C’era una volta a Roma…

09.03.2020 - Patrizia Cecconi

C’era una volta a Roma…
(Foto di Di Photo by Martina Sapienza (January 2013) - Himetop, Istituto Carlo Forlanini, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55443937)

Vi voglio raccontare una storia, alla fine capirete il perché. Se non avete voglia di leggerla andate direttamente alla fine, dove troverete la richiesta di una firma poi, forse, tornerete indietro. 

C’era una volta a Roma, costruito a 120 metri s.l.m. sotto il Gianicolo e sopra Trastevere, in una zona allora piena di verde, un magnifico ospedale. Era bello anche architettonicamente, ricco di sale con magnifici pavimenti e ampie vetrate, oltre che di stanze per i malati con veranda esposta al sole e poi giardini e giardinetti con alberi ad alto fusto che miglioravano la qualità dell’aria, già considerata buona all’epoca della sua costruzione. Era destinato alla cura delle malattie polmonari. Era l’ospedale Forlanini. Un’eccellenza sacrificata agli F35 e non solo.

Chi scrive ha esperienze dirette di quell’ospedale. Dirette e ottime, al contrario di altre strutture sanitarie come, ad esempio, un altro ospedale romano in cui fu praticamente ucciso, o se volete “lasciato morire” in modo assolutamente disumano il proprio padre, come raccontò anche un importante quotidiano (La Repubblica) come caso “ordinario” di malasanità.

Ma parliamo del Forlanini. Ai tempi in cui si affermava “Medicina democratica”, tempi antropologicamente lontani più di quanto non lo siano gli anni effettivamente trascorsi da allora ad oggi, mi trovai a frequentare quell’ospedale perché un familiare fu ricoverato lì per cancro ai polmoni. Ero molto giovane allora, avevo una ventina d’anni e seguivo all’Università dei seminari sulle strutture chiuse, quindi quando scoprii che un nucleo di medici e psicologi aveva dato vita insieme ai pazienti a laboratori teatrali interni all’ospedale, a circoli di lettura ed altre simili iniziative che restituivano ai pazienti quella dignità umana che spesso si perde diventando solo il paziente numero x, pensai che finalmente Psichiatria democratica, Medicina democratica e tutto quel che di democratico nel significato pieno e nobile del termine si affermava allora avrebbe avuto la capacità di cambiare davvero in meglio l’Italia. Erano gli “70, quelli che vengono ricordati sempre come anni di piombo e mai, purtroppo, come anni di vera crescita culturale e sociale.

Molte cose nate in quegli anni col tempo sono rimaste parole ripetute a vuoto, ma allora non era così. Per esempio il primario del reparto in cui era stato ricoverato il mio congiunto era uno che gratuitamente si recava a far visita ai malati terminali, dimessi su richiesta dei famigliari affinché morissero in casa. La sua visita  aiutava la famiglia in quelle ore di angoscia in attesa della morte imminente e forniva indicazioni capaci di alleviare il dolore fisico del malato e contestualmente di sostenere psicologicamente lui e chi gli era vicino.

Circa dieci anni dopo ebbi un’altra esperienza in quell’ospedale. Vi sembrerà incredibile, ma fu un’esperienza divertente, addirittura bella, tanto da farmi pensare ad alcune scene del film “Una breve vacanza” con una superba Florinda Bolkan come protagonista. Stavolta la paziente era mia madre. Mia madre era una donna di ferro, aveva una capacità anormale di resistere a tutto e questo ne faceva una sorta di colonna alla quale tutti potevano appoggiarsi e trovare sostegno. Ma questo significava anche dar poco spazio a se stessa e quando un giorno, a causa di una tosse micidiale che la tormentava da anni e di cui non si conosceva l’origine, fu ricoverata per ricerche al Forlanini, si trovò affidata a una dottoressa che si prese cura di lei dicendole esattamente queste parole: “Signora, lei da qui non uscirà finché non le avremo tolto questo tormento. Mi prenderò cura direttamente io di studiare il suo caso e sarò a sua completa disposizione”.  Poi fu mandata in una stanza con altre 4 donne. 

Mia madre era molto scettica ed era convinta che avrebbe passato qualche giorno deprimente in quello che una volta era il “sanatorio di Roma”. La confortava solo il fatto che i tanti giardini con panchine in cui sedersi per chiacchierare o leggere le avrebbero dato un minimo di piacere. Perché una cosa su cui pochi riflettono, ma che per fortuna da qualcuno, per esempio Gino Strada, è molto ben considerata è la bellezza come aspetto collaterale della cura. Ma non immaginava, mia madre, che quel suo mese di ricovero in ospedale per ricerche sul suo ormai pluriennale tossire senza causa  sarebbe stata una vera vacanza insieme a una decina di altre donne, alcune giovanissime, alcune adulte e altre anziane, tra le quali c’erano anche malate terminali che per una strana alchimia sociale erano diventate amiche e passavano la maggior parte delle ore di sole in giardino, ordinando pizze e bibite attraverso le inferriate anche nelle ore di chiusura al pubblico e divertendosi come fossero ragazzine scapestrate raccontandosi le loro storie di vita. 

