Il 6 Aprile 2009 L’Aquila, due testimonianze ad undici anni dal terremoto

05.04.2020 - Benedetta La Penna

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Il 6 Aprile 2009 L’Aquila, due testimonianze ad undici anni dal terremoto

Domani, 6 Aprile 2020, saranno passati ben 11 anni da uno degli eventi più tragici che ha colpito l’Abruzzo: il terremoto de L’Aquila.

 

A causa delle restrizioni dovute dal Coronavirus purtroppo non ci sarà la fiaccolata annuale in memoria delle vittime, ma verrà acceso, alle 23.30 di questa sera, un braciere in Piazza Duomo posizionato nei pressi della Chiesa di Santa Maria del Suffragio. La cerimonia sarà in diretta streaming sul sito del comune de L’Aquila.

 

Inoltre, questa sera a mezzanotte, ci sarà un flashmob su scala nazionale dove si potrà accendere dal balcone della propria abitazione una candela o il cellulare, in memoria delle 309 vittime.

 

Per non dimenticare quel tragico giorno, vogliamo raccontarvi una testimonianza di chi, il terremoto, lo ha affrontato in prima persona quel 6 Aprile 2009, alle 03.32.

 

Grazie infinite a Maria Elena Comperti e Christian Valentino per aver condiviso con Pressenza il loro vissuto.

 

“Un borsone c’era, altro che no. E l’avevo preparato io, quella che quando parte compra sempre tutto dove va. È più forte di me, i preparativi mi sanno di morte. E mi sembra che portino pure un po’ sfiga. Come quelli che comprano i biglietti mesi prima e poi, dove devono andare scoppia la guerra. Però stavolta era diverso. C’erano scosse udibili almeno tre o quattro volte al giorno. C’era stata quella del 30 marzo. Il borsone lo preparai il 31 mattina. Ci avevo messo dentro sei litri di latte, due pacchi di biscotti Plasmon, due tute da bebè di ciniglia, dieci pannolini e un caricatore Nokia. Stava vicino alla porta, sulla sinistra. Perché avevo pure calcolato che il braccio destro mi serviva per portare Giuseppe. Chissà perché, già sapevo che io avrei preso Giuseppe e Mauro avrebbe pensato a Matteo. Comunque, passavano i giorni e tutto mi pareva normale. Certi bei pomeriggi assolati in piazza cancellavano pure un po’ la paura. Ho dovuto anche intaccare la scorta di Plasmon e pannolini. Mi sembravano uno spreco dentro al borsone. Tanto poi ce li rimettevo. Quella notte mi addormentai tardi per finire Branchie. Ammaniti ha il potere di modificarmi i bioritmi. Mauro a letto proprio non ci era venuto perché era alle prese con Dragon Age. È stata l’unica volta che non l’ho offeso quando mi ha detto gioco un po’ al computer. Il pensiero che uno dei due restasse sveglio mi autorizzava ad un sonno pacioso, come quello dei bimbi. Chiusi gli occhi con in testa gli ultimi istanti del libro. Poco dopo anche io ero diventata mezza donna e mezzo pesce e la coperta era calda il giusto A domani, mi dissi e domani arrivò, manco un paio d’ore dopo.

