Le lotte contadine e l’energia vitale delle donne dell’India rurale contro le multinazionali.

di Paola Ortensi (*)

In India circa 700 milioni sono le contadine e i contadini che lavorano la terra e che danno sostanza all’economia agricola, in rappresentanza di 150 milioni di aziende piccole medie grandi e grandissime. Questa immensa realtà economica basa attualmente i propri “commerci” sulla certezza di un prezzo minimo, fissato e garantito da una legge del governo con cui si affronta il mercato, in particolare avendo come interlocuzione il MANDI (mercati generali statali).

Per capire meglio, per esempio, in Italia il latte viene da contratto venduto dagli allevatori a caseifici e centrali ad un prezzo minimo (incredibilmente basso) di circa 40 centesimi, per arrivare a noi in bottiglia o formaggio e altro a ben altri prezzi. Tornando in India alla fine dell’anno passato il governo nazionalista e populista di Narendra Modi ha elaborato una nuova proposta legislativa che ha come finalità di cancellare il prezzo minimo e di lasciare la contrattazione del prodotto al libero mercato. Proposta che risponde agli interessi di chi ha più terra, più prodotto, più raccolto e che cancella e uccide certamente la realtà maggioritaria dei piccoli produttori, ma rende le grandi proprietà privilegiati interlocutori delle multinazionali, che non aspettano altro, come avvenuto in molte parti del mondo, alla ricerca di contrattazioni vantaggiose al minimo prezzo accettabile per la quantità del prodotto offerto.

I piccoli produttori, che in India sono la stragrande maggioranza delle contadine e dei contadini, ovvero più dell’80%, con una velocità che ha persino stupito economisti, accademici e lo stesso mercato, inconsapevoli e questo non stupisce, di quanto i contadini conoscano le regole dell’economia, si sono dichiarati contro la nuova legislazione, considerata devastante e proposta dopo anni già segnati da non poche difficoltà per la loro sopravvivenza nell’economia agricola.

Al termine allora di una lotta diffusasi sin dall’autunno del 2020, all’uscita delle nuove proposte, i piccoli produttori sono scesi in piazza, opponendosi al potere dei grandi proprietari terrieri favorevoli alla riforma, chiedendo il ritiro delle nuove norme legislative.

Così il 26 gennaio scorso, giorno della Festa della Repubblica, con la guida dell’unione di 32 organizzazioni, è stata organizzata una marcia verso Nuova Delhi che voleva essere dimostrativa e pacifica, caratterizzata da chilometri e chilometri di carovane di trattori determinate ad arrivare al Forte Rosso della città vecchia, una delle mete più note anche del turismo mondiale. Una dimostrazione anche fortemente simbolica.

La reazione del governo di Modi è stata violenta, presumibilmente anche a causa di gruppi di provocatori – si dice – organizzati dalla stessa polizia. Centinaia i feriti, arresti, blocco delle connessioni multimediali per isolare dal mondo la protesta senza precedenti, e una risposta contadina che non ha considerato accettabile l’unica proposta di dilazione di 18 mesi dell’avvio della riforma. Questa lotta continua da mesi e segna qui in Italia, in Europa e in generale in Occidente, un silenzio assordante e non credo casuale per gli interessi potenti in tutto il mondo che privilegiano le nuove riforme agrarie.

La lotta dei contadini indiani non è ampiamente conosciuta anche perché è poco approfondita e perché viene scarsamente segnalata con articoli incastrati nelle pagine esteri dei giornali o nei bollettini di associazioni sindacali, ambientaliste e altro. Dalle informazioni pubblicate emerge quale sia il ruolo fondamentale e decisivo delle contadine in questa rivolta epocale dei poveri della terra contro gli interessi dei potenti e delle multinazionali.

Le donne nell’India rurale sono decisive, sono la forza maggioritaria nel lavoro della terra e nell’equilibrio dell’intero gruppo familiare impegnato nel lavoro agricolo. Gruppo familiare che negli ultimi anni per le migliaia di suicidi di contadini per le difficoltà sono – in qualità di mogli, madri o figlie – divenute le mute e trasparenti energie portanti delle fattorie.

