Bolivia al collasso: l’unico paese che sta attraversando la pandemia sotto una dittatura

29.06.2020 - La Paz, Bolivia - Verónica Zapata

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Bolivia al collasso: l’unico paese che sta attraversando la pandemia sotto una dittatura
(Immagine di Claudia Morales/ABI)

La Bolivia, da 100 giorni in quarantena, al 24 giugno ha registrato un totale di 27.487 contagi, 876 morti e una media di 1.000 contagi al giorno. Il sistema sanitario è collassato a Beni e Santa Cruz, e il crollo di Cochabamba e La Paz è imminente. Questi 4 dipartimenti vedono concentrato il 92% dei contagi e Santa Cruz, con il 60% di contagi, ne è il focolaio. La Bolivia è l’unico paese dell’America Latina che sta attraversando la pandemia sotto una dittatura e, senza una politica di Stato orientata alla prevenzione e al contenimento del Covid-19, si dirige verso il collasso nazionale assoluto.

Non esiste un piano di emergenza coordinato, né un comitato scientifico adeguato, e c’è una domanda urgente di medici specialisti, forniture e attrezzature sanitarie. Ciò che Áñez sta facendo è il mero bilancio delle cifre ufficiali rispetto ai contagi e ai decessi.

Tre ministri della salute si sono avvicendati durante la quarantena e hanno presentato il loro “piano strategico” basato su promesse di approvvigionamento di attrezzature e forniture sanitarie, che non si sono verificate nella realtà. Añez non ha raggiunto l’obiettivo della quarantena, ovvero fornire al sistema sanitario risorse, attrezzature sanitarie, infrastrutture, personale, ecc. per soddisfare l’elevata domanda che poteva verificarsi.

Non esiste un piano di intervento coordinato tra il potere centrale e quello delle province e dei municipi, né con i vari settori della società, ed è questo che rende impossibile fronteggiare con serietà gli imprevisti.

Il “comitato scientifico” non risulta adatto perché ha estromesso sei società scientifiche, di medicina d’emergenza, terapia intensiva, medicina interna, malattie infettive, pneumonologia, pediatria, e l’Universidad Mayor de San Andrés (U.M.S.A.) della Bolivia. Il comitato conta al suo interno 8 medici senza esperienza in materia e il cui presidente, Mohammed Mostajo, era il genero di Jeanine Áñez. Lo stesso uomo che ha agito come consulente e ha definito le azioni del piano contro il Covid-19, nonché l’acquisto di personale e attrezzature. Ora coinvolto nello ‘scandalo dei respiratori’, è fuggito negli Stati Uniti nel bel mezzo del collasso sanitario affermando che “il suo lavoro di consulente era finito”.

Dall’inizio della quarantena si sono registrate nel paese numerose marce di medici per chiedere forniture sanitarie e dispositivi per la protezione individuale, la formazione e l’assunzione di personale, ecc. Inoltre, i sindaci hanno chiesto che gli venissero accordate le risorse necessarie al pagamento degli stipendi arretrati dei medici.

Il dipartimento di Beni, di dove è originaria Áñez, è crollato e il 50% dei suoi medici risulta essere stato contagiato, secondo Jorge Gómez, direttore del servizio sanitario dipartimentale (S.E.D.E.S.), a causa della mancanza di DPI. Trinidad, la sua capitale, è il focolaio dell’epidemia. Il 22 maggio, il governatore di Beni ha dichiarato il crollo sanitario e si è visto costretto a chiedere aiuto a un vicino distretto confinante con il Brasile.

Solo il 25 maggio è arrivata a Beni una delegazione di sei ministri, tra cui l’attuale ministra della Salute Eidy Roca, con 10 ambulanze e una donazione di DPI e di tre velivoli sanitari da parte della ONG “Mano a mano”.

In questo modo, si vende l’immagine di una Bolivia “povera” che sopravvive grazie alle donazioni. Áñez accusa Evo Morales per “l’eredità ricevuta”: nel paese, la spesa sanitaria fino al 2005 ammontava a 362 milioni di dollari, e in 13 anni Evo lo ha moltiplicato per 7 arrivando a 2,6 miliardi di dollari; durante il periodo 1825-2005 dell’era repubblicana, c’erano 2.870 ospedali nel paese, tra il 2006 e il 2018 Evo ha costruito 1.061 ospedali.