Mi hanno svegliata l’urlo disperato di un uomo e pezzettini di intonaco sulla faccia. L’uomo era Mauro, stiamo insieme da venti anni, ma quella voce io non l’avevo sentita mai. Vederlo arrabbiato è una rarità, ma io ho talento. Quell’urlo però, portava la disperazione di chi con due mani sole voleva salvare moglie e figli. Ed era pure l’urlo del bambino che a otto anni sopravvisse al terremoto dell’Irpinia. C’è chi torna a L’Aquila per amore. Io non lo faccio per lo stesso motivo. Abbiamo aperto la porta senza difficoltà, ingoiato le poche scale come mezzo bicchiere d’acqua. In giardino ci siamo chiesti dove fossero i figli. Ce li avevamo in braccio, stretti da fare male. Nessuno dei due ricordava di averli presi, e nemmeno i nomi. Li avevamo portati in salvo, ma non ci ricordavamo come si chiamavano. Giuseppe aveva tre anni, tremava. Non parlava, o almeno non parlava a parole. Aveva gli occhi enormi, aperti, senza difese. Credo abbia visto cose, anche oltre la nebbia dei crolli tutta intorno a noi. Non è stato agevole negli anni, tirargliele fuori. Matteo aveva dieci mesi, e cercava il seno una posizione per continuare il sonno in braccio a me. Abbiamo riscaldato e spostato le macchine, allungati i sedili. Volevamo far riaddormentare almeno Matteo e correre da mia madre e mia sorella. Una a Roio, l’altra a San Giuliano. Roba facile, quella notte. Senza neanche una coperta, con la porta di casa spalancata e il gas aperto. Senza soldi e cellulari. Fermi tutti, io avevo preparato il borsone! Il latte ci avrebbe salvato la vita! E i Plasmon, potevamo permutarli per un pieno.

Andai io, dopo una breve discussione. Sapevo che non ci sarei più tornata a vivere.

La luce era già tornata. C’era il borsone accanto ai miei piedi, dovevo prendere solo quello, ma non lo vedevo. C’ero io vestita da sposa dietro a un vetro infranto. C’era da salutare tutto quello che ero stata in trent’anni. C’era da salutare un’altra volta mio padre, conosciuto e vissuto solo all’Aquila. C’era pure da fare in fretta. Mossi qualche passo e ricordai di essere scalza. Il pavimento era pieno di vetri e libri. Servivano scarpe a tutti e quattro, calzini, coperte. Ma a che cazzo pensavo quando preparavo il borsone? Ricordai pure di avere mille e cinquecento euro in una busta, dovevo versarli da una settimana, me lo dimenticavo sempre. Poi trovai la mia statuetta. Me la regalò mia sorella il giorno che ho partorito Matteo. La trovo proprio bella. E viene dalla persona che più mi ama in terra. Questa mammina di porcellana e i suoi due bambini. Quello più grande aveva appena perso le gambe. Il terremoto ha colpito dove più si doveva proteggere. E io, stavo lì ferma a pensare ai cocci. Presi i soldi, preparai un vero borsone e corsi via. Avevo la vita salva, era salvo Mauro e più di tutto sono salvi i miei figli. Dovevo iniziare a meritarmelo.

A L’Aquila non siamo più tornati a vivere, abbiamo scelto Pescara. Mauro è un cuoco, io un’animatrice. Sembra strano scritto tra queste righe che raccontano la morte, ma ho un talento comico, che qui risulta pure esotico e le cose non vanno male. Come tutti in questi giorni vivo nella surreale bolla di sapone che è la quarantena. Mi inquieta che ora sia proprio la casa a proteggermi nella lotta contro questo moscerino virulento, cerco di non pensarci troppo e mi prendo cura della mia fragilità. A L’Aquila tutto quello che non è stato flessibile, ha ucciso. Ecco perché consapevole dei cocci che ho dentro cerco cosa altro possono diventare, e quanta luce passa dalle ferite: è un modo come un altro di far lavorare gli anticorpi.

La statuetta ce l’ho ancora. È nella vetrina della sala, girata dal lato buono. Oggi però voglio che la vediate tutti per come è. Per come anche,è.

Io che il buco c’è lo so. Tutti i giorni lo so”.

