Intersessualità, un altro tabù che non sappiamo gestire?

10.02.2020 - Fabrizio Maffioletti

Intersessualità, un altro tabù che non sappiamo gestire?

In foto: Hanne Gaby Odiele, fotomodell@.

Il bambin@ intersex presenta caratteristiche sessuali che appartengono ad entrambi i generi, questo aspetto si può generalmente manifestare a livello urogenitale, e/o a livello ormonale, quest’ultimo caso più difficilmente diagnosticabile alla nascita, fa si che la persona possa non rientrare nelle statistiche.

Maschio o femmina o,o, o l’uno, o l’altro. Viene definita “binarietà di genere“.

Le nostre società, da secoli, basate su una visione patriarcale della comunità, si sono sempre fondate sulla binarietà di genere, al punto che gli ordinamenti giuridici si basano su questo concetto.

O sei “maschio” inteso, tra l’altro, nella concezione patriarcale, o sei di sesso femminile.

E lo stigma, tutto patriarcale, tutto maschile, si è sempre riversato in primo luogo sul femminile, e poi su tutti quegli aspetti che esulano dalla rigida dicotomia di genere, che dev’essere (sempre secondo la cultura patriarcale) incentrata sul sesso biologico di nascita e non sull’identità di genere.

Non  solo, la dicotomia di genere si è sempre basata su dei tabù, modo molto efficace di imporre delle “leggi non scritte” che agiscano a livello sociale e non solo.

Trovare delle statistiche attendibili sulle nascite intersex non è facile, ma alcune parlano addirittura dell’1,7% delle nascite.

Quindi se il bambin@ è intersex, in genere il medico avverte la famiglia, e dopo che la famiglia ha dato il consenso, determina il sesso di nascita “prevalente” e opera di conseguenza “correggendone” l’aspetto, in modo che l’appartenenza ad un sesso biologico di nascita sia “inequivocabile”.

Nessuno chiede nulla al@ bambin@, il medico “corregge”: cosa? Ecco, qui sta la vera domanda: il bambin@ è malato? Presenta dei sintomi? L’intersessualità lo limita fisicamente?

Se le risposte a queste domande sono negative, allora: cos’ha curato – esattamente – il medico?

Di fatto tutte le persone intersex che si palesano socialmente denunciano il fatto di non aver potuto scegliere in prima persona.

Personalmente conosco una persona intersex, che è stata “corretta” a 5 anni in base al sesso di nascita prevalente che era quello maschile, con tutti i postumi post operatori del caso, e che poi ha avviato una transizione di genere perché si sentiva donna. E questo mi pare un caso molto emblematico del fatto che sarebbe stato meglio attendere e valutare insieme alla persona interessata, che è l’unica che dovrebbe avere voce in capitolo, in un aspetto così delicato.

Molto spesso le famiglie vivono per stigma, o per paura dello stigma, l’aspetto intersex del@ figli@ come una malformazione da correggere e si mettono nelle mani dei medici, ritenendosi in grado, data la potestà, di poter decidere al posto del@ bambin@.

DSD: Disordine della differenziazione sessuale

Ecco come viene considerata l’intersessualità: una patologia. Ma anche l’omosessualità era considerata una malattia, anche la disforia di genere, ovvero la non corrispondenza tra sesso biologico di nascita e identità di genere, era considerata una malattia, negli anni 60/70 veniva curata con l’elettroshock.

Una cosa che, francamente, fa accapponare la pelle.

Il DSD, in moltissimi casi viene “curato” chirurgicamente, quindi in modo notevolmente invasivo.

Quanto ci vorrà prima che la scienza smetta di inchinarsi a dei tabù che sarebbero patetici se non scatenassero reazioni fobiche da parte di genitori e società, e azioni violente come gli interventi chirurgici invasivi?

C’è molto da fare e andrebbe fatto. Spetterebbe in primis alla classe medica che, per inciso, è molto influenzata dall’obiezione di coscienza, cosa che a mio parere non dovrebbe proprio esistere in una professione dove dovrebbe solo contare la scienza.

 

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Genere e femminismi, Opinioni
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