A fronte della sua visita ispettiva al centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) Corelli di Milano, durata due giorni, abbiamo intervistato il Sen. Gregorio de Falco

Dopo la visita al CPR di Milano de Falco (Senatore, Gruppo Misto) ha scritto un lungo resoconto dal titolo “Delle pene senza delitti” – titolo che sottolinea come la detenzione, la privazione di libertà nei CPR, avvenga senza che la persona abbia commesso alcun reato penale – e ha presentato una diffida e due esposti.

Abbiamo quindi deciso di porgli alcune domande sulla detenzione ai fini di rimpatrio, argomento spinosissimo e – in particolare dopo la morte di Moussa Balde nel CPR Brunelleschi di Torino – diventato sensibile nell’opinione pubblica.


Il 5 e 6 giugno scorso lei ha fatto una visita al centro di permanenza per il rimpatrio, il CPR, Corelli di Milano, a nostra memoria la visita più dettagliata e più dettagliatamente descritta mai effettuata in queste strutture di detenzione. Cominciamo con il ruolo della Prefettura: cosa ci può dire al riguardo?

Il Prefetto, che in sede locale rappresenta unitariamente la Pubblica Autorità, prende in carico il soggetto trattenuto, anche attraverso il controllo dell’attività delegata al soggetto privato gestore del CPR (i CPR sono gestiti da Enti privati, n.d.r.). La legge e le disposizioni rilevanti assegnano, infatti, a tale organo dello Stato la prioritaria responsabilità in relazione all’istituto del trattenimento amministrativo in cui persone vengono private della libertà personale, pur senza aver commesso ed essere stati giudicati responsabili per fatti che comportano la detenzione, ed in assenza di una tutela giurisdizionale (al contrario del sistema penitenziario: in pratica non c’è una normativa a tutela e garanzia dei detenuti a fini di rimpatrio, n.d.r.), in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Il legislatore ha ritenuto evidentemente che le condizioni di trattenimento amministrativo non necessitassero di una tutela pervasiva come quella giudiziaria, verosimilmente immaginando un’estrema brevità del trattenimento e condizioni di vita nettamente migliori rispetto a quelle carcerarie, quindi paragonabili a condizioni di vita ordinarie. E tuttavia la sostanziale abdicazione (rinuncia da parte della Prefettura, n.d.r.) alle doverose funzioni di controllo del gestore privato e di coordinamento delle altre pubbliche amministrazioni concorrenti (Regione, Comune, nell’ambito delle rispettive responsabilità), in talune circostanze riscontrate comporta:
– la lesione dei diritti personali fondamentali dei trattenuti (detenuti ai fini di rimpatrio, n.d.r.), che solo formalmente sono garantiti da disposizioni e regolamenti, privando di tutela efficace la loro salute ed integrità fisica;
– la irresponsabilità del gestore;
– in sostanza l’inefficienza del sistema, anche sotto il profilo economico.


Durante la sua visita l’atteggiamento delle persone migranti detenute è stato ostile? Si è sentito in pericolo?

Certo che no! Anzi, alla fine della nostra visita il 6 giugno, abbiamo ricevuto addirittura il calore di un lunghissimo applauso. D’altra parte quelle persone avevano compreso che la nostra visita non era il solito pro forma, ma era volta a verificare le condizioni generali di trattenimento e la compatibilità della restrizione della libertà di ciascuno di loro con le eventuali, specifiche e personali condizioni personali di fragilità, indagando, altresì, che le persone ricevessero un trattamento rispettoso della dignità umana. Si deve evidenziare che si tratta di persone trattenute per il fatto di non avere – o di non avere più – i documenti che li autorizzino a stare nel nostro Paese. Non si tratta di una sanzione conseguente ad un comportamento, ma poiché sono stranieri senza permesso di soggiorno.


La detenzione delle persone migranti, è soggetta ad un nulla osta medico-legale che attesta l’idoneità alla condizione di privazione di libertà e alla vita in comune all’interno dei CPR: queste visite come vengono effettuate?

