Brasile, elezioni municipali e resistenza

13.11.2020 - Paolo D'Aprile

Brasile, elezioni municipali e resistenza

La campagna elettorale per le elezioni municipali del giorno 15 Novembre si conclude con il paese a pezzi.

Nella sola città di Rio de Janeiro, per lo meno sette attentati e tre morti. Per garantirsi l’accesso alle stanze del potere politico istituzionale, le milizie impongono il terrore attraverso la loro azione consueta. In queste pagine abbiamo spesso raccontato il legame che unisce la famiglia Bolsonaro ai gruppi criminali che controllano la città e molte zone del paese. L’ordine democratico spezzato con l’impeachment della presidente Dilma Rousseff e la conseguente elezione di Jair Bolsonaro, dopo due anni di interregno di Michel Temer, cerca di sopravvivere in un clima di intimidazione e violenza che il paese non viveva da decenni. Nonostante l’apparente avanzata dell’opposizione, il grande e imperdonabile errore commesso è stato quello di legittimare il governo centrale considerandolo come l’interlocutore costituzionale. Il disastro economico in cui il Brasile è sprofondato non lascia dubbi sulla responsabilità, non solo della persona al comando, ma di tutta l’opposizione che ha continuato ad agire secondo le regole di una democrazia che non esiste più. Le istituzioni, umiliate dall’esecutivo e dai suoi sostenitori attraverso manifestazioni golpiste, e azioni sovversive (con la partecipazione personale diretta dello stesso presidente della repubblica, di cui in queste pagine si è ampiamente riferito) hanno accettato e – con la loro inerzia – favorito la scalata autoritaria. L’esercito, pagliaccio, e allo stesso tempo, carnefice della nazione, non solo occupa i posti chiave dello Stato, i ministeri e le varie segreterie, ma con la sua stessa presenza avvalla i deliri presidenziali, la logorrea impazzita che porta il presidente a esternare i suoi sproloqui facili all’insulto, come recentemente ha dimostrato, dirigendosi al paese: “è ora di smetterla di avere paura del Covid. Il Brasile deve finirla di essere un paese di marica”. E, come se non bastasse, rivolgendosi a “un potente candidato a presidente americano” che propone sanzioni economiche al Brasile in caso di mancato controllo della devastazione ambientale, dice: “quando in diplomazia finiscono le parole ci vuole la polvere da sparo”. Era un discorso ufficiale, accanto a lui il ministro degli esteri, lo stato maggiore, alleati e leccapiedi.

Ecco il grande errore dell’opposizione: considerare legittimo un presidente che ha trasformato lo Stato nel cortile di casa sua. Gli insulti, le minacce e le azioni deliberate contro le minoranze, contro la parte più vulnerabile della popolazione, fanno parte della prassi di governo e delle azioni intraprese, sia contro intere comunità che verso le singole persone, denunciate, processate, assassinate o semplicemente ridotte al silenzio. Mentre il presidente minaccia di entrare in guerra con gli USA, le milizie di Rio, coscienti delle protezioni istituzionali, impongono il terrore. Qualche anno fa, la città venne occupata militarmente e il governatore destituito dei suoi poteri. Il motivo era proprio quello di contenere la violenza urbana. In teoria si sarebbe potuto sgominare totalmente sia il narcotraffico che le stesse milizie. Il generale che comandava l’intervento è oggi uno dei più importanti ministri. Le milizie continuano più forti di prima. Il narcotraffico pure. È bene ricordare che in occasione del primo viaggio ufficiale di Bolsonaro per partecipare al G-20 in Giappone, l’aereo della comitiva presidenziale si fermò per motivi tecnici in Spagna. Durante un semplice controllo, venne trovata dalla polizia spagnola una valigia con 39 kg di cocaina. Lo ripeto perché sia ben chiaro. Sull’aereo della comitiva presidenziale venne trovato un carico di 39 kg di cocaina. Fu indicato come responsabile un sergente, che venne prontamente arrestato dalle autorità spagnole. Sì, un sergente. Le indagini brasiliane non cominciarono neppure. 39 kg di cocaina sull’aereo della comitiva presidenziale. Nessuna indagine. Fine, e che non se ne parli più. E così è stato.

Le inchieste e le denunce formali della magistratura, contro il figlio di Bolsonaro, oggi senatore, oltre ad indicare il riciclaggio di milioni di Reais, lo vedono coinvolto con i capi milizia, alcuni di essi, amici di famiglia e vicini di casa. 

Eppure per la enorme maggioranza della popolazione, che pur soffre sulla sua pelle il disastro economico e ambientale, la parvenza democratica esercitata attraverso le prossime elezioni amministrative, riesce a nascondere la realtà schizofrenica di un governo le cui azioni hanno provocato 165.000 morti di Covid. I dati dell’Istituto Nazionale di Geografia e Statistica dicono che 52 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà. E altri 13 milioni al di sotto di quella della miseria estrema. Per gli organismi internazionali, viene definito “povero” chi ha un reddito mensile di 400 Reais (al cambio di oggi poco più di 70 dollari) al mese. “Miserabile” invece è chi di Reais ne guadagna 89, quasi 16 dollari. Al mese. 

Ma la resistenza popolare in qualche modo continua ad esistere e si organizza attraverso i movimenti di base, i gruppi culturali, le associazioni di quartiere e l’attività instancabile delle donne, vere colonne portanti della società. La redazione brasiliana di Pressenza in questi mesi ha dedicato largo spazio a queste iniziative attraverso interviste dal vivo a candidate e candidati non allineati agli schemi di potere, ma molto attuanti sul territorio, la cui voce, pur essendo conosciuta localmente, spesso non riesce a superare la barriera della divulgazione nazionale. Sono donne e uomini impegnati in un lavoro capillare negli angoli più remoti delle città e delle campagne, in stretta convivenza con realtà di emarginazione estrema ma da cui, però, nasce la vera spinta popolare per rifondare la nazione. Sui canali brasiliani di Pressenza, facebook, instagram, twitter, youtube, è possibile rendersi conto che la voce reale del paese è piena di vita e proposte significative: l’eroica resistenza quotidiana.

P.S. Trascrivo e traduco dal dizionario il significato di “Marica”, il termine con cui il presidente della repubblica ha definito i cittadini timorosi di contrarre il Covid.

MARICA – S.M. Aggettivo dispregiativo.

Uomo che compie un lavoro considerato femminile. Uomo che rivela un comportamento associato tradizionalmente al genere femminile. Omosessuale efemminato.

 

 

Categorie: Opinioni, Politica
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