Franck Gaudichaud : “Guardiamo il Cile per capire in che mondo vogliono farci vivere”

12.04.2020 - Jérôme Duval

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Francese, Tedesco, Greco

Franck Gaudichaud : “Guardiamo il Cile per capire in che mondo vogliono farci vivere”

Dottore in scienze politiche e professore all’Università di Tolosa “Jean Jaurès” dove insegna la storia dell’America Latina, Franck Gaudichaud ritorna da un soggiorno in Cile. L’autore di « Cile 1970-1973 : Mille giorni che scossero il mondo » ci ha concesso un’intervista per evocare i cinque mesi di agitazione sociale che hanno scosso questo paese.

La rivolta cilena è iniziata nell’ottobre 2019 e si è diffusa come una striscia di polvere all’interno del movimento studentesco in seguito alla decisione del governo di Piñera di aumentare il prezzo del biglietto della metro. La repressione contro i giovani ha finito per unire la società intera, non contro l’aumento del prezzo dei trasporti, misura poi annullata, ma contro il sistema neoliberale ereditato dalla dittatura di Pinochet nel suo insieme.

Il 22 ottobre, mentre si contano già una decina di morti, più di 80 feriti di cui alcuni per arma da fuoco, mentre atti di tortura e di aggressioni sessuali sono commessi dai militari, mentre questi pattugliano Santiago per far rispettare il coprifuoco, il presidente Sebastian Piñera si ritratta. Esprime pubblicamente delle scuse al popolo cileno e annuncia delle misure sociali che dovrebbero calmare la foga degli insorti: aumento del salario minimo, aumento del 20% delle pensioni più basse, annullamento del recente aumento del 9,2% del prezzo dell’elettricità, creazione di una nuova fascia imponibile per i redditi superiori a 8 milioni di pesos mensili, riduzione degli stipendi dei parlamentari…

D’altronde, la camera dei deputati ha votato il 24 ottobre (88 voti a favore, 24 contro e 27 astensioni) un progetto di legge per accorciare la giornata di lavoro passando da un massimo di 45 ore a 40 ore a settimana. La proposta passerà prima in commissione, poi in Senato.

C’è stato un passo indietro del governo che sembra, a prima vista, importante. Perché questi annunci non hanno calmato l’insurrezione?

Quella che chiamiamo «l’agenda sociale» è completamente dimenticata dal governo. Sono stati fatti degli annunci. C’è stata anche l’apertura di un sito web del governo che pretende mostrare i progressi in corso, tipo che avremmo raggiunto il 77% della realizzazione di questa agenda sociale. In effetti, se si guarda nel dettaglio, la maggior parte delle misure non sono ancora state applicate. E anche quelle che lo sono, come il leggero aumento della minima di vecchiaia, i bonus per gli stipendi più bassi o i piccoli miglioramenti per la copertura sanitaria, la logica resta fondamentalmente neoliberale. Cioè, con il denaro pubblico lo Stato “assiste” e sostiene l’istruzione, la sanità o i fondi di pensione, fiorenti in Cile.

Tra l’altro, quello che è annunciato dal governo è veramente minimo e largamente derisorio, praticamente indecente. Avrebbero potuto esserci dei progressi con l’annuncio delle tasse per i più ricchi, ma Piñera, facendo parte dell’oligarchia finanziaria, è completamente controllato dalle società e non ha per niente l’intenzione di cominciare a tassare i potenti. Riguardo a un programma di riforme sociali importanti, la proposta più sviluppata a oggi è quella della « Tavola dell’unità sociale » (Mesa de Unidad Social), dove si trovano la CUT (Central Unitaria de Trabajadores), diversi sindacati e molte altre organizzazioni (comprese quelle femministe e ambientali). È una proposta in 10 punti alla quale il governo non ha risposto.

Constatiamo una violenta repressione dei carabinieri (polizia cilena) e, parallelamente, il sistema giudiziario vota leggi liberticide per frenare la mobilizzazione. L’ultima adottata, per vietare di indossare le mascherine durante le manifestazioni, ne è un esempio.

