Riders e il divieto di salire sul treno in bici: una normale storia di razzismo sistemico

18.06.2020 - Milano - Sofia Turati

Riders e il divieto di salire sul treno in bici: una normale storia di razzismo sistemico
(Foto di FB Deliverance MIlano)

Inizialmente è stata sponsorizzata come un’idea “smart” per arrotondare e guadagnare qualche soldo per le serate studentesche: basta iscriversi al sistema di una compagnia di delivery e collegarsi all’app e si può partire in sella alla propria bicicletta, muniti della giacca distintiva e di un contenitore frigo, a prelevare i pasti dai ristoranti e consegnarli a domicilio, ricevendo un piccolo compenso per ogni consegna.

La realtà è un’altra: basta guardarsi intorno in una grande città come Milano per rendersi conto che la maggioranza dei riders sono giovani stranieri, che svolgono un lavoro pericoloso e sottopagato per molte ore al giorno, senza garanzie e diritti.

I riders sono sempre numerosi, sia perché la moda di farsi recapitare il cibo a casa o in ufficio in tempi di pandemia è diventata una necessità, ma soprattutto per la scarsità di alternative. Il precariato estremo delle consegne a domicilio è ormai diventato l’ultima risorsa di sostentamento per una fascia crescente di sottoproletariato. Molti fattorini vengono da fuori città e si muovono in treno per raggiungere il luogo di lavoro, portando con sé le loro bici. Con la riduzione delle corse causa coronavirus, mantenere il distanziamento sociale sui treni è diventato impossibile.

Qual è stata la reazione di Trenord?

Dal 3 giugno portare la bici sul treno è illegale. Questa misura, oltre che assolutamente contraria a ogni politica green e di sostegno alla mobilità alternativa, è palesemente discriminatoria.

I riders si stanno mobilitando. Dopo diverse iniziative che si sono susseguite nei giorni scorsi, i sindacati Deliverance, Sindacato Networkes e RiderXDiritti hanno promosso per domani venerdì 19 giugno uno sciopero delle consegne e una critical mass, una biciclettata di protesta, che partirà domani alle ore 18 da Piazza 24 Maggio.

Una testimonianza oculare dall’ultimo treno della linea S5 Milano-Gallarate, solitamente molto frequentato dai rider.

UN VIAGGIO SU TRENORD

È sabato, sono le 23.04, aspetto l’ultimo treno per tornare a casa da Milano Porta Garibaldi. Poiché le corse sono state ridotte causa pandemia, ancora più persone del solito mi fanno compagnia sulla banchina, disegnando un’umanità variegata. Vicino a me, vedo un gruppo di amici magri che ballano la musica techno, riprodotta a volume altissimo da una cassa portatile; una coppia di ragazzi in tuta che abbassano la mascherina per sussurrarsi parole e baciarsi; un addetto alla sicurezza dal fisico possente, ma con gli occhi stanchi dietro gli occhiali; chiassosi rider che chiacchierano insieme tenendo con una mano le loro bici e sulle spalle gli zaini delle diverse aziende per cui lavorano: Glovo, Deliveroo, Uber, e altre.

Ecco il treno, che fischia orgoglioso il suo tradizionale quarto d’ora di ritardo. In fretta, la musica si spegne e le mascherine vengono sistemate, tutti ci apprestiamo a salire. Salgo al piano di sopra, mi siedo, ma ancora non partiamo: dal finestrino, scorgo una discussione animata fra il capotreno e un gruppo di rider vicini alla prima carrozza, poi le porte si chiudono e loro rimangono giù. I rimasti sulla banchina sono giovani, sono lavoratori, sono di colore, e non so come torneranno a casa. Probabilmente non torneranno, aspetteranno il primo treno della mattina, non dormendo e perdendo la giornata di lavoro successivo. E questo, solo se potranno salirci, sul treno delle cinque.

