John Cage chiese all’autista di fermarsi. L’Avenida Paulista, da sempre sede del potere economico brasiliano, vide il grande artista mettersi a saltare e ballare, bambino felice. Poco più di tre chilometri, diritta e larga, la nuova arteria urbana venne costruita nel punto più alto della città, all’inizio del secolo XX, affinché i baroni del caffè, i fazendeiros ereditieri di immense ricchezze oriunde del lavoro schiavo, i nuovi imprenditori senza scrupoli pionieri dell’industrializzazione incipiente, i commercianti che attraverso il contrabbando riuscirono a costruire imperi che durano fino ad oggi, potessero edificare le loro mansioni, ville dallo stile eclettico, orientaleggiante, con torrette e vitrô monumentali, da incutere rispetto e invidia sulla popolazione di immigrati analfabeti, contrattati per sostituire la manodopera schiava, recentemente abolita. Nel corso degli anni, le ville residenziali vennero sostituite dai grattacieli alla moda, sedi di corporazioni internazionali, banche, uffici. L’Avenida Paulista.

Un rimasuglio di foresta è oggi un piccolo parco, un’oasi verde nel cemento e nel frastuono di sei corsie e due vie esclusive per gli autobus. Sottoterra, il metrô. John Cage scese dalla macchina. Con un colpo d’occhio si rese conto di essere davanti a qualcosa di inusuale, una forma pura, forma nella luce, l’essenza stessa dell’architettura. Quattro enormi sostegni elevano un paralelepipedo di quasi ottanta metri di lunghezza e trenta di larghezza, in cui alla base e al tetto di cemento, si contrappongono quattro pareti di vetro. Una struttura enorme, sospesa, fluttuante, ma conficcata nella terra da quattro giganteschi sostegni dipinti di rosso. Uno spazio vuoto, trasparente sospeso nel vento e allo stesso tempo proveniente dalle viscere della terra.

John Cage ballava sotto il parallelepipedo di vetro e cemento, un vano libero che termina a strapiombo come l’antico belvedere al posto del quale è stato costruito. Un’architettura in cui il formalismo si annulla, un’architettura in cui lo sguardo attraversa il costruito, la luce entra ed esce nell’amalgama perfetta, una architettura in cui l’estetica diventa etica di progetto, e di conseguenza di convivio sociale: il grande vano libero protetto dal parallelepipedo sospeso, è piazza, luogo di incontro, mercatino di antiquariato, assemblea studentesca, cuore umano di una avenida sorta per ostentare ricchezza, per opprimere, per confermare le differenze sociali.

John Cage ballava e cantava, diceva che quella era l’architettura della libertà: Museu de Arte de São Paulo, conosciuto da tutti come MASP. Le opere d’arte, acquistate per una manciata di dollari dalle grandi famiglie europee rovinate dalla seconda guerra mondiale, arrivarono in Brasile per mano di Pietro Maria Bardi, studioso d’arte e agitatore culturale, italiano, amico di artisti e poeti. Picasso, Van Gogh, Cezanne, Renoir, Botticelli, Raffaello, Bosch, Modigliani, Goya e tanti altri, esigevano uno spazio che desse la possibilità di esaltarne l’importanza. Venne costruito il “museo della libertà” in cui in una unica sala, i quadri sono appesi a lastre di cristallo sostenute da cubi di cemento. Nessuna parete a bloccare lo sguardo che corre libero tra le grandi opere di ogni epoca collocate fianco a fianco in un sincero omaggio alla creazione artistica, Picasso, Raffaello, Toulouse Lautrec, El Greco, Tintoretto, Velásquez, Rembrandt… I quadri sospesi a lastre di cristallo, e noi liberi di perderci nel labirinto evanescente dei grandi maestri di ogni tempo. Il salone trafitto dai raggi di luce provenienti dalle pareti di vetro sospeso sopra l’Avenida Paulista, i quadri, il dentro e il fuori, l’interno e l’esterno, il tempo e il silenzio.

Oggi Mario Frias è a Venezia. Dice che approfitterà il momento per visitare le chiese che “secondo me sono molto antiche”. A domanda risponde sinceramente che non sa chi sia il brasiliano a cui la biennale di Venezia ha deciso di elargire il Leone d’Oro. Avrebbe potuto leggere in internet, con un paio di click direttamente dal cellulare, tutte le informazioni necessarie per non fare questa figuraccia. Mario Frias, è il Segretario della Cultura del governo Bolsonaro, il cui primo atto ufficiale fu proprio quello di estinguere il Ministero della Cultura per creare una segreteria speciale, oggi occupata da lui stesso, Mario Frias, di professione fotomodello. La sua bella immagine mezzo nudo sdraiato tra sensuali lenzuola è di dominio pubblico. Oggi riceverà nelle sue mani il Leone d’Oro. La Biennale di Venezia premia le opere di uno dei più grandi architetti del ventesimo secolo, un artista che dedicò la vita alla creazione di opere che potessero coinvolgere la popolazione attraverso l’ uso democratico dello spazio inerente alla loro costruzione, musei, teatri, centri di convivenza, chiese, piazze, palazzi pubblici.

A proposito di piazze, a Milano ce n’è una dedicata a lui. Anzi, a lei. Sì, lei, la grande architetto, è una donna, nacque a Roma nel 1914. Si trasferì a Milano e cominciò a lavorare giovanissima con Giò Ponti, diresse della rivista Domus, diventò amica di Bruno Zevi. In quegli anni maledetti dell’occupazione tedesca, collaborò attivamente con la resistenza. Vide l’Italia distrutta, le macerie della casa dell’uomo. Volle ricominciare tutto. Arrivò in Brasile nel 1946 con suo marito: Pietro Maria Bardi di cui poc’anzi si accennava. Costruì il MASP e fece ballare John Cage.

Oggi il Segretario della Cultura, Mario Frias, simbolo dello sfacelo sociale, politico e culturale, simbolo delle tenebre in cui è piombata la convivenza civile, riceverà il Leone d’Oro. Sorriderà e ringrazierà senza sapere la ragione.

Morì nel suo letto nel 1992 dopo una lunga malattia. Lavorò fino all’ultimo su un progetto per la nuova sede del Comune di São Paulo. Pensava ad un edificio curvo la cui parte concava racchiudesse una piazza dove far giocare i bambini. Pensava ad un semicerchio in cui l’enorme parete posteriore del palazzo fosse avvolta in piante rampicanti e alberi tropicali. Disegnava e dipingeva le sue intuizioni architettoniche da elaborare poi in loco, dove trasferiva il suo studio. Si circondava di giovani e studenti a cui raccontava che l’architettura fatta di ferro e cemento non esiste, la vera architettura è impalpabile, come la materia dei sogni.

Si chiamava Lina Bo Bardi.