Dal 1825 al 2005, l’assunzione di personale sanitario si fermava a 17.175 unità, che sono passate a 35.725 nel periodo 2006-2018, con 18.550 unità in più. L’INVAP argentino ha ceduto alcuni strumenti tecnologici a tre centri oncologici in Bolivia, evento senza precedenti nella storia del Paese.

I medici boliviani hanno ricevuto borse di studio per specializzarsi a Cuba, in Russia, in Argentina, in Cina, ecc. La creazione del Ministero della Scienza e della Tecnologia, che è stata sospesa dopo il colpo di stato, era stipulata per il 2020. Ci sono 20 ospedali di 2° e 3° livello che Morales ha lasciato a un passo dall’inaugurazione che non vengono utilizzati, lo stesso accade per i velivoli sanitari che erano stati precedentemente acquistati.

Il 10 marzo era stato registrato il primo caso di Covid-19 nel paese e il 22 marzo veniva dichiarata la quarantena. Il 1° giugno il paese ha attuato la quarantena dinamica per aprire diversi settori dell’economia, come avvenuto in diversi paesi che hanno iniziato ad allentare la quarantena e contemporaneamente a controllare la curva dei contagi.

In Bolivia è accaduto qualcosa di insolito: il governo centrale, senza aver elaborato alcun piano per una graduale uscita dalla rigida quarantena, si è svincolato dalla responsabilità di contenere il Covid-19, e l’ha trasferita ai governatorati e ai sindaci. Diverse regioni si sono auto isolate quando hanno visto aumentare il proprio numero di contagi. A La Paz e a Cochabamba diversi ospedali sono stati chiusi, tra cui gli ospedali Thorax e Viedma, a causa dei massicci contagi del personale non sostituibile, e questa settimana c’è stato un ritorno a una quarantena più rigida.

A causa del malgoverno di Áñez, sono stati segnalati 10 decessi avvenuti per le strade, alcuni alle porte degli ospedali e altri all’interno delle proprie abitazioni, senza aver ricevuto cure mediche. Le immagini ci ricordano la dura realtà di Guayaquil. Un caso devastante si è verificato a Cochabamba, dove il cadavere di un uomo è stato rinvenuto per strada, dopo che quest’ultimo aveva cercato assistenza in sette diversi ospedali per cinque ore, senza riuscire a ottenerla. Altri casi sono stati registrati a Beni, Santa Cruz e La Paz.

Il 24 giugno, un paziente malato di Covid-19 si è suicidato quando le sue condizioni si sono complicate per mancanza di medicinali, e si è buttato dal terzo piano dell’ospedale Solomon Klein di Cochabamba. Dall’altro lato, il 20 giugno l’Istituto di Investigazioni Forensi ha registrato 50 decessi avvenuti in casa per insufficienza respiratoria a Santa Cruz, ancora non confermare positivi. A Cochabamba sono stati rinvenuti 13 corpi all’interno delle proprie abitazioni e sono state allestite fosse comuni per i corpi non identificati, a causa del collasso del forno crematorio.

Il ministro dei lavori pubblici Iván Arias ha affermato che ci sono stati decessi registrati per le strade perché le persone “aspettano fino all’ultimo minuto per andare all’ospedale”. Al contrario, il C.I.D.H. ha dichiarato: “Questi decessi sono dovuti all’impossibilità di ricevere cure mediche, a causa della saturazione degli ospedali.

Il paese ha urgente bisogno di forniture e attrezzature sanitarie

Secondo la Società boliviana di Medicina di emergenza e Terapia Intensiva (S.B.M.C.T.I.), nel paese ci sono 210 medici di terapia intensiva e questa cifra deve essere raddoppiata, ma Áñez non consente l’ingresso ai medici cubani. Ci sono solo 100 letti disponibili per Covid-19, quando ne sono necessari 700 nel paese.

