commesso alcun reato penale).

Continuando a leggere rileviamo che travalicando le prerogative dell’Azienda Sanitaria, la quale dichiara che occorrono visite ed esami approfonditi (scottanti sono il problema della determinazione della minore età e della determinazione di patologie inidonee al trattenimento), oltre ad una visita psichiatrica, la Prefettura afferma che questo è un problema in quanto il migrante, nel frattempo, non può essere privato della libertà in un CPR.

Una visita medica accurata è un presidio di garanzia, uno dei pochissimi, per una persona migrante esposta alla detenzione a fini di rimpatrio, ma questo per la Prefettura di Torino rappresenterebbe, stante la risposta al Garante, un problema.

Questo però rappresenta un problema anche e soprattutto per il gestore e la vicenda di Mussa Balde sembra nei fatti confermarlo: le uniche persone indagate, peraltro con accuse pesanti (omicidio colposo), sono persone dell’Ente gestore.

In pratica, se le attuali cose non cambiano, qualunque cosa dovesse succedere – e le cose come visto purtroppo succedono – sarà il gestore a risponderne in primo luogo.

Nonostante il Regolamento CIE preveda diversamente, il gestore, in base a ciò che è messo nero su bianco nel capitolato e come avvenuto finora, non potrà esimersi dal determinare con le “visite d’ingresso” chi è idoneo alla detenzione e quindi in caso di problemi di esserne considerato responsabile.

Resta da capire come un Gestore – che opera sotto il controllo della Prefettura – che agisse, se non altro per autotutela, in modo “scrupoloso” nella determinazione dell’idoneità alla detenzione, possa venire considerato da una Prefettura che, nella risposta data al Garante Nazionale, ha già definito come problematiche le visite di ingresso accurate.

La presenza all’interno del CPR dei medici contrattualizzati da Gepsa s.a. è passata da 144 ore settimanali nel 2018 a 42 ore nel 2019, questo dopo la revisione nazionale dei capitolati di appalto.

Difficile non interpretare questa diminuzione della presenza di medici come un segno dell’estrema difficoltà oggettiva, dal punto di vista economico, nel garantire le cure alle persone detenute, ma che per legge devono essere comunque assicurate: la negligenza è ovviamente materia penale, e coinvolgerebbe il gestore.

Inoltre il CPR di Torino è molto monitorato, ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) ha pubblicato il “libro nero sul CPR di Torino”, Legal Team Italia, LasciateCIEntrare, sono tutti molto attivi, l’attività della Garante Comunale Monica Gallo, instancabile.

La cittadinanza torinese, che si è stretta nell’ultimo saluto a Moussa Balde, si è inequivocabilmente espressa sul fatto che il CPR Brunelleschi è una ferita per la città.

A Torino si è svolta la grande manifestazione dei giuristi piemontesi che con forza si è pronunciata contro le criticità dell’istituto della detenzione in attesa di rimpatrio e del CPR di Torino.

Il nuovo gestore si troverà pertanto in un’inevitabile situazione di esposizione su tutti i fronti: economica, penale e d’immagine.