Grande spazio hanno avuto opere declinate al femminile con protagoniste delle donne.

Presentando “Medea” il regista russo Alexander Zeldovich ha spiegato che l’obiettivo che si è posto è un film “che porti lo spettatore a confrontarsi con il trauma umano più elementare, quello dell’irreversibilità della nostra esistenza.” Per evitare di perdere l’uomo che ama e padre dei suoi figli, la protagonista commette un omicidio che porta il partner ad abbandonarla; si sente tradita, non vede riconosciuto il suo atto d’amore (tale considera il crimine commesso), la sua esistenza precipita nel vuoto e non viene riempita né dal sesso né dalla religione. Il desiderio di vendetta ha il sopravvento e conduce alla tragedia finale.

Israele, dove la coppia si trasferisce, è attesa come la terra promessa dove tutto può ricomporsi, ma si rivela come una pura costruzione dell’immaginario desiderato dalla coppia e sarà invece la meta nella quale l’amore arriverà al suo capolinea.

Un film con una trama e un ritmo che reggono bene e che insieme ad alcune suggestive allusioni, permettono al regista di vincere la difficile sfida che devono affrontare tutti colori che cercano di trasferire al giorno d’oggi le grandi opere dell’antica Grecia.

“After blue” è un film del regista francese Bertrand Mandico, che l’ha presentato con queste parole: “Ho voluto tessere un’ode al cinema e alle attrici, un’avventura singolare e universale, prendendo in prestito le strutture del western, la crudeltà delle favole antiche e il lirismo della fantascienza.” In un indeterminato futuro, su un pianeta sconosciuto, una giovane donna, Roxy, libera una criminale sepolta nella sabbia, che le promette di esaudire i suoi più inconfessabili desideri. Una volta riacquistata la libertà, la delinquente penetra nel corpo di Roxy stimolandole un piacere immenso e contemporaneamente commette nuovi efferati crimini. La comunità ritiene che Roxy e sua madre siano responsabili dell’accaduto e le condanna a partire verso territori inesplorati alla ricerca della criminale, viaggio che si trasformerà in una serie d’incontri misteriosi e spettrali.

After blue” è un pianeta abitato solamente da donne, che qui sembrano aver cercato un nuovo ambiente dal quale ripartire per costruire una realtà che non ripercorra gli errori del passato che hanno condotto a enormi disastri ambientali. Ma un mondo tutto al femminile non pare sottrarsi ai conflitti di potere, dove le gelosie, se non addirittura l’odio, sembrano prevalere sulla complicità tra donne; dove le delimitazioni di campo sono definite da appartenenze identitarie; dove la violenza – sia praticata, sia evocata – non ha certo un posto secondario in questa comunità femminile autosufficiente, nella quale le donne si riproducono tramite inseminazione con piante che sembrano interagire con loro. In questa natura particolare con profili quasi umani l’acqua ha un posto preponderante nelle immagini come nei suoni.

Il maschio è assente, ma evocato in più di un’occasione e il membro maschile, espulso dalla quotidianità, riappare stilizzato su alcune piante.

Un film che si può guardare come una grande favola o nel quale, con qualche fatica, si può scavare tra le tante allusioni e suggestioni. ”Ho immaginato la conquista di un nuovo mondo, simile a quello dell’America, coi suoi pionieri, ma in scala planetaria con una coscienza ecologica eretta quasi a religione, in cui si rinuncia alle macchine e all’informatica. Un mondo After Blue che viene dopo l’attuale “Pianeta blu” con regole che finiscono per diventare eccessive e feudali …. Ho immaginato un pianeta nel quale un virus elimina gli uomini: sopravvivono solo le portatrici di ovaie che donano la vita. Un’utopia non ideologica ma biologica… Convoco il mito, che confronto con il mondo moderna, amo l’idea di far coesistere Sergio Leone e Vera Chytilovà” ha spiegato il regista. Un film interessante …. ma forse più adatto ad un’altra, più giovane generazione rispetto alla mia.

“La Place d’une autre” (Secret Name) è della regista francese Aurelia Georges, la quale così ha presentato il film: “Ho raccontato una storia di ribellione sociale e di emancipazione femminile, ricca di suspense. Volevo un racconto di luci e ombre che fosse acuto, romantico e intimo.” Ci è riuscita.

La vicenda inizia nel 1914, quando Neila, per sfuggire ad un’esistenza povera e infelice parte come infermiera per il fronte. Durante un bombardamento assiste Rose, una giovane di buona famiglia che sembra non riuscire a sopravvivere a causa delle ferite riportate; ne assume l’identità e si presenta, come lettrice, alla ricca signora svizzera presso la quale era diretta Rose. Da qui seguiranno colpi di scena e intrigati conflitti.

“Mi avreste volute con voi anche se ero la figlia di una lavandaia?” chiede Neila alla signora presso la quale lavora, che interpreta la domanda come una battuta di spirito: una persona così affabile, affidabile e ben educata non può che provenire dalla loro medesima classe sociale. Un film tutto al femminile che, dentro tale contesto, riesce bene ad evidenziare una linea, che non può essere superata, che separa le classi sociali e ne norma le relazioni con specifiche modalità all’interno di ognuna. E infatti la ricca Rose viene rinchiusa in un manicomio, perché non viene creduta nella sua appartenenza sociale, altrimenti il suo destino sarebbe stato ben diverso.

La menzogna ricopre un importante ruolo in tutta la narrazione; è una menzogna che si mantiene fedele alle scelte compiute e alla convinzione di Neila di essersi semplicemente riappropriata di un’originale e ingiustificata ingiustizia. Una menzogna che non si trasforma mai in tradimento né delle persone, né delle proprie convinzioni.