Decolonialità, intersezionalità e femminismo nelle comunità Romanì: una prospettiva politica per tutti/e/u. Intervista a Laura Corradi

23.02.2021 - Lorenzo Poli

Decolonialità, intersezionalità e femminismo nelle comunità Romanì: una prospettiva politica per tutti/e/u. Intervista a Laura Corradi
Laura Corradi al London Pride 2019

Oggi parliamo di un tema contro il senso comune reazionario e contro la narrazione dominante della marginalizzazione delle minoranze che vuole vedere le popolazioni Rom, Sinti e Traveller come uno “scarto” estraneo alle nostre realtà. La mentalità occidentale bianca le ha sempre percepite come “lontane”, eppure da sempre vivono tra di noi sul territorio europeo ma spesso, appunto, confinate nelle periferie e “lontane” dalla vista dei benpensanti. La psicologia occidentale tende a conoscere solo ciò che possiede e, seppur vicine, le popolazioni Rom sono sempre sfuggite ad un controllo totalizzante. Se pensiamo a quante sofferenze hanno vissuto queste popolazioni sul nostro territorio, possiamo ben capire quanto la sola percezione della “lontananza” ci permetta di costruire socialmente la distanza che alimenta la nostra indifferenza.

Per abbattere questo muro ci spingiamo più in là parlando del movimento femminista Rom e di cosa possa insegnare a tutt* noi attraverso due concetti: decolonialità e intersezionalità.

Di questo ne parliamo con la sociologa ecofemminista Laura Corradi. Traveller e attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, ambientalisti, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali. Operaia Fiat a 22 anni, da autodidatta, consegue il diploma di maturità, poi si laurea a Padova in Scienze Politiche, svolgendo ricerca-azione sulla prevenzione di patologie cancerose, respiratorie e legate al degrado ambientale tra le lavoratrici. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene.
Attualmente è ricercatrice e docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale.

Come nasce e si diffonde il femminismo nelle comunità Rom in Europa?

Il femminismo delle donne Rom nasce nell’Europa dell’Est e si incontra con quello delle Gitane della penisola iberica e con l’attivismo di genere di donne nomadi o stanziali di altri paesi sul piano teorico si rifà al femminismo intersezionale delle afro-americane e si diffonde in forme molto diverse nei vari Paesi. Qui in Italia ad esempio abbiamo organizzazioni come Romnì diretta da Saska Jovanovic.

Quale è stato il ruolo delle donne Rom nel tramandare la memoria del Porrajmos, lo sterminio delle popolazioni zingare da parte del nazismo?

Il ruolo delle donne è stato importantissimo nella sopravvivenza alla persecuzione nazista e nel tramandare la cultura e questo viene riconosciuto nelle comunità nonostante la persistenza del patriarcato. Oggi sono le donne spesso le breadwinner, coloro da cui dipende economicamente la famiglia.

Intersezionalità e femminismo nelle comunità Romanì. Come si sono prodotti saperi e lotte contro patriarcato e classismo?

C’è ormai una consistente letteratura prodotta da accademiche Rom, Gypsy e Traveller su quanto sia necessario un metodo intersezionale nelle ricerche come nelle lotte, nonostante la comunità europea ancora non metta in pratica la tanto menzionata intersezionalità. Pensa che una quindicina di anni fa un gruppo di studiose Rom dell’est europeo scrisse un articolo ‘Missing Intersectionality’ dove si criticavano scritti e azioni dell’unione europea che ignoravano, come in gran parte delle scienze sociali del nostro paese, l’approccio intersezionale. Dieci anni dopo hanno pubblicato ‘Still Missing Intersectionality’ criticando l’uso superficiale di questa categoria.

Come si stanno organizzando le soggettività Lgbt e queer Rom e Sinti a livello politico? 

Posso fare l’esempio delle comunità Traveller in Irlanda e GB. Nel luglio 2019 per la prima volta nella storia del London Pride, a cui affluiscono centinaia di migliaia di persone con delegazioni da tutto il mondo, la comunità LgbtQ Traveller ha partecipato in maniera visibile e con una ottima ricaduta mediatica e l’accoglienza è stata incredibilmente positiva. Molte cose sono cambiate, addirittura la polizia ha chiesto alla comunità Traveller di fare della formazione a loro per evitare problemi di comunicazione …

Con la crescita delle organizzazioni di estrema destra in Europa, sono aumentate le forme di anti-zingarismo sociale ed istituzionale. Quali sono le soggettività più vulnerabili?

Ci sono studiosi/e che si stanno occupando di questo, come la ricercatrice sinta Eva Rizzin, ma anche nell’attacco della destra alle diversità, l’abbinamento di omofobia e anti-ziganismo colpisce particolarmente le persone LgbtQ che appartengono a comunità RGT (Rom, Gypsy, Traveller)

L’animalizzazione delle popolazioni Romanì da parte delle istituzioni e del senso comune è considerata un dispositivo coloniale?

L’uso di metafore diminuenti e offensive è tipico nel linguaggio suprematista che equipara le popolazioni indigene, native o nomadi a insetti, parassiti, esseri inferiori da sottomettere o presenze sgradite da eradicare, vengono usati termini come disinfestare, ripulire … Questa terminologia di odio è molto diffusa e le misure di contrasto non sono adeguate. È necessario decolonizzare concetti, metodi e linguaggi a partire da scuola, media e associazionismo, superando le resistenze di una accademia ancora ‘coloniale’ altrimenti facilitiamo il suprematismo bianco che inferiorizza chi bianco non è.

L’ermeneutica zingara, come pratica decolonizzante, può essere uno spunto per il femminismo e le lotte queer in Italia?

Sì, come segnalo ne ‘Il femminismo delle zingare. Alleanze intersezionali, attivismo di genere e queer’, l’ermeneutica zingara è di grande aiuto nella comunicazione e nello scambio tra soggettività e gruppi di persone diverse, ‘trans’ nel senso che attraversano generi, territori, aree di significato, discipline, culture, etnie, appartenenze – quindi è importante specialmente oggi nell’accettazione e coesistenza di idee differenti tra gruppi che hanno obiettivi comuni e nella prevenzione dei conflitti nei movimenti.

Categorie: Europa, Genere e femminismi, Internazionale, Interviste
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