Le donne sono, dunque, per definizione, coloro che pur avendo già enormi difficoltà hanno ancora di più da perdere qualora la riforma fosse definitiva e ne sono così lucidamente consapevoli da svolgere volutamente tutti i ruoli e le funzioni che permettono la continuazione della lotta e la sopravvivenza delle loro piccole aziende.
Esse sono la garanzia del lavoro, permettendo agli uomini di presidiare molti territori per continuare la protesta, sono a capo di piccoli appezzamenti di terra li dove uomini non ce ne sono più, condividono e portano sulle spalle il peso di un settore economico faticoso e in crisi. Sono inoltre presenti nelle proteste e nelle manifestazioni quando è possibile, come dimostrano foto segnate dai loro volti e abbigliamenti multicolori che vediamo pubblicate e divulgate.

Devinder Sharma, uno dei maggiori esperti di commercio e politiche agricole in India, dice che “il barometro del successo di ogni movimento è la partecipazione delle donne e che questa volta nello specifico è stato davvero notevole“, forse ulteriormente motivate dall’infelice commento, arrivato all’inizio delle lotte, dal presidente della Corte Suprema Sharad Arvind Bobde che ha chiesto ai manifestanti di non “portare” donne e anziani in piazza. Proprio dunque con melliflua e ipocrita considerazione, cercando di eliminare dalla lotta quella che sa rappresentare la componente centrale e più determinata del lavoro agricolo: le donne.

Questo senza dunque rendersi conto che in India, come in altri mondi e in altre epoche della storia, la resistenza nella propria terra nel proprio lavoro per le donne è la condizione al momento, senza SE e senza MA, per avanzare nel cambiamento e nell’emancipazione.

Pensando alle contadine indiane, per chi rifletta sulla storia anche delle nostre campagne, non si può non ricordare la storia delle nostre imprenditrici agricole il cui percorso – da contadine a coltivatrici ad agricoltrici ad imprenditrici – pur con le debite differenze e percorsi, ha punti di congiunzione con le contadine indiane.

Bisognerebbe rileggere in Italia non solo le tante lotte e scioperi per le raccolte delle braccianti-contadine ma il percorso verso l’impresa familiare, attuale articolo 230 bis del Codice Civile, fin dal 1975, iniziata con l’elaborazione alla fine degli anni ’60 con una proposta di legge di Emilio Sereni (allora presidente dell’Alleanza Contadini) per capire l’originale percorso che tutte le contadine del mondo hanno nel loro DNA. L’impresa familiare, sin dalla sua prima ipotesi di elaborazione, divenuta poi patrimonio di tutte le imprese del lavoro autonomo (artigianato, commercio, servizi) riconosceva talmente importante il ruolo – seppur silenzioso e invisibile – delle donne nell’impresa familiare da proporre di riconoscere, circa 50 anni, fa il diritto delle contadine alla condivisione del reddito e alla partecipazione nelle decisioni.

Speriamo in questa lotta contadina che pare stupire il mondo – mondo che di agricoltura basata sulla cultura della piccola impresa famigliare oltre che delle vite, dei prodotti e del lavoro, sa troppo poco e continua a meravigliarsi – riesca a convincere Modi non a rimandare la riforma di 18 mesi, ma a cancellarla.

Tornando, per concludere, alle nostre contadine indiane, sarà importante che l’informazione segua la loro storia, il loro protagonismo legato alla reazione alla riforma. La loro lotta e partecipazione nei modi scelti è decisiva e porta i segni di un risveglio per la propria affermazione che, come mi piace descrivere per l’idea che mi sembra indicare, punta a passare dalla quantità indefinibile e apparentemente solo subita dei propri ruoli, alla consapevolezza della propria importanza nell’economa agricola. Lotta che forse porta dentro di sé alla volontà di un riscatto e riconoscimento della qualità della propria funzione per imporne il riconoscimento umano, sociale, economico.

Al fianco delle nostre amiche contadine seguiamo gli avvenimenti, le lotte e le reazioni del governo Modi, sperando in un finale che valga la loro battaglia e non le e li sacrifichi a potenti interessi di economia sporca, come capita al dramma generato dal taglio della foresta amazzonica.

(*) Testo e foto ripresi da Noi Donne

Link all’articolo originale: http://www.noidonne.org/articoli/oltre-i-confini-le-donne-anima-ed-energia-vitale-delle-lotte-contadine-nellaindia-di-norendra-modi-1

 

 

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