Avevo letto che dal 3 giugno i capotreni di Trenord avevano la possibilità di vietare alle bici di salire sul treno, ma mi sembrava una misura talmente assurda che pensavo che non sarebbe stata applicata. Decido di parlare con il controllore, che però non esce dalla cabina fino alla fermata successiva. Giunti a Milano Lancetti, vedo ripetersi la scena precedente, solo che questa volta posso sentirne le parole: “Non potete salire!” “ Le bici sono vietate!” “Mi dispiace, così dice la direttiva, non posso”. Provo a protestare, ma vengo ignorata. Anche questa volta, le persone che non potranno dormire a casa propria sono solo migranti.

Bene, dato che non riesco a convincerlo con le parole, decido di filmare e diffondere il video l’indomani sui social. Purtroppo, non sono abbastanza scaltra, e il controllore, accortosi che sto riprendendo, mi aggredisce verbalmente minacciandomi di denunciarmi. Qualche giorno dopo ho verificato che è assolutamente legale riprendere pubblici ufficiali, ma sul momento non riesco a reagire e assecondo la sua richiesta.

Sono arrabbiata, ma, insospettatamente, dalla mia incapacità di farmi valere nasce qualcosa che non mi sarei aspettata: un dialogo. Il controllore sembra avere un gran bisogno di giustificarsi, di sfogarsi. Mi dice che si trova davanti alla scelta di lasciare le persone a Milano o non poter rispettare il distanziamento sociale, che rischia ogni sera di essere menato da viaggiatori ubriachi o aggressivi, che non vuole essere contagiato perché ha una madre anziana, che sta solo eseguendo gli ordini della sua azienda, la quale non può permettersi di criticare a causa del codice etico. E’ un fiume in piena, racconta senza fermarsi quanto questo lavoro sia difficile e pericoloso. Mentre parla, scorrono le fermate, ad altri migranti non è permesso di salire sul treno. A Rho, le porte si chiudono soffocando la voce di un ragazzo “No capo, per favore, come faccio”, ci allontanano dal suo viso spaventato e sorpreso.

Provo emozioni forti e contrastanti. Capisco il controllore, sento il suo dolore e la sua preoccupazione, e capisco anche che si sia abituato al grido di aiuto dei ragazzi a cui non permette di salire sul treno; dall’altra parte, il suo bisogno di aprirsi con me mi fa pensare che non sia completamente tranquillo con le sue decisioni. E’ diventato troppo umano, per me, perché io lo possa accusare; ma la frase “faccio solo il mio lavoro” rimanda a tempi diversi, e mi spaventa. Incolpo Trenord, allora. Ma a pensarci bene, cos’altro doveva fare? Doveva far rispettare il distanziamento sociale e ha preso una decisione. E le aziende di consegna a domicilio, anche loro, che colpa ne hanno? Non possono certo organizzare dei treni appositi per i loro dipendenti. E io? Io cosa potevo fare? Come potevo indire una rivolta, così, su due piedi?

In definitiva, siamo tutti innocenti. Siamo tutti innocenti, eppure una comunicazione di Trenord ha impedito consapevolmente a dei lavoratori di usufruire di un servizio pubblico, senza che questo causasse delle proteste effettive da parte degli esecutori della decisione o dai testimoni della sua messa in pratica.

Chiediamoci allora: sarebbe potuto succedere se i maggiori utilizzatori di biciclette sui treni fossero stati dei postini con cittadinanza italiana? Degli italianissimi ciclisti professionisti? Delle donne in carriera attente all’ambiente?

Proviamo a immaginarci cosa sarebbe successo se queste persone fossero state costrette, per lavorare, a dormire in stazione, o a non dormire proprio, per uno o più notti. Io, personalmente, non riesco a raffigurarmi una situazione del genere, perché nessuna azienda di trasporti oserebbe prendere una simile decisione. Siamo protetti, come cittadini e cittadine italiane, e pensiamo di esserlo per diritto.

E allora mi è parso chiaro, scendendo dal treno, che non siamo innocenti. Questo episodio è potuto avvenire perché facciamo parte di una società che è strutturalmente razzializzata e razzista. E per questo siamo tutti colpevoli.

Bianca Turati

Categorie: Diritti Umani, Europa
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