In ognuno dei numerosissimi colloqui con i trattenuti è emerso in primo luogo che i risultati delle visite sono trasfusi in prestampati, i quali contengono dichiarazioni di compatibilità (alla “vita in comunità ristretta”: la detenzione nel CPR, n.d.r.) sempre molto vaghe e generiche, senza alcuna indicazione dei fattori concreti in base ai quali tale compatibilità sarebbe stata stabilita.
È emerso anche che le visite non vengono effettuate da medici nell’esercizio di un rapporto pubblicistico (con operatori del servizio sanitario nazionale: l’ATS nel caso di Milano, n.d.r.), ma da medici legati da un rapporto di lavoro privato con il gestore del Centro, e non sono effettuate preso strutture pubbliche. Ciononostante, gli attestati d’idoneità vengono inspiegabilmente redatti su carta intestata alla ATS (Agenzia di tutela della salute, n.d.r.). Com’è noto la norma prevede che le visite siano effettuate da un medico della ASL o dell’Azienda ospedaliera in strutture pubbliche (Art. 3 Regolamento CIE 2014), mentre risulta che esse vengono spesso effettuate presso la Questura, e per altro senza porre alcuna distinzione tra coloro che sono destinati ai Centri di accoglienza e quelli che invece devono essere destinati al CPR.
Le visite mediche effettuate in un luogo diverso dal CPR non consentono di tener conto delle condizioni e dei servizi effettivamente disponibili in quest’ultimo, traducendosi in una visita medica esclusivamente formale.
L’accesso alla vita in comunità ristretta presuppone, come prescrivono le disposizioni vigenti, una visita approfondita volta a scongiurare che il soggetto sia affetto da malattie infettive o da condizioni di fragilità. Tuttavia nel corso della visita ispettiva si è avuta notizia della presenza di soggetti epilettici (assolutamente incompatibili con la detenzione nei CPR, n.d.r.), e si è, invece, direttamente constatata la presenza di soggetti psichiatrici, di tossicodipendenti e di altri soggetti fragili.
La mancata stipula del protocollo sanitario tra Prefettura ed ATS e con il SERD (Servizio per le Dipendenze Patologiche), alla quale deve provvedere il Prefetto (la norma stabilisce, infatti, che il Prefetto “provvede” alla stipula, e non gli consente alcuna discrezionalità), impedisce alle persone trattenute di poter contare sul sistema sanitario nazionale, per le valutazioni mediche obiettive, per poter avere accesso alle cure e alle visite specialistiche, e per il controllo indispensabile sul cibo somministrato dal gestore.
Ulteriore conseguenza della mancata stipula del protocollo sanitario e con il SERD per le persone tossicodipendenti, che pur essendo in condizioni di fragilità sono comunque, di fatto, trattenute, è che esse non possono essere assistite.
È di tutta evidenza, quindi, che l’istituto, alla cui responsabilità concorrono soggetti pubblici e privati, non tutela di fatto, a dispetto delle norme, il diritto fondamentale alla salute ed all’integrità fisica.
Infine, la mancata stipula del protocollo sanitario ha un’ulteriore conseguenza sulla verifica della permanenza delle condizioni personali di compatibilità con il trattenimento in comunità ristretta, poiché, com’è dimostrato, la permanenza in un CPR danneggia l’equilibrio psicofisico, e quindi sarebbe necessario che vi fosse un monitoraggio costante effettuato da un medico del servizio sanitario nazionale disinteressato alla permanenza dello straniero nel CPR. È lo stesso direttore del Centro che, il 26 maggio 2021 afferma: “[…] oltre metà degli ospiti assume ad oggi terapia di natura psichiatrica, circa il 15% degli ospiti ha mostrato nel corso del tempo un peggioramento importante delle condizioni psicologico-psichiatriche”. La stima del direttore è forse riduttiva, poiché, da quanto abbiamo constatato e dalle cartelle cliniche che ci sono state consegnate dagli interessati, la quota di trattenuti che fa uso di terapia psichiatrica sembra essere molto superiore alla metà: è stato raro incrociare sguardi che non lasciassero intravvedere alterazioni. L’uso abbondante di ansiolitici ed anti-epilettici (come da noi documentato) dimostra che il presidio medico è in forte difficoltà nel tentativo di allentare le tensioni e lo stress palpabili nel Centro. E d’altra parte, gli atti di autolesionismo, ed anche i tentativi di suicidio, sono frequentissimi e statisticamente in aumento.


