Primavere arabe, le ricordiamo tutti. Ricordiamo le piazze di Tunisi, del Cairo, di Istambul… Ma in pochi forse ricordiamo quella che fu la prima piazza, l’accampamento della Dignità, Gdeim Isik, nel 2010. Una piazza inventata, perché fu un accampamento in mezzo al deserto, preparato con meticolosità per un anno, raccogliendo stoffe per fare centinaia di tende (haima) e “occupare” una zona di deserto. Lo fece il popolo Saharawi, manifestando per la sua indipendenza e libertà dopo decenni di occupazione del Marocco e un’inutile e frustrante presenza dell’ONU che, come si diceva una volta, scalda il banco…

Finì male: dopo un mese di occupazione, con più di 20.000 tende, l’esercito marocchino fece irruzione, bruciò, picchiò, arrestò. Da allora più di 20 attivisti sono in carcere e devono scontare pene che vanno dai 20 anni all’ergastolo. Un tribunale militare giudicò dei civili che avevano manifestato pacificamente. Il mondo tacque ancora una volta, l’ONU non si accorse di nulla, le tre “madrine” del Marocco, Spagna, Francia e Usa, lasciarono fare.

Da più di 45 anni il popolo Saharawi resiste; lo ha fatto a lungo con le armi, il fronte Polisario allora era più conosciuto, ogni tanto se ne parlava. Poi ci furono gli accordi di pace e l’ONU promise un referendum entro un anno: sono passati quasi 30 anni da allora. Nulla. Il deserto.

Una missione che si chiama Minurso (piuttosto “minorata”) si trascina stancamente, si avvicendano osservatori internazionali. Senza dubbio ben pagati, dato che la zona è inospitale.

I Saharawi hanno provato tutte le lotte nonviolente – scioperi della fame, manifestazioni, petizioni, boicottaggi, appelli – hanno denunciato le torture, fatto campagne per la liberazione dei prigionieri politici, mandato video dei pestaggi per le strade delle zone occupate, dove basta sventolare una bandiera del proprio popolo per ricevere una bella dose di manganellate, che tu sia giovane o anziano, uomo o donna.

Il popolo Saharawi è diviso: una parte sotto l’occupante marocchino, una parte nei campi profughi in Algeria, una parte sparsa per il mondo. Mezzo milione di persone che pretendono la loro terra. Ma le risorse di quella zona sono troppo succulente, pesce e fosfati fanno gola al Marocco. E gli alleati fanno affari.

Così il governo marocchino ha costruito il secondo muro al mondo in lunghezza (dopo la muraglia cinese): 2.700 km dove si dispiegano 100.000 militari armati e fitti campi minati al di là del muro. Tutto ciò nel silenzio impressionante della comunità internazionale.

Ebbene, da più di due settimane i Saharawi hanno deciso di bloccare una strada che passa nel sud della striscia del loro territorio liberato, una strada che attraversa il muro e collega la zona occupata con la Mauritania. Decine di manifestanti, uomini e donne Saharawi, si sono trasferiti e accampati lì e bloccano il passaggio di decine, centinaia di camion. Una grande perdita per il Marocco che comincia a mordere il freno. Il valico di Guerguerat è di fatto bloccato.

Il Marocco formalmente non può inviare il suo esercito e la sua polizia a sgomberare i manifestanti: sarebbe fuori dal suo territorio e poi l’ONU è lì intorno. Tutto però fa pensare che il re del Marocco non aspetti altro che un via libera dalle sue madrine e in quel caso in poche ore risolverebbe la cosa, anzi darebbe una lezione a questi bifolchi che si sono permessi di metterlo in difficoltà.

Voi direte: ma come?? Non ci sono i socialisti con Podemos al governo in Spagna? La Francia dei diritti, della Libertè, Egalitè, Fraternitè? E poi ora che ci sono i democratici di Biden? Pregiudizi. Uno pensa che i pregiudizi siano solo “in negativo”… No, sono anche in “positivo” e si chiamano “false aspettative”.

Questo dobbiamo aspettarci e temere. Solo uno sguardo serio e lucido di osservatori attenti può evitare un prossimo, violento attacco. Questo dovrebbe fare l’ONU e questo dobbiamo fare tutti noi, con la consapevolezza che siamo alle solite, fionde contro carri armati, videocamere contro cannoni, ma da qualche decennio ci siamo abituati.

Non lasciamo solo questo popolo che resiste come può, cercando di trattenere coloro che invocano un ritorno alle armi.