Effettivamente, dall’inizio del movimento, la risposta del governo è stata la repressione, una repressione di Stato veramente feroce con addirittura lo spiegamento di militari per le strade e la dichiarazione di Stato di emergenza, cosa che non era più successa dalla fine della dittatura di Pinochet nel 1990. C’è un utilizzo sistematico di migliaia di carabinieri per reprimere le manifestazioni, con tiri di armi a piombo, e per provare a « terrorizzare » coloro che sarebbero tentati di mobilitarsi. Nonostante cio’, le mobilizzazioni restano massicce.

Oggi il Cile è denunciato non solo a livello internazionale, ma anche all’interno del paese, dall’Istituto nazionale dei diritti dell’uomo, che è comunque un istituto statale. Questo enumera una trentina di morti, quasi 400 mutilazioni oculari, diverse migliaia di feriti. Si notano anche casi di torture, stupri e molestie sessuali nei commissariati, e si parla di migliaia di persone in prigione da mesi, considerate dai manifestanti come prigionieri politici. E la risposta del Parlamento è di rinforzare questa repressione con una legge iniqua recentemente votata, anche da una parte della sinistra e dell’opposizione, che criminalizza la lotta sociale.

È oggi possibile andare in prigione perché si è fatta una barricata che impedisce la circolazione, o perché si indossa un passamontagna in una manifestazione. Si vede, ancora una volta, a che punto lo Stato autoritario non è scomparso con la post dittatura o con una transizione « democratica » che ha assicurato la continuità del modello neoliberale cileno, forgiato dai “Chicago boys” sotto Pinochet.

C’è un forte movimento di contestazione sul modello delle pensioni, come anche sui fondi pensione per capitalizzazione. Qual è il suo impatto e si può dire che faccia eco al movimento in Francia contro il progetto di legge sulle pensioni?

Tra i vari movimenti sociali, durante gli ultimi anni, c‘è il movimento massiccio « No + AFP », che significa in sostanza « No ai fondi pensione ». Questa lotta è riuscita a dimostrare un rifiuto massiccio di questo sistema per capitalizzazione nella popolazione, semplicemente perché il tasso di recupero delle pensioni in Cile è uno dei più bassi al mondo. I dipendenti che hanno lavorato tutta la loro vita si ritrovano alla pensione con circa il 20% del loro ultimo stipendio. Questo quando la metà dei dipendenti guadagna meno di 400 dollari netti al mese e quando il costo della vita è uno dei più alti dell’America latina…

Questa è una dimostrazione, di fatto, del fallimento totale del sistema capitalistico. I fondi pensione hanno soprattutto permesso di arricchire una casta finanziaria che detiene il potere e controlla l’economia esportatrice. Il Cile è il paese che detiene l’esperienza neoliberale più lunga (dal 1975), e la più radicale al mondo. Le pensioni per capitalizzazione sono state istituite brutalmente sotto la dittatura del fratello di Sebastián Piñera, José Piñera, che fu ministro di Pinochet. In piena notte nera della dittatura tutti ci sono passati… tranne i militari, che hanno mantenuto il loro sistema a ripartizione!

La rivendicazione della fine del sistema per capitalizzazione arriva in testa a tutti i sondaggi, dopo quella per una nuova Costituzione. Se vogliamo capire perché il sistema per capitalizzazione sarebbe nefasto qui come altrove, bisogna guardare il bilancio catastrofico dell’esperienza cilena. E quindi, questo ha legami anche con le mobilizzazioni in Francia, visto che si nota che i sindacati e i dipendenti francesi resistono davanti a un sistema a punti che faciliterà, alla fine, il moltiplicarsi dei complementi per capitalizzazione e l’ingresso in questo mercato di fondi enormi come i « BlackRock ».

Il movimento popolare esige anche un cambiamento della Costituzione ereditata dalla dittatura. Il 15 novembre i partiti rappresentati in Parlamento hanno firmato un « Accordo per la pace sociale e una nuova Costituzione ». questo prevede un referendum il 26 aprile. Gli elettori saranno chiamati a rispondere alla domanda « Volete una nuova Costituzione ? », seguita da una seconda interrogazione che chiede di scegliere tra un’assemblea costituente composta esclusivamente da membri della società civile oppure un’assemblea mista, che include cittadini e parlamentari. Verso quale opzione di assemblea ci dirigiamo ? Questo processo anticipato dal governo non potrebbe distogliere l’attenzione e costituire un modo per calmare l’ardore della strada?