A questo proposito, il 16 aprile Mohammed Mostajo ha annunciato l’acquisto di 500 letti per unità di terapia intensiva e 450.000 reagenti. I letti non sono mai arrivati e dopo quasi due mesi, il 3 giugno sono arrivati solo 70.000 reagenti. Gli ex ministri della Salute Aníbal Cruz e Marcelo Navajas hanno promesso 500 ventilatori tre mesi fa, e il 15 maggio sono arrivati 170 ventilatori, comunque troppo costosi e inutilizzabili per i pazienti in condizioni critiche da Covid-19. Il 22 giugno è stato denunciato l’acquisto di soli 10 respiratori spariti e, di nuovo, troppo costosi.

Nel paese c’è penuria di reagenti sin dall’inizio della quarantena e i tamponi sono stati limitati ai pazienti con “sintomatologia severa”, di conseguenza la Bolivia è ora il paese che effettua il minor numero di test della zona. I risultati dell’esiguo numero di tamponi arrivano solo dopo il decesso dei pazienti, dopo più di una settimana, perché devono essere trasferiti via terra nei laboratori di Cochabamba, Santa Cruz e La Paz.

Solo un mese fa sono stati messi in funzione laboratori a Tarija, Beni e Chuquisaca. Il collasso dei laboratori è imminente per mancanza di personale. Il Centro Nazionale per le Malattie Tropicali (C.E.N.E.T.R.O.P.), il più importante laboratorio di Santa Cruz, si è dichiarato in emergenza perché non ha ricevuto i termociclatori necessari all’analisi dei tamponi, di cui 4.000 ancora in attesa.

Ciò che colpisce è che, secondo quanto annunciato il 16 aprile da Mohammed Mostajo, nel Paese ci sono 33 laboratori: 23 appartenenti al programma HIV e tubercolosi e 10 donati dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), il che permetterebbe di avere tre laboratori nei nove dipartimenti del Paese. D’altra parte, nelle cliniche private i tamponi costano in media 150 dollari, il che fa della Bolivia il secondo paese del Sud ad avere i costi più elevati per i test.

Come se non bastasse, il 18 giugno Áñez – che si trincera dietro la preoccupazione per la salute dei cittadini – ha impedito l’ingresso di un aereo proveniente dalla Cina con un carico fino al 400% di 1.600.000 dispositivi di protezione individuale: 800.000 mascherine, 500.000 mascherine N95, 200 guanti, 50.000 tute, 5.000 termometri, 20.000 cuffie e 10.000 occhiali protettivi che sono stati destinati ad aziende private e al ministero dell’Energia che era intervenuto nella transizione. Il volo è stato cancellato per evitare un altro scandalo di corruzione prima di una fuga di notizie.

Macabra gestione di dati epidemiologici per evitare le elezioni

All’inizio della quarantena, le cifre epidemiologiche del paese erano basse e furono vendute come un “successo”. Improvvisamente, quando il popolo boliviano ha messo all’ordine del giorno la richiesta elettorale, contemporaneamente le cifre ufficiali sono aumentate, e Eidy Roca, l’attuale ministro della Salute, ha previsto più di 130.000 contagi entro la data delle elezioni del 6 settembre, quasi triplicando le cifre della proiezione dell’ex ministro della Salute Aníbal Cruz di 48.000 contagi.

Veniamo così a scoprire che il golpismo ha macabramente manipolato fin dall’inizio i dati epidemiologici sulla base di interessi e calcoli elettorali, al fine di evitare le elezioni nel Paese. Anche se l’aumento dei contagi, che non hanno ancora raggiunto il loro picco nel paese, è reale e prevedibile, a causa dell’inazione del governo de facto, le cifre epidemiologiche esatte non sono note – non solo perché non vengono effettuati tamponi a tappeto e molti sono in attesa di essere analizzati, ma anche perché Áñez nasconde e manipola sistematicamente le informazioni a riguardo.

Di Veronica Zapata

Verónica Zapata è una giornalista e psicologa boliviana

Traduzione dallo spagnolo di Chiara De Mauro

Categorie: Diritti Umani, Politica, Popoli originari, Salute, Sud America
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