“E’ una giornata come tante, il 6 Aprile 2009. Mi accingo come negli ultimi giorni a preparare pacchi e inscatolare libri che mi avevano accompagnato fino a quei periodi nel percorso universitario. In realtà non era un giorno come tanti. Pensavo al mio futuro, all’imminente discussione della tesi che si sarebbe tenuta dopo un paio di settimane e che avrebbe segnato il passaggio dal mondo del libro a quello del lavoro. Ma allora ancora sapevo, ancora conoscevo. La mia preoccupazione primaria era discutere, “togliermi quel peso” e poi tutto si sarebbe sistemato. Vivevo in una piccola mansarda a Scoppito, una zona tranquilla e scelta dopo sette anni di gavetta in una città spuntata per caso in un caldo pomeriggio di estate. Ricordo ancora la telefonata del mio insegnante delle scuole superiori che durante un turno in fabbrica mi chiamò e mi disse: “Domani ci sono le iscrizioni per la facoltà di Scienze dell’Investigazione a L’Aquila”. Non potevo crederci, avevo sempre sentito il desiderio e il richiamo verso un mondo visto solo nelle riviste o nei film, ma era arrivato il momento. Mi presi un giorno e partii per quella città di “montagna” mai visitata e sconosciuta, ma nel cuore di una terra nella quale, in fin dei conti, sono stato sempre bene, l’Abruzzo. Sette lunghi anni, ma pieni e vissuti tra lezioni che mi appagavano (chi l’avrebbe mai detto che uno come me avrebbe scelto un percorso universitario) e avventure notturne in quei giovedì universitari passati tra “Ju Boss” e il “Farfarello”. E’ sempre stata una città a misura d’uomo, mi sono sempre accontentato e ho sempre apprezzato di quello che poteva darmi. La cosa più bella che porto ancora nel cuore era quell’aprire le persiane e osservare le montagne respirando aria fresca, aprire i rubinetti e bere acqua ghiacciata o ad esempio quelle escursioni domenicali dove ho imparato a conoscere il territorio. Ricordo ancora “Da Maria” a Calascio dove andavo spesso e che mi riportava a casa tra i sughi della nonna e la pasta fresca ammassata. Si, mi sono sempre accontentato di questo e vissuto in pieno giorno dopo giorno. Ma la vita a volte è buffa, deve scuoterti con qualcosa, deve farti prendere consapevolezza dei tuoi limiti e permetterti di crescere attraverso il distacco.

Era un po’ di tempo che si sentiva lo sciame, nella mia mansarda dove tutto era amplificato. Mentre facevi la doccia, mentre studiavi, mentre giocavi alla play station con gli inquilini. Tutto era diventato però normale. Oramai convivevamo con la speranza che tutto sarebbe finito un giorno, un giorno. E ricordo ancora la notte prima del terremoto, dove in una città di montagna come l’Aquila, si toccò una temperatura di 24°. Quanto era strano, ma sintomatico. La sera del 5 Aprile ci furono più scossette, misi due calici di vetro vicini e sul bordo di uno scaffale promettendomi che se fossero caduti sarei andato a dormire in macchina quella notte, e così avvenne. La grazia e la fortuna di avere una macchina mi salvò da qualche contusione probabilmente, ma mi fece respirare quella notte la potenza della terra e della natura. Il primo pensiero fu come delle bombe lanciate da aerei, come se fossimo in guerra, ricordo ancora il cielo illuminato di rosso, le montagne sembravano incendiate. Ma dopo 30 secondi io e miei coinquilini che dormivamo in auto capimmo, era arrivata la botta, altro che passa tutto. Macerie intorno a noi e un odore di gas ovunque, la disperazione, l’impotenza. Attendemmo qualche ora per poi ripartire immediatamente per le nostre case e non era codardia, ma la nostra casa era semi distrutta, inagibile. Era l’unica cosa che potevamo fare lasciando tutto ciò che fino a quel giorno avevamo costruito. Tornai un mese dopo, c’era ancora la laurea da ultimare e così avvenne, dentro una tenda a Coppito. Nonostante la tragedia conclusi quell’importante traguardo. Il terremoto mi sconvolse. Mi pose davanti al mio destino e al mio futuro. Non passò qualche mese che con un gran coraggio decisi di ritornare in quelle terre per continuare gli studi. Non potevo abbandonarla così e decisi di iscrivermi ad una scuola di Specializzazione in psicoterapia che finalmente cambiò in maniera radicale tutta la mia vita.

Lo devo a L’Aquila e lo devo a quel terremoto interiore che ha aperto in me nuove speranze e un nuovo senso della vita.”

 

Categorie: Cultura e Media, Europa
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