America plurinazionale: la via verso un’integrazione democratica dei popoli

27.12.2020 - Cochabamba, Bolivia - Javier Tolcachier

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

America plurinazionale: la via verso un’integrazione democratica dei popoli
FOTO: incontro dei popoli e delle organizzazioni dell’Abya Yala verso la costituzione di un'America plurinazionale

Il 18 e 19 dicembre, presso la sede dell’UNASUR a San Benito (Cochabamba), si è tenuto “l’incontro dei popoli e delle organizzazioni dell’Abya Yala (nome aborigeno dell’America) per la costituzione di un’America plurinazionale”.

La riunione è stata convocata durante un incontro, tenuto presso la sede del Comitato di coordinamento delle Sei Federazioni del Tropico di Cochabamba, tra l’ex presidente Evo Morales Ayma, rientrato dal suo esilio forzato, e i rappresentanti dei movimenti indigeni, contadini e sindacali di Ecuador, Bolivia, Argentina e Perù.

Le organizzazioni riunite hanno firmato un documento in cui hanno ratificato come postulati essenziali la lotta contro ogni forma di colonialismo e neocolonialismo, la lotta contro il capitalismo in quanto sistema che uccide la vita e Madre Terra e la lotta contro ogni forma di guerra.

L’appello include tra i suoi obiettivi la definizione di una nuova agenda politica per i popoli, il rafforzamento della CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi) e il recupero dell’UNASUR e ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe). Attraverso i rapporti diplomatici, si mira a consolidare il RUNASUR (UNASUR dei popoli) come meccanismo per l’integrazione dei popoli, e a forgiare un’organizzazione internazionale dei popoli indigeni, dei contadini e dei lavoratori dell’Abya Yala.

Allo stesso modo, si sottolinea l’intento di costruire un’alleanza mediatica delle organizzazioni e uno scambio di informazioni sul Buon vivere e su Madre Terra.

Per celebrare questo incontro di fondazione, a cui hanno partecipato gruppi e circoli regionali, è stata scelta Cochabamba perché attualmente è la sede dell’Unione delle Nazioni Sudamericane – UNASUR nel comune di San Benito, ma anche perché è stato il luogo di nascita della Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti di Madre Terra (aprile 2010) e della Conferenza mondiale del popolo sul cambiamento climatico e la difesa della vita (ottobre 2015).

L’idea di una “America Plurinazionale”, immagine seduttiva e potente dato che si tratta di un progetto che indubbiamente attirerà il sostegno di movimenti da tutta la regione, incoraggia il dibattito e la riflessione profonda e costituisce un vigoroso richiamo all’azione e all’unità.

Guardare indietro per guardare avanti

In senso storico, la proposta mira indubbiamente a trascendere la conformazione postcoloniale delle formazioni repubblicane dominate dal potere delle oligarchie di discendenza dei conquistadores. Sotto il giogo del loro sfruttamento, hanno sofferto e sono morte intere generazioni di indigeni, di schiavi africani e successivamente generazioni di lavoratori di razza mista e di immigrati.

I tentativi ripetuti di liberazione delle maggioranze sottomesse sono cresciuti nella resistenza alla brutale repressione e alla colonizzazione del nuovo ordine, sotto il comando delle transnazionali e dei loro lacchè.

I popoli hanno conquistato un diritto dopo l’altro attraverso una lotta tenace e sistematica. Infine hanno capito che le trasformazioni richiedevano un diverso modello di organizzazione sociale: un modello che permettesse loro di recuperare la sovranità che era stata sottratta loro da un manipolo di avari insensibili.

L’America plurinazionale è l’espressione e il proseguimento di questo processo e rappresenta l’intenzione di costruire una nuova struttura in cui i soggetti finora messi a tacere possano accedere efficacemente agli spazi politici decisionali.

Questa proclamazione di plurinazionalità indica chiaramente l’urgente necessità di porre rimedio alle ingiustizie, concentrandosi sul bisogno imminente di nuovi modelli di sviluppo.

Rappresenta anche la possibilità di posizionare le culture, le nazionalità e i popoli locali a un livello di equità rispetto al mondo occidentale dominante.

L’immagine potente pone al centro del dibattito la questione della non discriminazione, del superamento effettivo del razzismo esplicito o appena celato, rafforza la non violenza di fronte alla persistente aggressione capitalista e chiede riconoscimento reciproco, solidarietà ed empatia.