Pressenza da tempo denuncia che la detenzione nei CPR è dannosa per la salute psicofisica delle persone migranti, lei nel 2019 ha fatto parte della Commissione igiene e sanità, cosa ci può dire della gestione della salute e dell’accesso alle cure, sanciti per legge, all’interno del Corelli?

Oltre quanto già detto, occorre evidenziare che le condizioni psico-fisiche degli stranieri trattenuti risentono inevitabilmente delle condizioni di abbandono e di sospensione in cui si vengono a trovare, per un periodo di tempo non noto al soggetto, poiché allo scadere del termine circa metà di loro vengono rilasciati in strada, e soggetti ad una nuova “cattura” e ad un nuovo periodo di trattenimento. Inoltre, il gestore del CPR avrebbe il dovere di organizzare attività per coinvolgere gli interessi dei trattenuti, sia culturali che sportive, mentre abbiamo accertato che l’unica attività nel CPR di Via Corelli consiste nel guardare la televisione e, raramente, “per gentile concessione del gestore” una partita a carte.


Non risultano studi epidemiologici da parte dell’Istituto Superiore di Sanità sulla salute delle persone private della libertà nei CPR, inoltre risulta che ispezioni nelle strutture, da parte del SSN o del Ministero della Salute, non vengano praticamente effettuate, se non in rarissimi casi. Cosa ne pensa?

Al riguardo si deve ribadire che, come già detto, non esiste un protocollo sanitario con la ATS Lombardia, e a tale situazione consegue la impossibilità per il servizio sanitario nazionale di monitorare la situazione nel CPR, non potendo quindi fornire nessun contributo agli studi epidemiologici posti in essere dall’Istituto Superiore di Sanità.


Lei fa parte del Comitato parlamentare Schengen, Europol e immigrazione, il Testo unico sull’immigrazione, impianto normativo che regola ciò che concerne le persone di origine straniera che entrano nel nostro Paese, sancisce che la detenzione nei CPR deve avvenire esclusivamente a fini di rimpatrio, come misura ultima e per il tempo strettamente necessario al rimpatrio: questa norma è rispettata?

Purtroppo no. Sebbene le persone siano trattenute per mesi e mesi, i rimpatri sono molto pochi, e anzi la percentuale di quest’anno, che al momento pari a circa il 50%, è in realtà superiore a quella effettiva, poiché risente del gran numero di rimpatri di tunisini, conseguenza di un accordo economico raggiunto di recente, ma che è ormai bloccato da giugno, anche perché in molti dei Paesi di destinazione del rimpatrio, come in Tunisia, le condizioni politiche, sociali ed economiche sono drammaticamente peggiorate.


A fronte della visita ispettiva al CPR Corelli lei ha inviato una diffida alla Prefettura e all’Ente gestore della struttura, successivamente ha presentato 2 esposti: ci può descrivere le ragioni che l’hanno spinta a farlo?

Le diffide erano riferite ad alcuni specifici casi di soggetti fragili che venivano trattenuti non tenendo conto dell’incompatibilità delle condizioni di tali persone con la vita in comunità ristretta. È da evidenziare che persino il gestore, avendo rilevato l’insostenibilità della situazione, mi ha sollecitato ad assumere ulteriori iniziative in tal senso, sebbene il gestore non potesse certo chiamarsi fuori dalla propria corresponsabilità in ordine alla situazione. In buona parte i casi segnalati sono stati fatti oggetto di una rivisitazione e nei loro confronti sono stati adottati provvedimento di rilascio.
Per quanto riguarda i due esposti, in un caso è stato necessario presentarlo poiché i trattenuti avevano denunciato un’aggressione da parte delle forze dell’ordine alla fine d maggio del 2021. Ho assunto la decisione di presentare l’esposto quando ho rilevato elementi di riscontro a tali dichiarazioni nei referti e le cartelle cliniche, assolutamente coerenti con l’ipotesi di commissioni di reati gravissimi, sino alla tortura. Per cui è stato necessario chiedere alla magistratura di accertare la realtà dei fatti.
Il secondo esposto riguarda, invece, proprio la mancanza di protocollo sanitario tra Regione e Prefettura, che è atto doveroso, al cui coordinamento “provvede” il Prefetto come stabilito dall’articolo 3 comma 8 del Regolamento CIE 2014. Nel contesto di tale esposto ho chiesto anche l’opportunità di disporre il sequestro del CPR stesso.


