Ancora una volta davanti l’Assessorato al Lavoro di via Trinacria (così come nella tarda mattinata di venerdì scorso), mercoledì 2 dicembre alle ore 11.30, tornerà in piazza a manifestare il neonato movimento dei Nastrini, per chiedere un incontro diretto con il vertice politico e approfondire le questioni anticipate la settimana passata al Dirigente generale del Dipartimento della Famiglia e delle Politiche Sociali.

Al presidio della scorsa settimana (sempre delimitato – come nei presidi del 13 e 24 novembre in Prefettura – dal classico “nastrino” bianco-rosso che segna il perimetro del suolo pubblico occupato nei “lavori in corso”) erano presenti lavoratori dei cantieri, disoccupati e percettori del reddito di cittadinanza. C’è da giurare che all’iniziativa di domani “per chiedere alle istituzioni di prendersi carico delle emergenze sociali che riguardano la città e i cittadini di Palermo” saranno ancora più numerosi.

Diritti, garanzie e una vita dignitosa, queste le coordinate rivendicative esposte, a grandi linee, al capo Dipartimento, Rosolino Greco, dalla delegazione dei Nastrini. In particolare, come ci ha dichiarato Maurizio Bongiovanni del sindacato sociale ALBA (aderente alla CUB – Confederazione Unitaria di Base): “Sono stati posti all’attenzione del Dirigente generale gli effetti dello stato di disagio sempre più diffuso, generato dall’attuale crisi epidemiologica e che hanno aggravato in modo preoccupante le condizione già pre-esistenti alla pandemia, consegnandoci un quadro stagnante in cui il fenomeno di esclusione ed emarginazione sociale contrassegna, ancor più marcatamente di prima, la condizione esistenziale di intere fasce di popolazione”.

Nel corso del confronto con la direzione dipartimentale sono state rappresentate una serie di situazione, a cui l’amministrazione regionale (e non solo) dovrà dare immediate risposte, senza aspettare i tempi biblici della burocrazia. “C’è la questione della certezza occupazionale – continua Bongiovanni – sia per chi svolge attività a supporto dei servizi pubblici erogati dalla P.A. in un regime di precarietà assoluta (senza certezza alcuna del proprio futuro), sia per chi si trova in uno stato di perenne disoccupazione e che ha da tempo perso ogni voglia di cercare un’occupazione. Spesso questi si accontentano di impieghi alla giornata che in tempi di coronavirus risultano difficili da intercettare, scoraggiati come sono dall’assenza di centri regolatori istituzionali del mercato del lavoro, smantellati da una normativa da decenni imperniata sulla deregulation sistematica”.

In effetti “flessibilità” e “competitività” sono stati gli imperativi categorici su cui il sistema dell’impresa (con la compartecipazione delle grandi centrali sindacali, convertitisi alla logica del salario come variabile dipendente della produttività del capitale) ha costruito il modello neoliberista. E questo è successo a partire dalle grandi ristrutturazioni postfordiste che, in nome di un moderno dinamismo economico globalizzato, hanno squarciato la rete di solidarietà operaia che aveva reso possibile – grazie alle lotte che avevano portato al “miracolo economico” del secondo novecento – la conquista di tutele e garanzie a favore dei lavoratori e dei soggetti più deboli.

Un’opera di smantellamento che ha visto protagonista l’intero ceto politico, asservito ai dettami del pensiero unico liberal-liberista che ha costituzionalizzato nella legge fondamentale dello Stato la “parità di bilancio (fiscal compact). Ma è soprattutto con i cosiddetti “governi amici” (Renzi-Gentiloni docet!) che si sono realizzate le operazioni di fino, senza colpo ferire, come per esempio l’abrogazione del “famigerato” articolo 18 e la riforma del mercato del lavoro (Jobs act).

Ma torniamo ai contenuti di merito rivendicati dai NaStrini, un movimento che si sta appropriando degli strumenti sindacali in modo originale, senza verticalizzazioni gerarchiche, cercando d’essere riferimento inclusivo aperto alle fasce sociali marginalizzate della società palermitana. Non a caso l’altro tema scottante affrontato col capo Dipartimento “Famiglia e Politiche sociali” è stato quello del reddito di cittadinanza: “Molti nuclei familiari o di conviventi – per lo più giovani coppie, come ci conferma Bongiovanni – a causa della perdita di quell’unica entrata reddituale, saltuaria e sottopagata, sono stati costretti ad abbandonare le case in cui risiedevano per tornare presso le famiglie d’origine, perdendo così la residenza autonoma”.

Uno dei requisiti previsti dall’attuale legge sul diritto al reddito di cittadinanza è che con l’istanza bisogna presentare un ISEE inferiore a 9.360 euro. Il che significa che questi soggetti non potranno mai usufruire del RdC. Poiché, facendo cumulo con tutti i redditi dei componenti del nucleo residente, risultante dallo stato di famiglia, quasi sempre il limite massimo previsto viene superato. Sull’argomento sollevato nel corso del confronto con l’alto funzionario regionale è stato fatto un passaggio “volante” con l’Assessore comunale Mattina, al quale è stato sottoposto il problema della residenza autonoma per i nuclei familiari che condividono l’abitazione con altri nuclei parentali, ma di fatto distinti. “La questione sarà affrontata al più presto – ci riferisce il sindacalista Alba – con l’Amministrazione comunale, insieme a quanto elaborato nella piattaforma rivendicativa del movimento”.

Ora, al di là degli aspetti formali che condizionano l’attribuzione del reddito di cittadinanza, bisognerebbe sciogliere il nodo sulla ratio della misura: o essa è un riconoscimento di contrasto sic et simpliciter della povertà, o uno strumento di politica attiva del lavoro. Per quanto ci riguarda noi siamo per un reddito di base universale incondizionato. Ma se l’attuale RdC è congegnato come misura attiva del lavoro allora i “Centri per l’impiego – come sostiene Maurizio Bongiovanni – devono avere una funzione strategica nel sistema di collocazione al lavoro. Bisogna fare riferimento esclusivamente allo stato di disoccupazione dei soggetti iscritti nelle liste di collocamento, sganciando la posizione individuale dall’ammontare reddituale complessivo del nucleo familiare, al fine dell’attribuzione del diritto al reddito di cittadinanza”. Diritto che dovrebbe rimane in essere fino a quando “i Centri – conclude il portavoce sindacale – non avranno ricollocato i disoccupati nel mercato”. Insomma, nulla di rivoluzionario, ma una misura pro-attiva del lavoro denominata flexsecurity già applicata in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea.

Rimane ancora aperta la questione dell’istituzione del tavolo permanente già sottoposto all’attenzione dell’autorità prefettizia, ritenuto un atto propedeutico per aprire uno spazio democratico partecipativo dal basso per decidere sulle possibili scelte politiche-economiche da adottare per uscire fuori dal tunnel della miseria.

Come scrivono I Nastrini sulla loro pagina Facebook: È arrivato il momento di progettare il nostro futuro, fino a oggi dimenticato.