L’Accordo per la pace sociale e una nuova Costituzione è negoziato in Parlamento appena dopo il secondo grande sciopero nazionale che ha segnato il ciclo di mobilizzazione, il 26 novembre 2019. Questo accordo cerca, come lo indica il nome, la « pace sociale », quindi di calmare e canalizzare la strada davanti a un grande padronato che teme un blocco dell’economia. L’accordo è stato ottenuto sotto la pressione, anche militare, visto che una voce ha circolato dicendo che, senza accordo parlamentare, ci potrebbe essere un colpo di Stato. Tra i firmatari di questo accordo troviamo evidentemente la destra, poi il centro e addirittura alcuni rappresentanti del Fronte largo (Frente Amplio, « nuova » sinistra nata in parte dal grande movimento studentesco del 2011).

Si tratta dunque di tentare di mettere fine all’esplosione popolare integrando una prima rivendicazione dei mobilitati: una nuova Costituzione. In un certo senso è una vittoria delle lotte collettive, perché, per la prima volta, la casta politica cilena riconosce che bisogna cambiare la Costituzione di Pinochet, del 1980. Ma accetta di farlo solo se pensa di poter controllare questo processo. In aprile il referendum dovrebbe sfociare in un « si » a una nuova Costituzione e a una « convenzione costituzionale ». Quindi la modalità più progressista delle opzioni proposte dall’accordo parlamentare. Ma è una « convenzione costituzionale » nella quale i « vecchi » partiti mantengono la mano. Fino a poco tempo fa non c’era ancora nessuna garanzia sul fatto che le liste indipendenti, dei cittadini, potrebbero presentarsi. Ci sono ancora negoziazioni sulla rappresentazione dei popoli autoctoni che la destra non vuole, e sulla parità, visto che questo non era previsto dall’accordo iniziale. E soprattutto la destra cerca di bloccare la discussione costituente e ha imposto una maggioranza dei due terzi per approvare ogni articolo della futura “Carta Magna”, mentre un altro settore di parlamentari rifiuta in blocco ogni prospettiva di cambiamento costituzionale.

Questo non vuol dire che bisogna astenersi dal votare al referendum del 26 aprile : vari settori della sinistra sociale e politica (e anche libertaria), intendono strappare ai dirigenti questo spazio che si apre e destabilizzare la strategia di controllo dall’ « alto » del governo per conquistare un vero processo costituente democratico, mettendo comunque sul tavolo la fine della privatizzazione dell’acqua, dell’istruzione, della sanità e dei nuovi diritti politici (per esempio, il riconoscimento dei diritti all’autodeterminazione del popolo Mapuche o la rinazionalizzazione del rame). Altri settori chiamano, anche loro, al boicottaggio, per denunciare quello che considerano come una nuova mascherata elettorale.

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Il processo costituente è un tema centrale delle assemblee cittadine, talvolta chiamate « cabildos », che sono spuntate un po’ dappertutto nel paese. Come funzionano queste assemblee e come sono coordinate ?

Uno degli aspetti più interessanti, autogestiti e democratici del movimento, sono effettivamente queste assemblee territoriali di quartiere. C’è stato un piccolo dibattito tra « cabildos » e « asambleas »: i « cabildos » erano spesso convocati da dei partiti o da delle forze costituite, mentre le asambleas » da dei « non membri ». Ma oggi questo dibattito è sorpassato. Ci sono decine di assemblee a Santiago e in molte altre città del paese. Sono spazi di elaborazione collettiva di dibattiti sulla società da costruire, sulla Costituzione, sul modello economico, ma anche su come proteggersi di fronte alla repressione dello Stato, o ancora di fronte al saccheggio dei negozi, ecc…

La forza di questo movimento è di essere ancorato sul territorio. Finché la maggior parte dei sindacati rimane indebolita, e finché i principali partiti politici sono completamente discreditati, si opera una forte politicizzazione “dal basso”, in particolare dove le assemblee sono ben strutturate. Da qualche settimana ci sono tentativi di coordinazione di circa 25 assemblee territoriali o organizzazioni a Santiago che cercano di dare una prospettiva chiaramente anti neoliberale, femminista, ecologica e democratica a queste lotte. È molto chiaro nei loro discorsi e nelle loro delibere.