La situazione che lei ha trovato a Milano riguarda solo quel CPR, oppure le criticità riscontrate riguardano più in generale la gestione della privazione di libertà ai fini di rimpatrio e quindi anche gli altri CPR?

Ho ispezionato anche il CPR di Ponte Galeria a Roma e l’hotspot di Lampedusa. In entrambi si riscontrano gravissime criticità che in generale sono conseguenza delle indecorose condizioni di vita alle quali sono costretti i trattenuti. Inoltre, ho constatato sia a Roma sia a Milano il mancato rispetto della libertà di corrispondenza a causa del sequestro dei telefonini personali, anche se nel Centro di Via Corelli la lesione di tale diritto è forse perpetrata in modo più grave. Tale lesione si ripercuote, ovviamente, anche sul diritto di difesa. Nel CPR di Milano, ma anche in tutti gli altri, si assiste alla graduale erosione per via amministrativa dei diritti fondamentali del trattenuto ad opera di prassi amministrative che dilagano lì dove la legge non dispone, a differenza dell’ambiente carcerario, per il quale le norme dell’ordinamento penitenziario costituiscono un presidio di legalità. Le prassi amministrative distorcono e rendono inattuabili anche quelle poche disposizioni, come il Regolamento CIE, che dovrebbero proteggere i singoli proprio dall’arbitrio dell’amministrazione. E allora quel baluardo si manifesta per quello che è: un velo ipocrita lì dove non v’è alcun controllo reale, né informale, né giudiziario. Recentemente le prefetture hanno impedito l’accesso ai giornalisti in queste strutture, e d’altra parte, non esiste un controllo giudiziario di legalità corrispondente a quello esercitato nell’ambito carcerario dalla magistratura. In altri termini, è ora di prendere coscienza che è l’istituto stesso della detenzione amministrativa che, si ripete, comporta la privazione della libertà di un soggetto per quello che è: un cittadino extraeuropeo senza documenti e non per quello che fa o ha fatto, così concepito e disciplinato a porre serissimi dubbi di legittimità e di compatibilità con lo stato di diritto. Quello stato cui la persona trattenuta è affidata in custodia.


Nel luglio 2020 in audizione davanti al Comitato parlamentare Schengen, Europol e immigrazione (
versione pdf, link al sito), la Ministra dell’Interno Lamorgese ha dichiarato che i posti disponibili nei CPR erano circa 250, dai dati ufficiali diffusi il giugno scorso dal Garante Nazionale (pag. 8), peraltro rilasciati dal Viminale, risulta invece che nel periodo di quell’audizione i posti effettivi disponibili fossero 563. La percentuale di rimpatri delle persone detenute nei CPR si aggira, negli anni, mediamente intorno al 50%. Solo l’anno scorso più di 2.000 persone sono state inutilmente detenute a spese dello Stato. Lamorgese ha dichiarato più volte necessario aumentare il numero dei CPR in Italia: è davvero necessario? Ma soprattutto: è davvero necessaria una detenzione, una privazione di libertà, ai fini di rimpatrio?

I dati stessi del Viminale ammettono che solo il 50% dei trattenuti è poi rimpatriato. Quando il rimpatrio non è materialmente praticabile (per l’assenza di accordi, per chiusura temporanea delle frontiere, ecc.), per cui il trattenimento si chiude con il rilascio ed un documento d’invito a lasciare – autonomamente ed a proprie spese – il Paese, diventa privo di senso e ragione, e quindi, per ciò stesso illegittimo, oltre che inutilmente costoso per l’erario dello Stato. Al di là delle fondamentali considerazioni di ordine giuridico e di civiltà, per le quali è chiaramente intollerabile pagare un prezzo così alto in termini di lesioni di diritti e dignità della persona, a fronte di un’azione che in definitiva ha solo ed esclusivamente finalità politica e simbolica, e nessuna rilevanza concreta sotto il profilo operativo, è pertanto lo stesso istituto del trattenimento amministrativo (la detenzione, la privazione di libertà a fini di rimpatrio, n.d.r.) a dimostrare di essere insuscettibile di raggiungere lo scopo e di rappresentare, quindi, un costo inutile. È chiaro che il Ministro Lamorgese ha reso quella dichiarazione per una questione di equilibri politici.