I diritti di tutti sono i diritti di ognuno. Storia di Silvia Zaru

21.01.2021 - Milano - Andrea De Lotto

I diritti di tutti sono i diritti di ognuno. Storia di Silvia Zaru

A Milano c’è un fitto sottobosco solidale con i migranti, pronto a denunciare ingiustizie, violenze, vergogne dei nostri ultimi governi, con poche distinzioni. Chi ha frequentato queste piazze, a volte grandi, a volte ridotte, ma costanti e perseveranti, forse avrà incrociato Silvia Zaru, 47 anni, nata a Milano da genitori sardi. Musicista, è una donna piccola e volitiva, sempre sorridente. Le chiedo di raccontarmi la sua storia.

“Fin da bambina ho avuto la passione per la musica, così ho studiato al Conservatorio fino a conseguire quattro lauree, in pianoforte, didattica della musica, composizione e canto jazz. Faccio concerti, ma questo non mi basta per vivere. Da anni insegno musica sotto varie forme e da sette sono docente di strumento al liceo musicale Tenca. Ho una dozzina di studenti che studiano pianoforte individualmente con me. Sono bravi e brave; in questo periodo abbiamo anche fatto lezione online, non è certo lo stesso, ma è stato importante per loro continuare, “mantenere la luce accesa”. A settembre è stato bello rivedersi.

Da quando avevo 13 anni ho sentito il bisogno di fare qualcosa per i diritti umani, per la pace, eppure nel mio liceo, al Conservatorio, questi temi sembravano non entrare. Mi sentivo un po’ fuori. Ho aspettato. Parecchio. Due anni fa mi sono decisa: anche se ero da sola mi sono iscritta a un campo di formazione di Amnesty International, una settimana a Lampedusa. E’ stato bello e importante, da allora faccio tutto quello che posso, partecipo a manifestazioni e presidi per i diritti di tutti, sostengo convinta la rete No CPR contro i centri di detenzione per migranti, uso i social il più possibile per far circolare petizioni, denunce, articoli. Ho seguito con entusiasmo le Sardine milanesi e continuo a far parte del gruppo di Amnesty. Seguo contesti che mi sembrano civili, leali, senza arroganza e linguaggi violenti.  Partecipo sempre, appena posso.”

Voi direte: “Va be’, un’attivista generosa, una in più… Nulla di particolare”. Invece una particolarità c’è: Silvia è cieca dalla nascita.

La conosco da un paio d’anni e apprezzo il suo modo di stare, di partecipare. Sorridente, a volte ingenua, carica di ironia ed autoironia. Arriva dove può, con grande pazienza, ma dando l’impressione di non perdersi mai d’animo, tanto meno scoraggiarsi. Le faccio notare come “l’arte di molti italiani” sia quella di lamentarsi e piangersi addosso, moltiplicare i “purtroppo” quando parlano. Su questo direi che Silvia insegna molto. “Ci sono ventenni che si lamentano di non avere l’ultimo modello di Playstation e anziani che mi invitano a ballare e non smetterebbero mai!” racconta. E poi relativizza: “E’ come quando chi è stato in Africa mi racconta di aver visto bimbi più sorridenti là che qua da noi…”

Si è chiesta se è l’unica attivista non vedente in certi contesti anche grandi, come Amnesty. Non lo sa, ma ha fatto notare alcune piccoli dettagli che possono aiutare un non vedente, per esempio le descrizioni delle fotografie che le rendono “fruibili” anche per i ciechi. In diverse occasioni, per esempio nella rete No Cpr, hanno capito e ci hanno fatto attenzione.

Fa parte dell’Unione italiana ciechi che, come tutte le associazioni, è magari più attiva in una sezione, più spenta in altre. Silvia continua. “C’è chi punta sull’informatica e la tecnologia, chi, come me, punta sull’autonomia personale, la consapevolezza corporea, incentivando danza, teatro e movimento. Ci sono certe attenzioni che è bene rivendicare, ma non solo “per noi”. Faccio un esempio: lasciare una bicicletta o un monopattino in mezzo al marciapiede per noi diventa una grande difficoltà, ma questo vale anche per una vecchietta o per una mamma col passeggino. Per questo, come dicevo prima, lottare per i diritti di alcuni in realtà vuol dire lottare per tutti. Così come lotti per i diritti dei migranti, stai “lavorando un terreno” che è anche il tuo, è quello di tutti. Un annuncio vocale alla stazione o in metropolitana aiuta me, ma anche altri, se poi è in due lingue meglio ancora.

