A sei giorni dal nostro articolo sul decreto del 30 novembre scorso dell’Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana, in cui sollecitavamo un dibattito pubblico sul futuro dei beni culturali a partire dall’oggetto del provvedimento assessoriale, ovvero i “beni culturali che si trovano in giacenza nei depositi regionali”, di cui si sia “smarrita la documentazione” e il “contesto d’appartenenza”, l’intervento di ieri di Salvatore Settis sul Fatto Quotidiano potrebbe avviare un serio confronto sulla materia a partire dall’interrogativo su cosa siano e a che servano le opere conservate nei depositi di musei, luoghi della cultura e biblioteche.

In prima istanza sarebbero chiamati a rispondere a questa domanda i dirigenti dei presidi della cultura della regione siciliana che oggi hanno in consegna i beni pubblici conservati nei depositi. Questi beni sono “giacenze” (oggetti di scarto rispetto ai materiali esposti nei musei) oppure – come sottolinea il professore Settis – sono la “riserva aurea” degli studiosi in quanto fonte di continui rinvenimenti? Per dar forza al suo discorso, l’archeologo e storico dell’arte, cita il ritrovamento di 200 frammenti di metope provenienti da Selinunte nei depositi del Museo regionale “Antonino Salinas” da parte di Clemente Marconi nel 2003. Il riferimento al Museo archeologico di Palermo richiama alla nostra memoria, ancora una volta, il discorso di Salinas del 1873, durante il suo insediamento nella qualità di direttore del Museo di Palermo, Istituto che in seguito diede vita per gemmazione ad alcuni musei pubblici del capoluogo dell’Isola, dal Museo archeologico giustamente intitolato a Salinas, alla Galleria di Palazzo Abatallis, e non solo.

L’archeologo siciliano, dunque, durante il suo discorso, ricostruendo a grandi linee la storia delle pubbliche collezioni d’arte che aveva preso avvio grazie alle donazioni di alcuni principi illuminati, spiegava come la gestione pubblica delle raccolte storico-artistiche nei musei, poteva garantire il migliore “godimento” del patrimonio culturale a tutti i cittadini e lo studio alle comunità di ricercatori. Per dare concretezza a questi assunti, Antonino Salinas nello stesso 1873 donava al Museo la propria raccolta di monete e anticaglie, che assommava a seimilaseicentoquarantuno pezzi, nella consapevolezza che “al disopra della proprietà privata” ci sia “la proprietà della civiltà”, e auspicando che il suo gesto fosse da esempio per altre donazioni al Museo.

Da questi pochi cenni, il pensiero e l’operato di Salinas ci restituiscono il giusto approccio per comprendere la formazione dei depositi dei siti culturali siciliani che contengono soprattutto beni “di cui sia stata smarrita la documentazione” e il “contesto d’appartenenza” e che oggi possono essere affidati ad imprese private.

Il decreto del 30 novembre e il successivo dispositivo del 10 dicembre, sempre dell’Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana, tradiscono di fatto le intenzioni dei principi illuminati, primo fra tutti Giuseppe Emanuele Ventimiglia Cottone principe di Belmonte, di archeologi come Antonino Salinas e di tutti gli altri donatori che hanno ritenuto la fruizione pubblica dei loro beni superiore al godimento privato. Ma non è solo questo, la politica siciliana sui beni culturali privatizza di fatto beni acquistati con denaro pubblico, ovvero con i soldi dei contribuenti, come testimoniano, ad esempio, le lettere di Antonino Salinas indirizzate a Michele Amari, in cui il direttore del Museo di Palermo chiedeva all’uomo di governo, ma anche appassionato cultore della storia della Sicilia, soldi per non farsi sfuggire acquisti per il Museo, e poteva trattarsi, è importante specificare, di un marmo, di un dipinto, ma anche di una moneta, di un gioiello o di un merletto, che oggi, per la maggior parte, si trovano proprio nei depositi degli Istituti siciliani.

Il dibattito che qui proponiamo riguarda, dunque, le generazioni passate, le presenti e le future, interroga gli addetti ai lavori, e per questo ringraziamo il professore Settis, interroga i dirigenti degli Istituti siciliani ma anche le donne e gli uomini che hanno occupato posti significativi nell’amministrazione pubblica dei beni culturali siciliani e da ciascuna/o attendiamo un pronunciamento; un dibattito pubblico che dalla Sicilia attraversi lo stretto, un dibattito esteso a tutti, cittadine/i investiti di responsabilità dinanzi a scelte come questa, in cui i beni culturali, che sono beni comuni della collettività mondiale, vengono svenduti a imprese private. Infatti, la volontà dell’Assessorato di liberare i depositi dei musei e degli altri istituti della cultura ci rende tutti più poveri, come ci ricorda Settis “per valorizzare i depositi non bisogna svuotarli, bisogna studiarli e conoscerli”.

kappagi