Pentagono e Università di Oxford sperimentano microchip anti-Covid

19.04.2021 - Lorenzo Poli

Quest'articolo è disponibile anche in: Portoghese

Pentagono e Università di Oxford sperimentano microchip anti-Covid

Può sembrare tutto molto orwelliano, o forse lo è veramente. In tempi di bio-capitalismo, sostenuto a livello culturale dal transumanesimo, si stanno implementando nuove tecnologie militari, nuovi dispositivi di sorveglianza e sicurezza volti al controllo sociale e nuove scoperte nell’ambito della telemedicina.

Cosa meglio del Covid-19 avrebbe potuto aiutare ad aprire mercati di questo tipo nel bel mezzo di una incessante iper-digitalizzazione delle nostre società?

Cerotti, smart-patch e microchip che, messi a livello cutaneo, potranno vaccinarci e misurare la quantità di anticorpi presenti nel nostro organismo. “Si potranno controllare i dati a distanza”, sembra essere il motto di queste scoperte tecniche.

Nessun “complottismo” o “cospirazionismo”: i vaccini del futuro saranno a base di cerotti, spray nasali, gocce e pillole, ma non è tutto. Microchip installati appena sotto la pelle ci diranno in tempo reale quanti anticorpi abbiamo, qual è il nostro stato di salute e se è necessario trasmettere i dati al nostro medico di base senza muovere un passo da casa.

Questo microchip è stato ideato dagli scienziati del Pentagono, la cui scoperta è stata resa nota a ’60 Minutes’ sulla Cbs. Il colonnello in pensione Matt Hepburn, ex medico militare specializzato in malattie infettive che ha guidato la risposta del Defence Advanced Research Project Agency (DARPA) alla pandemia, ha mostrato la tecnologia nel corso del programma. L’idea nasce dalla lotta per bloccare la diffusione del coronavirus a bordo della USS Theodore Roosevelt, dove 1.271 membri dell’equipaggio sono risultati positivi. “Se i marinai avessero saputo della loro positività si sarebbero sottoposti ad esami sul posto con un prelievo di sangue”, ha sottolineando, spiegando che con questa tecnologia “possiamo avere informazioni sulla positività in 3-5 minuti, fermando l’infezione sul nascere” – ha affermato Hepburn.

Già ad inizio aprile la dottoressa veterinaria e virologa Ilaria Capua sosteneva che bisognava investire sulle nuove forme di somministrazione dei vaccini, dai cerotti, allo spray, passando per i chip.
A gennaio già uno studio dell’Università di Oxford ha portato alla luce un vaccino a spray nasale e dei prototipi di smart-patch vaccinale in fase di sperimentazione a Swansea, sempre nel Regno Unito. Il progetto è stato finanziato dal Galles e dall’Unione europea come “parte della risposta globale alla pandemia”. Doveva essere messo a punto a fine marzo 2021, ma non si è riusciti ad arrivare in tempo. Gli “smart-patch”, fatti di policarbonato o silicone, possono essere applicati autonomamente sul proprio avambraccio e fissati con un cerotto per almeno 24 ore. Il dispositivo, dopo aver iniettato il prodotto sotto pelle tramite microaghi, monitora i biomarcatori prodotti dall’organismo, scansionati successivamente per misurare l’efficacia del vaccino e la risposta immunologica del paziente. Saranno dei microchip in grado di segnalare quanti anticorpi circolano nei confronti di un determinante agente microbico, virale o batterico che sia.

Il sondaggio o terapia topica si potrebbe fare immettendo un microchip a livello cutaneo in grado di valutare qual è la nostra risposta anticorpale alla vaccinazione; o addirittura un patch, ovvero un cerotti che potrebbe inoculare o indurre la produzione di anticorpi.
Sebbene questa tecnologia pone dei grandi problemi di bioetica e di diritti umani, gli “esperti” già mettono le mani avanti sulle posizioni scettiche al controllo sociale. “Se l’obiettivo è di geolocalizzarci ovunque è già raggiungibile: anche le nostre carte di credito possono far geolocalizzare, siamo in un’epoca dove il dual use è veramente alla portata di tutti, cioè ricerche di grande sviluppo per la salute ed il benessere che allo stesso tempo, se malintenzionati, possono essere usati per scopi completamente diversi, opposti e malevoli” – questo ciò che ha dichiarato al Il Giornale la microbiologa Maria Rita Gismondo, Direttrice Responsabile di Microbiologia Clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze dell’Ospedale Sacco di Milano.

Si tratta infatti di tecnologie dual-use, ovvero che si possono utilizzare “per scopi sia pacifici che militari”. Chi ha deciso che il suo utilizzo in ambito telemedico sia pacifico? Non è dato sapere, ma questa è la definizione che viene data. Sta di fatto che i progressi delle nanotecnologie “al servizio della salute” e della nanofarmacologia sono sotto i riflettori del dibattito pubblico.
Sempre la Gismondo ha dichiarato: “(…) questo tipo di diagnostica sarà estremamente importante lì dove sarà difficile avere una diagnostica locale, perché potremmo controllare questi dati anche a distanza attraverso le reti, una forma di telemedicina direttamente dal paziente. Questi dati potrebbero essere letti anche dall’altra parte del mondo”. Frasi rassicuranti se vengono letti attraverso i bisogni immediati di un paziente in difficoltà, ma alquanto inquietanti se vengono letti con uno sguardo razionale sui temi della privacy e del mercato dei Big Data. Oramai il modello della sanità in Estonia è completamente basata su questi meccanismi, ma è anche vero che si tratta di una società iper-controllata e sorvegliata: è bastato che qualche anno fa Giulietto Chiesa passasse per il territorio estone per essere arrestato, ovviamente per la sua attività di giornalista.
Nonostante i dubbi e il dibattito ancora aperti, la FDA ha autorizzato questo microchip anti-Covid “per l’uso di emergenza” e finora è stato utilizzato per curare quasi 300 pazienti Covid “in condizioni critiche”.

https://www.cbsnews.com/news/last-pandemic-science-military-60-minutes-2021-04-11/
https://www.bbc.com/news/uk-wales-55548670

 

Categorie: Scienza e Tecnologia
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