Tiziano Terzani diceva che la storia esiste solo se qualcuno la racconta.

Noi vogliamo che questa storia continui ad esistere e quindi, anche se col cuore ancora frantumato, la raccontiamo.

Il protagonista si chiama Kemal Berberovic, per gli amici Kemo.

È nato il 10 agosto 1972 a Kadanj, in Bosnia, un paese in montagna .

Fin dalla nascita è affetto da una grave cardiopatia congenita per la quale viene sottoposto a vari interventi chirurgici in Slovenia.

Ci racconta la cugina di quando, da piccolo, la nonna gli spalmava delle creme sulle ferite che gli solcavano il torace e la schiena.

Per poter stare bene, negli anni successivi, ha sempre necessitato di assumere dei farmaci. Con l’arrivo della guerra questi farmaci non sono stati più disponibili oppure arrivavano scaduti e non si riusciva ad andare in Slovenia a farsi visitare e curare.

E’ arrivato il momento in cui il cuore di Kemo si è completamente scompensato.

Enes, il papà di Kemo, non si è arreso ed è venuto a Torino a chiedere aiuto al Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia. Già, il comitato: un gruppo di sognatori, ma anche concreti. Fondato negli ultimi giorni del 1993 possiamo dire che vive ancora adesso. Sognavamo un mondo migliore e per realizzarlo provavamo a fare delle cose pratiche attraverso questa piccola associazione, di cui parla il libro La guerra in casa di Luca Rastello.

In sostanza cercavamo delle famiglie, a Torino e in Piemonte, disponibili ad ospitare nuclei familiari sfollati dalla guerra in Bosnia. Nuclei fatti di coppie, coppie con figli (1 ,2, 3, neonati o grandini, singoli, gemelli, in pancia), genitori singoli con uno o più figli, nonni con nipoti (perché a volte nelle guerre “saltano” delle generazioni). Organizzavamo attorno a queste famiglie una rete di sostenitori che versassero un contributo mensile.

A quel punto si faceva l’abbinamento tra la famiglia ospitante e quella che aveva bisogno di essere ospitata. Fatto questo si mandavano i documenti per i visti e appena tutto era pronto si partiva e si andavano a prendere, attraversando frontiere, posti di blocco, guerra.

All’andata eravamo carichi di cibo, abiti caldi, giochi e farmaci da lasciare ai campi profughi. Al ritorno avevamo a bordo persone spaventate e speranzose, con le loro poche cose salvate in sacchetti o borse di fortuna.

Tra le famiglie ospitate c’erano Mima, Reuf e la piccola Aila. Mima è cugina di papà Enes, gli aveva raccontato dell’esistenza di questo comitato, della loro nuova vita.

E che cosa può fare un papà che non si arrende se no partire pere chiedere aiuto? Ecco che Enes arriva, una sera, a una riunione del comitato, con una cartella clinica spessa come una guida del telefono dell’epoca, per chi ancora se le ricorda.

Tocca a me guardare quegli esami, leggere referti, ecografie, elettrocardiogrammi impazziti e dire che quel cuore, quello lì operato e rioperato, che aveva lavorato fino a quel momento, era verosimilmente da cambiare e che l’unico modo era prendere Kemo e portarlo in Italia.

Detto fatto: altro viaggio. Siamo partiti con la mia vecchia Opel Kadett, Reuf, l’instancabile Enes ed io: siamo andati da Torino ad Ancona, di lì a Spalato e fino a Kladanj.

I saluti prima del viaggio di ritorno avevano il sapore dell’amore, della speranza, dei sogni che non vogliono finire all’alba.

Il viaggio di ritorno non è stato proprio una passeggiata, come se il destino volesse metterci alla prova per chiedere se eravamo davvero disposti ad affrontare tutto quello che sarebbe venuto dopo: la macchina si è rotta e l’abbiamo dovuta abbandonare in Bosnia finché Enes, settimane dopo, è tornato a prenderla, col pezzo di ricambio che serviva ed era introvabile in quel periodo; abbiamo dormito a Sarajevo, ci siamo lo stesso imbarcati a Spalato (e la compagnia navale ci ha permesso di usare i biglietti che avevamo per il giorno precedente), siamo scesi ad Ancona dove però, il 15 ottobre 1996, c’è stato il terremoto così il nostro treno è stato deviato su Verona.