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“Strade con sangue, terreni senza calcio “: Rozas (capo dei carabinieri) dimettiti, Piñera dimettiti”

Ultimamente ci sono state delle nuove uccisioni di tifosi di calcio, tra cui Jorge Mora investito da un camion della polizia e Ariel Moreno Molina, 24 anni, ucciso da un proiettile. In un Cile in pieno periodo di vacanze estive, il movimento sociale, che ha appena passato la soglia dei 100 giorni, si è riattivato. Dobbiamo aspettarci, nonostante tutto, una fase di stallo?

Durante le vacanze di Natale – le vacanze estive in Cile – c’è stata un abbassamento della protesta, anche se tutti i venerdì, sulla « piazza della dignità », come è stata ribattezzata, ci sono state manifestazioni e scontri con la polizia. È una sorta di movimento Gilets Jaunes alla cilena ! Altre mobilizzazioni continuano, come quelle dei giovani studenti delle medie e del liceo, molto attivi in queste ultime settimane. Hanno impedito la « PSU », una sorta di esame di maturità per entrare all’Università, selettivo e molto disuguale.

Ma la repressione continua comunque e i giovani nuovi assassinati non fanno altro che infiammare un po’ di più il rifiuto massiccio in seno alla popolazione. Piñera è caduto al 6 % di popolarità, al di sotto del livello di popolarità di Pinochet, è un dato storico. Lo si è visto benissimo durante il recente festival di Viña del Mar, dove il pubblico e molti artisti, (come Mon Laferte) hanno espresso tutto il loro rifiuto verso la politica di Piñera e il suo mondo, riprendendo le regole del movimento sociale, denunciando la repressione, e tutto ciò visto in diretta da decine di milioni di telespettatori in Cile e in tutta l’America Latina!

Ci sarà certamente una ripresa molto forte delle mobilizzazioni popolari in marzo, quando ci sarà il ritorno a scuola e all’università, con il rischio che il governo giochi ancora la carta della repressione per provare a organizzare il referendum a fine aprile. A questo proposito i vecchi partiti dell’opposizione di centro sinistra hanno già annunciato di essere pronti a un nuovo « patto » con la destra e con Piñera in nome del mantenimento dell’”unità nazionale” e della “pace sociale”, confermando ancora una volta il loro ruolo a servizio dell’”ordine” e del neoliberalismo.

Una parola per concludere ?

Bisogna veramente osservare quello che succede in Cile : « Il Cile è vicino », come si diceva negli anni ’70 al momento dell’esperienza di Allende, poi durante il colpo di Stato del 1973. È ancora il caso oggi, per leggere il nostro mondo neoliberale. Bisogna denunciare con urgenza la repressione attuale con tutti i mezzi e organizzare la nostra solidarietà internazionale con le loro resistenze. Ma è altrettanto importante capire quello che succede nei vari « Sud » per sapere in quale mondo vogliono farci vivere.

La globalizzazione del capitale è molto chiara in questo senso : il Cile è l’esperienza-laboratorio del capitalismo neoliberale, ma anche lo specchio deformato delle tendenze mondiali, anche nei « paesi ricchi » del Nord, tendenze che si vedono in opera tutti i giorni sotto il governo Macron, in particolare attraverso la contro riforma delle pensioni o con l’aumento in forza della repressione del movimento sociale dell’esagono. Il modo migliore per esprimere la nostra solidarietà rispetto alle resistenze cilene è anche resistere collettivamente, qui e ora, al rullo compressore del macronismo.

 

Tradotto dall’italiano da Silvana Fioresi

Categorie: Interviste, Politica, Sud America
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