Scrittrice, artista, attivista femminista radicale, vittima di revenge porn e molestie negli ultimi anni, di recente continua a subire una catena criminale di violenza psicologica e fisica. Nel silenzio e nell’isolamento.

«Quanto subisco è il quotidiano di ancora troppe donne», come una lama tagliente nel ventre molle di una società che si arroga ancora il diritto di autodefinirsi civile arrivano le parole di una recente diretta instagram di Ilaria Di Roberto. Una società dove qualsiasi donna può essere in pericolo solo perché donna, in cui nel 2021 il patriarcato e il maschilismo continuano ad essere egemoni. Un’egemonia terrorista criminale in cui i carnefici vengono legittimati e difesi e le vittime si cerca di ridurre al silenzio, confinarle in un copione mediatico funzionale al patriarcato stesso. Così funzionale che chi sopravvive ad una violenza – fisica o psicologica – a stupri, molestie, abusi, revenge porn viene condannata, disprezzata, colpevolizzata, emarginata.

Abbiamo ospitato varie volte sue riflessioni, articoli, il racconto di quanto ha subito negli anni e recenti denunce. Ilaria è artista, scrittrice, attivista femminista che negli ultimi anni ha dedicato cuore, impegno e passione accanto ad altre donne. Con l’empatia e la generosità che sgorgano dal cuore. E nell’anima le cicatrici di quel che ha subito in una lunga, disumana, catena criminale. Cicatrici, negli ultimi giorni, anche nel corpo. È lei stessa ha raccontarlo e denunciarlo in alcuni video e post su facebook. La scritta offensiva, perché vittima di revenge porn, con un’istigazione al suicidio, con un fazzoletto sporco di escrementi nella cassetta della posta. Ad una ragazza che per le violenze psicologiche subite e i due casi di revenge porn il suicidio lo ha tentato in passato due volte.

Varie molestie, insulti sui social e per strada, fino all’aggressione nella notte tra domenica 27 e lunedì 28 giugno: Ilaria aveva chiamato i carabinieri dopo che per molte volte anche quella notte le stavano suonando ripetutamente al citofono, dopo l’arrivo di una pattuglia la madre di uno dei ragazzini individuati dai militari per i raid al citofono l’ha aggredita con violenza. Minacce di morte le sono arrivate da chi pare avere un’arma in casa e di averla usata sparando in aria la notte stessa dell’aggressione. Colpi uditi anche da altri vicini di casa che ne hanno informato l’amministratrice di condominio. Il fatto è quindi confermato in maniera incontrovertibile da vari testimoni.

La situazione l’ha raccontata e denunciata lei stessa in un post su facebook a cui doverosamente diamo spazio e voce.

L’inferno a cui ogni giorno Ilaria Di Roberto cerca di sopravvivere, ha sottolineato in una recente videointervista, è frutto anche del clima di odio, omertà, disprezzo, dileggio che vive nel comune in cui risiede, Cori. Dopo la denuncia di quanto accaduto nei giorni scorsi alcuni coresi stanno inviando messaggi e commenti, alla stessa Ilaria e a suoi contatti social che le hanno espresso pubblicamente solidarietà, denigratori e diffamatori in cui – nonostante l’intervento dei carabinieri e i video che documentano in maniera incontrovertibile – negano i fatti e la insultano.

Dopo tanti appelli e richieste di aiuto, per la prima volta ha riportato Ilaria in una diretta instagram sabato sera, la massima autorità civile locale le ha espresso con un post facebook solidarietà e scritto che si attiverà. Sotto il post facebook, quasi una versione paesana del notallmen, tanti hanno avuto come primo pensiero quello di «difendere» la comunità, di chiedere di non generalizzare, che ci sono anche persone buone. Stessa dinamica, appunto, del notallmen, non tutti gli uomini sono uguali. Certo, non tutti gli uomini uccidono, squartano, violentano, si fanno guidare solo e soltanto dal basso ventre, stuprano, molestano. Ma questo per le vittime delle violenze maschili cosa cambia? Davanti alla cultura dello stupro, imperante e in agguato nelle pieghe più svariate della società, e di millenni di patriarcato cosa cambia? Nulla, la verità vera è solo quello. Esercitarsi in affermazioni del genere non cambia nulla, non toglie un solo lapillo all’inferno in terra quotidiana, al terrorismo che le donne subiscono solo in quanto donne. Autoassolve, auto consola e sposta interesse ed attenzione dalla vittima a se stessi. O si diserta e ci si oppone realmente ogni giorno, mettendoci volto e faccia concretamente, o dietro ogni notall si nasconde una complicità di fatto.

Feste, panchine, scarpe rosse scenografiche sono passate da un pezzo, il tema della violenza maschile è finito nel dimenticatoio – ovviamente fino alla prossima mediatica occasione – ma la mattanza e le violenze continuano sistematicamente. In una società dove si è considerate colpevoli per esistere ed essere donne, in cui si viene quotidianamente giudicate e condannate. E chi subisce molestie e abusi, soprattutto se è viva, ancora di più. Sopravvivere è una colpa e, ancor di più, si viene giudicate e condannate per qualsiasi gesto, anche solo quello di respirare. A cui si aggiungono i comodi «portatori di ogni soluzione possibile» (tanto non sono loro a subire) à la carte.

Frasi come non ci pensare, lasciati scivolare tutto addosso, cerca la pace interiore, non odiarli e simili sono all’ordine del giorno. Ti picchiano, ti insultano, ti trattano come se fossi un oggetto che si deve offrire alle grinfie di perversi depravati immondi, vieni stuprata nel web o per strada? Se ti rimangono cicatrici nell’anima e nel corpo, se stai male e vivi l’inferno in terra, la colpa – alla fine della fiera – è tua. Ovviamente fino alla prossima panchina rossa, alla prossima passerella mediatica, al prossimo influencer vip dietro cui si corre come scimmiette e pecorelle, alle prossime scarpette rosse scenografiche.

«Quanto subisco rispecchia il concetto di femminicidio in vita, non siamo un sesso debole, siamo sopravvissute»