In questo modo hanno accompagnato con dolcezza e perfino allegria una di loro di soli trent’anni che stava chiudendo la sua vita, piangendo poi a dirotto per il dolore di averla perduta. Le pazienti dimesse tornavano a trovare le altre portando dolci sia per il personale sanitario che per le amiche ancora ricoverate e insieme tornavano in giardino a chiacchierare, ridere, qualche volta piangere quando si scopriva che un’altra di loro non ce l’avrebbe fatta. 

Quando mia madre uscì dal Forlanini fu una parziale sconfitta per la dottoressa che l’aveva presa in cura perché la causa della sua tosse non riuscì a trovarla e  riuscì solo a ridurne l’intensità. Ma per mia madre quel periodo in ospedale restò sempre come il ricordo di una vacanza. Quello era l’ospedale Forlanini, un’eccellenza la cui chiusura nel 2015 fu considerata dal prof. Massimo Martelli, primario in quell’ospedale, “un peccato mortale”. 

Si disse che chiudere il Forlanini avrebbe comportato il risparmio di  13 milioni l’anno. Questo non voglio neanche metterlo in dubbio, ma anche evitare di mangiare porterebbe il risparmio di una bella cifra mensile per chi facesse questa scelta. Il problema è solo nel chiedersi a quali conseguenze portano scelte simili, ovviamente prendendo il considerazione le ricadute sulla collettività.

Se il problema fosse solo quello di risparmiare, si potrebbe fare il confronto col costo di un solo F35 e scoprire che equivale più o meno a dieci anni di vita del Forlanini. Ma mentre l’F35, se non utilizzato è solo una scelta politica (che grava comunque sulla società) e se utilizzato porta la morte, il Forlanini se non utilizzato si degraderà fino ad essere acquistato da qualche privato che ne farà magari una SPA, mentre se utilizzato porterebbe ad innalzare la speranza di vita di migliaia di persone avendo ben 3.000 posti letto, che in questo periodo, sotto l’incubo della Covid19, arriverebbero come manna dal cielo.

Possibile che in nome del “senso di responsabilità”, nuova formula chiave per far accettare ogni limitazione della libertà personale, anche  se giusta sul piano sanitario, escludendo al momento altre letture sul piano sociale, non si riesca a fare i conti con l’importanza delle strutture sanitarie pubbliche che vanno potenziate e non demolite? Gli ospedali di Milano denunciano la scarsità degli strumenti nelle sale di rianimazione e questo costringe i medici a un doloroso triage sulle persone da intubare e alle quali applicare la ventilazione artificiale

Possibile che non si faccia il conto di quanti strumenti di ventilazione sanitaria (che è un salvavita) potrebbero essere acquistati al costo di un solo F35? E mi limito a questo.

Possibile che solo cercando col lanternino si riescano a scovare articoli che ricordano che in dieci anni, in nome del virus mondiale del neo-liberismo, sono stati  tagliati 37 miliardi alla sanità pubblica con perdita di  70mila posti letto e chiusura di 359 reparti in vari ospedali, tra cui il Forlanini?

Tutto questo bene o male si sa e allora viene spontaneo chiedersi perché mai non si proceda immediatamente all’acquisto di strumenti salvavita, che al momento sono importanti almeno quanto il tentativo di fermare il contagio e non hanno costi proibitivi? 

Non è questo il momento di attaccare il governo per le sue scelte, anche se non condivise – questo lo lasciamo fare agli sciacalli di mestiere –  ma possiamo lanciare una petizione affinché si distolgano immediatamente fondi dal settore militare per destinarli all’emergenza sanitaria e salvare davvero quelle centinaia di vite che seppur cariche di anni potrebbero concludersi in altro modo e non per mancanza di strumenti per contrastare l’effetto del virus.

Intanto invitiamo a dare un segnale firmando la petizione per riaprire l’ospedale Carlo Forlanini,  il “sanatorio di Roma” che porta il nome del medico al quale si deve – tra le altre – la scoperta del “pneumotorace artificiale” che guarì migliaia e migliaia di tubercolotici quasi cinquant’anni prima che Fleming scoprisse la penicillina.  Di petizioni ne sono state lanciate diverse, alcune anche da chi, per scelta di partito, tende a privatizzare tutto il privatizzabile, ma noi vi proponiamo di firmare questa http://chng.it/PPyFnwCVwG con la speranza che tra i tanti danni che sta producendo, diretti o indotti, il nuovo coronavirus possa anche portare consapevolezza circa un’inversione di rotta a favore del bene comune.

 

Categorie: Europa, Opinioni, Salute
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