Implica inoltre la creazione di un’unità sistematica dei movimenti popolari, collegando attraverso un progetto di articolazione permanente i movimenti indigeni e contadini alle organizzazioni dei lavoratori e alle diverse forze sociali. Si auspica così la creazione di una massa critica in grado non solo di essere rappresentativa delle esigenze collettive, ma anche capace di trasformare le relazioni di potere tra forze contrapposte.

In relazione all’integrazione regionale, la costruzione di un’America plurinazionale implica – parallelamente al superamento di confini definiti in termini di Stati-Nazione – il superamento della rigida e fragile dinamica fra gli stati che l’ha caratterizzata fino a oggi.

La cooperazione tra i popoli acquista così una nuova vitalità, collocandosi in una sfera di multiculturalità, il cui potere risiede nell’immediato riconoscimento di identità comuni soffocate dall’oppressione di culture esclusive e attraverso limiti fittizi determinati da accordi o conflitti tra i potenti. Conflitti, in cui ha perso la vita chi non ci guadagnava niente, e che ancora oggi continuano a dividere i nostri popoli a favore di chi ci opprime.

Un’integrazione regionale che non potrà essere che partecipativa, in cui il potere popolare emergente dovrà avere non solo una voce, ma soprattutto un voto.

Il soggetto collettivo dell’America plurinazionale

Nel suo libro “El cazador de historias”, Eduardo Galeano ci racconta che in un giornale del quartiere Raval di Barcellona, un anonimo ha scritto:

Il tuo dio è ebreo, la tua musica è nera, la tua macchina è giapponese, la tua pizza è italiana, il tuo gas è algerino, il tuo caffè è brasiliano, la tua democrazia è greca, i tuoi numeri sono arabi, le tue lettere sono latine. Sono il tuo vicino di casa e mi dai dello sconosciuto?

Se non fosse per la brevità e la semplicità di questo verso che tanto ci persuade e ci commuove, potremmo continuare ad aggiungere esempi che mostrerebbero quanto le diverse culture vivono nella vita quotidiana di ognuno di noi.

Basterebbe osservare i cibi, il linguaggio, le abitudini, le espressioni popolari e le forme religiose, per rendersi conto di quanto ogni esperienza quotidiana sia impregnata di un imponente miscuglio multiculturale.

In questo semplice concetto, troviamo il seme di una verità più grande: non ci sono culture statiche o immobili, ma tutte si nutrono e si modificano a contatto con le altre, anche se mantengono mandati sociali nati in altri contesti storici da tensioni e bisogni.

Nel vertiginoso processo di globalizzazione in atto, la cui interconnessione si ripercuote su tutte le culture, nessuno è esente da questa influenza reciproca e dall’accelerazione delle trasformazioni. E forse è questa profonda vibrazione delle più intime strutture culturali, questo oscillare della propria identità, questa sensazione di doppia estraneità che ci fa sentire diversi in un mondo diverso, che favorisce il tentativo di chiudersi in identità sempre più isolate e il riemergere di reazioni razziste e retrograde.

Così come una casa acquista significato quando è abitata e acquisisce i suoi tratti attraverso il progetto di chi la abita, un’America plurinazionale richiede un soggetto collettivo che la renda possibile, che la modelli, che vi imprima un intreccio di fili colorati che ne costituiscono l’identità.

Il soggetto collettivo di questa America pluralistica, indiana, nera, rossa, bianca e soprattutto meticcia, ha bisogno di indagare le sue molteplici radici e di estrapolarne gli elementi migliori per contribuire alla costruzione del bene comune.

Da un punto di vista umanista, è importante riconciliarsi con le proprie caratteristiche e con quelle degli altri, così spesso proibite, relegate o disprezzate, qualunque sia la loro origine.

Per lasciarsi alle spalle un passato di umiliazione e discriminazione, la via da seguire è quella di apprezzare il diverso senza trascurare la propria identità, di comprendere l’intreccio e le dinamiche di molteplici culture, e di assistere al recupero dell’armonia sociale attraverso la riscoperta di una comune essenza umana.

La costruzione di un’America Plurinazionale e del suo soggetto sociale costituirà quindi un passo da gigante verso il futuro planetario della Nazione Umana Universale.

 

Traduzione di Flavia Negozio. Revisione: Silvia Nocera

Categorie: America Centrale, Cultura e Media, Internazionale, Nord America, Politica, Popoli originari, Sud America, Umanesimo e Spiritualità
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