Quando siamo arrivati a Torino sono iniziati esami infiniti, più o meno invasivi, visite e consulti: è stato confermato che era veramente una situazione grave e Kemo è stato inserito in lista trapianti presso il Policlinico San Matteo di Pavia. E Kemo è stato il primo di tutti noi ad avere un cellulare, il telefono che tutti aspettavamo squillasse con la notizia del reperimento del cuore compatibile.

Enes e Kemo hanno trovato ospitalità da Davide e Paola (e poi è arrivato Luca!).

Sbaglio a dire ospitalità: hanno trovato la loro famiglia italiana da Davide e Paola che a loro volta hanno trovato la loro famiglia bosniaca.

Il destino ha ancora giocato con noi perché a luglio 1997 è arrivata la prima chiamata per un cuore ed abbiamo fatto una folle corsa in taxi fino al San Matteo, scortati dalla polizia per saltare tutte le code dovute a un ingorgo. All’ultimo momento quel cuore è risultato non idoneo. La chiamata successiva è arrivata il 26 agosto 1997, stavolta il trapianto c’è stato, ma il cuore si è rotto. Lo so, direte che era davvero troppo sfortunato Kemo. Ma noi vedevamo sempre e solo il lato positivo così come ci aveva insegnato lui. Così per circa 20 ore ha vissuto in circolazione extracorporea, in attesa di un cuore compatibile. Quasi impossibile. Eppure è arrivato.

Ci è stato detto che apparteneva a un ragazzo quattordicenne della provincia di Vicenza. Un dono insperato e provvidenziale.

Due trapianti in un giorno sono troppi per quasi qualsiasi fisico, figuriamoci per uno così debilitato: Kemo è stato molto male ed ha trascorso un periodo lungo in rianimazione e poi in riabilitazione anche perché, in seguito agli allevati livelli di bilirubina , ha riportato dei danni permanenti alla motricità fine delle mani.

Non si è arreso, ha fatto di tutto per stare bene, per vivere appieno questa nuova esistenza.

Si è sottoposto a fisioterapia, ha seguito scrupolosamente le terapie e, soprattutto, ha ricominciato a vivere.

Ha trovato una compagna ed ha avuto una figlia, Almira, il 31 marzo 2003.

Poi l’amore con la compagna è tornato ad essere l’amicizia giovanile che era stata e, negli anni successivi, ha trovato un nuovo grandissimo amore, Amira, medico bosniaco che è stata sempre tanto vicino a lui, a sua figlia e a tutta la famiglia.

Negli anni successivi all’arrivo di Kemo, papà Enes e mamma Amira, le sue sorelle Amra ed Azra, hanno avuto una casa per conto loro.

Sì, i genitori e le sorelle perché lui era il perno intorno al quale ruotava tutta la famiglia.

Suo papà ha lasciato l’officina, sua mamma ha lasciato il lavoro di impiegata, le sorelle hanno lasciato la scuola che frequentavano in Bosnia e sono venuti tutte in Italia, iniziando una nuova vita qua, nella speranza di vedere Kemo tornare a stare bene.

Enes ha fatto il camionista per tanti anni, Amira ha svolto tanti lavori, Amra ed Azra sono cresciute, si sono sposate ed hanno avuto figli in Italia.

Nel 2004, Kemo, guardando crescere sua figlia  pensando a quei genitori che lo hanno salvato, ha sentito fortissima l’esigenza di ritrovare la famiglia che gli aveva donato il cuore. Voleva dir loro che stava bene e che da quel dono era  nata una splendida bimba sana.

Abbiamo fatto un appello molto sentito sul  Corriere di Vicenza. Nessuno ha risposto.

L’appello è stato ripetuto nel 2017, in occasione dei 20 anni dal trapianto.

Nessuna notizia nemmeno allora. Come se il donatore non fosse mai esistito, non avesse genitori, ma nemmeno amici, compagni, insegnanti, insomma nessuno che si ricordasse di quel 27 agosto 1997 in cui un ragazzino muore e morendo dona la vita ad altre persone. Soltanto nell’ultimo anno ci è venuto in mente che il cuore potesse arrivare da un turista. E resta la speranza di raggiungerli, prima o poi, per raccontar loro questa storia bellissima.

Luisa Mondo

 

 


 
 

Luisa Mondo, medico epidemilogo, si occupa per passione e per lavoro della salute dei migranti.