Hotel House, il ghetto verticale marchigiano

16.08.2020 - Redazione Italia

Hotel House, il ghetto verticale marchigiano
(Foto di Andrea Canzi, https://unaepidemiadivita.wordpress.com)

L’Hotel House è il simbolo del fallimento politico e della speculazione immobiliare. La storia di questo grattacielo di 17 piani, ideato come residenza estiva per il ceto medio-alto negli anni del boom economico, si rivelò in seguito un progetto di speculazione edilizia. Un progetto ambizioso e avveniristico per quegli anni si tramutò in un fallimento totale vista la sua collocazione scomoda ed isolata dal resto dalla cittadina turistica di Porto Recanati.

Nei decenni successivi la trasformazione del tessuto della società con la prima ondata di immigrazione negli anni ’90 vide la speculazione immobiliare degli immobili sfitti e inoccupati fare profitti ingenti. Porto Recanati divenne un punto di approdo per i flussi migratori dal punto di vista lavorativo, non solo per la richiesta di manodopera nel settore turistico e dei servizi, ma per essere in un punto strategico dei tre distretti industriali:

il distretto calzaturiero: Fermo e la provincia di Macerata

il distretto plurisettoriale: Recanati, Osimo, Castelfidardo

il distretto pellami: pelli, cuoio, calzature di Civitanova Marche, Clementoni, Guzzini, sono solo alcune delle aziende che hanno impiegato la manodopera dei flussi migratori che con le crisi cicliche e le ristrutturazioni hanno espulso dal mondo del lavoro migliaia di persone arrivate qui per la richiesta di manodopera. Sono i “ migranti economici” che si vuole espellere da questa società ed hanno contribuito ai profitti delle aziende trovando alloggio qui all’Hotel House.

Lo sviluppo economico dagli anni 90 in poi si è tradotto in una crescente richiesta di manodopera non qualificata. Di fronte all’aumento della domanda dei lavoratori e al conseguente arrivo dei flussi migratori che si spostavano per motivi economici è mancata qualsiasi politica nazionale e locale per garantire servizi e abitazioni adeguati.

Oltre ad una mancata integrazione nel tessuto sociale si è volutamente scelto di creare un ghetto completamente staccato dal resto del piccolo centro di provincia. Sfruttati al lavoro e poi messi nel ghetto.

Negli anni all’Hotel House le famiglie si ricongiungevano agli operai già arrivati prima per lavorare. Con il ribasso dei costi degli affitti è diventato un edificio per chi economicamente non poteva permettersi i costi degli immobili della riviera

La concentrazione in determinati luoghi periferici di persone provenienti da paesi stranieri (economicamente poveri e da conflitti) è il risultato di pratiche e politiche che accentuano lo stigma e la frattura nel tessuto sociale, contrapponendo nativi e locali, anche nel settore lavorativo, con la competizione fra italian* e stranier*.

Non possiamo assolutamente permettere che questo avvenga. Noi bianchi non subiamo le stesse oppressioni delle persone migranti. Anche noi bianchi viviamo condizioni salariali e di vita precarie, ma abbiamo il privilegio di poterci muovere con autonomia, avendo documenti ed essendo cittadin* europei. Condizione che molt* migranti maturano solo dopo molti anni.

Il secondo fattore che ha fatto sì che l’Hotel House divenisse un immenso profitto è il mercato immobiliare.

Come creare ad hoc un ottimo affare per pochi soggetti nel pieno della speculazione?

Le agenzie immobiliari hanno favorito creando il mercato degli immobili specifico per gli immigrati, incentivando la vendita degli appartamenti dei proprietari nativi e instillando la paura etnica con la conseguente caduta del valore degli immobili sul mercato, per rivenderli successivamente agli immigrati a prezzi maggiorati. La crisi del 2008 ha accelerato questo processo acutizzando in maniera maggiore la disparità delle classi.

L’ Hotel House è un vero e proprio simbolo delle trasformazioni sociali e della stigmatizzazione delle fasce marginali poste nella periferia dove rendere invisibile gli ultimi, trattati come reietti a cui vengono elargiti una tantum poche briciole rafforzando la dialettica razzista sulla pelle di chi è residente, dove è più facile attingere e riempire le colonne della cronaca locale evocando degrado e illegalità.

Per l’Hotel House sono stati stanziati ingenti somme per interventi e riqualificazione che ad oggi non hanno visto la materialità della messa in opera; la manutenzione è inesistente, le istituzioni assenti e disinteressate. Una domanda sorge: a chi interessa riqualificare questo mega complesso di 480 appartamenti dove risiedono 2.000 persone di 40 nazionalità diverse, andando oltre la narrazione di illegalità che marchia a fuoco le persone, ma avendo a cuore le vite che abitano questo edificio? Quale integrazione abbiamo come riferimento? Come migliorare le condizioni di vita di tutt*?

Un mese fa mentre la stampa scriveva del focolaio di Covid all’ interno dell’Hotel House ci siamo interessate della questione cercando di rilevare i cambiamenti conseguenti alla nuova situazione. La stampa stava usando il covid-19, una ventina di casi su 2.000 residenti, per la campagna elettorale di Salvini che aveva intenzione di fare tappa lì per la sua passerella politica con il suo solito discorso razzista e xenofobo; 2 anni fa nel suo solito tour aveva fatto tappa all’H.H. invocando le ruspe. Stavolta stesso programma: fare selfie, scortato dalle forze dell’ordine, sparare a zero sull’immigrazione e fare la solita retorica: ghetto + spacciatori + prostituzione + delinquenza= espulsione, o il suo evergreen “ruspa”. La pericolosità di un discorso simile alimenta lo stigma verso gli abitanti di questo edificio che già da qualche tempo è presidiato h24 dalle forze dell’ordine.

La gestione delle lacune dalle istituzioni viene ceduta alle forze dell’ordine. La soluzione per gestire la sicurezza ed il degrado sono le forme securitarie. La conseguenza sono gli abusi che possono derivare da questa scelta che ha delineato una zona franca. Il pugno duro viene invocato da più parti con il beneplacito della società per ristabilire l’ordine, senza che si assicuri un controllo su come venga effettuato.

Il focolaio del covid-19 è l’occasione perfetta per un laboratorio di controllo capillare delle periferie abitato da quasi il 90% di provenienza straniera, dove la zona grigia del potere ha carta bianca e veste una divisa. I colletti bianchi possono tranquillamente continuare a speculare, le istituzioni prendere i fondi europei e statali e tenere in piedi un sistema che usa il ghetto verticale come una mangiatoia e spoglia le persone della propria dignità.

Trent’anni in cui si è rimasti immobili; a nulla sono servite le interrogazioni parlamentari. Nelle varie dichiarazioni ai media gli abitanti sono delusi da chi li ha usati e non ricevono assolutamente nulla.

Una strada separa l’Hotel House dalla cittadina balneare: i due lati di una società che rimane sorda e razzista ed il nostro silenzio diventa complice di questa ingiustizia sociale che ricade sulle generazioni future.

Lo pagheremo quello che stiamo permettendo perché stiamo alimentando una segregazione sotto i nostri occhi. Come gruppo locale di Non Una Di Meno rifiutiamo questa logica di esclusione sociale perpetrata dalla nostra società bianca e rifiutiamo la logica securitaria che pervade il territorio. Non resteremo in silenzio a guardare: per questo abbiamo attivato con associazioni e singol* una raccolta alimentare per poter prestare un primo aiuto e poter essere al fianco di chi è da sempre escluso.

Non Una Di MenoTransterritoriale Marche

 

Categorie: Diritti Umani, Europa, Genere e femminismi
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