Ho saputo che in inverno (certo non quest’anno) va a sciare; sono curioso, le chiedo e lei mi racconta: “Dal ’91 vado a sciare col gruppo di Verbania sciatori ciechi, prima facevo discesa, adesso faccio solo fondo, più tranquillo, meno stress. Ci sono varie tecniche, per ogni cieco ci sono una o due guide; all’inizio può esserci un contatto fisico, tramite una stanga di legno lunga tre metri, poi il contatto si riduce, fino ad essere solo sonoro. Ci vuole parecchia attenzione e sensibilità nel fare la guida, ma poi si va bene, molte volte siamo noi a spiegare a una guida inesperta come darci le dritte. E’ divertente. In realtà facciamo questi fine settimana che sono in gran parte goderecci; oltre allo sci c’è anche mangiare, bere, suonare, cantare, ballare. Sciare è quasi un pretesto: siamo un gruppo di matti, ci divertiamo un sacco.”

https://www.sciatoriciechivb.it/

https://www.youtube.com/watch?v=y6HnSO7SQj8

Le chiedo cosa ne pensa di “Dialogo nel buio”, lo storico percorso che si fa in totale oscurità, un’esperienza sensoriale molto intensa, accompagnati da una persona non vedente. Nacque in Germania nel 1988, poi la mostra arrivò a Milano nel 2002 e fu un successo. Restò diversi mesi a Palazzo Reale, ora da anni è fissa all’interno dell’Istituto dei ciechi; centinaia di migliaia di persone l’hanno visitata, scolaresche, gruppi, singoli. Bisogna prenotarsi e non è facile trovare posto. Un’altra cosa che dovrà ripartire dopo il Covid.

Silvia mi racconta: “A suo tempo ho fatto la guida all’interno della mostra per un anno. Se normalmente è un vedente che accompagna un non vedente, qui è al contrario, è il cieco che ti accompagna e tu ti devi fidare di lui o di lei, esplorando con gli altri quattro sensi. Impari a riconoscere le risorse che hai, quando non hai la vista, riscopri sensi che usi molto poco e che non alleni. Siamo bombardati da immagini ed è sempre più difficile farne a meno. Seguire una persona che parla, senza che ci faccia vedere delle immagini, un power point o altro, sembra impossibile! Tra un incontro su Zoom e la vecchia telefonata io preferisco mille volte la telefonata, fatta di ascolto, attenzione, anche silenzi, ma senza quell’ansia e fretta che un collegamento anche visivo, provoca, quel timore che sia caduta la connessione appena c’è un attimo di silenzio. Tornando a “Dialogo nel buio”, che poi è diventato un marchio che si è esteso, lo trovo molto stimolante, anche se a tratti rischia di diventare un business”.

Mi parla delle aggressioni verso i ciechi compiute ultimamente a Roma, Napoli e Genova, della piega becera che sta prendendo il nostro mondo, della preoccupazione. Questa macchina di odio che si espande sui social, unita alla rabbia da pandemia, tracima nelle strade. Lo ricorda ancora: “I diritti di tutti sono i diritti di ognuno. Se la città è vivibile e vissuta, di giorno e di notte, nessuno avrà paura ad andare in giro, che sia un ragazzino, una donna, un vecchio o un cieco.”

Le faccio notare che è ammirevole quello che riesce a fare. Lei mi risponde che anche tra i non vedenti “il mondo è vario”: c’è chi ha girato il mondo e chi non riesce a vestirsi da solo. Io so solo che perdo facilmente la pazienza col mio telefono, mentre vedo lei che lo maneggia come un cubo di Rubik o lo avvicina all’orecchio per sentire le indicazioni e contemporaneamente le dita si muovono velocissime, come sulla tastiera del suo pianoforte, questione di millimetri. E se qualcosa non va, ride!

Prima di salutarci, da buona militante (come dice lei), mi ricorda due campagne: una promossa da Vittorio Agnoletto e l’altra lanciata dal sindaco di Sant’Anna di Stazzema. Le copio qui sotto e vi invito insieme a lei a sostenerle.

  • Proposta di legge contro la propaganda nazifascista sui social e tramite vendita gadgets, solo firma cartacea in Comune (per Milano via Larga 12, sportello 72): anagrafeantifascista.it Se qualche comune fa lo gnorri, scrivere a info@anagrafeantifascista.it , così gli rimandano la pec (posta certificata) con i moduli.
  • Questa invece è una petizione online alla Commissione Europea per cambiare il regolamento sui brevetti e impedire alle multinazionali di ricavare profitto da cure e vaccini covid. Serve il numero di carta d’identità): https://noprofitonpandemic.eu/it/

Infine, per vederla ed ascoltarla, un pezzo storico, cantato da Silvia: Gracias a la vida – Silvia Zaru – YouTube, oppure qui, nella sua lingua madre, il sardo: Silvia Zaru – “NO POTHO REPOSARE” – YouTube

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Europa, Interviste
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