Buongiorno Signora Gallo, Faisal Hossai è morto nel CPR di Torino al luglio dell’anno scorso, cosa ci può dire al riguardo, dal Suo punto di osservazione?

“Noi conoscevamo la situazione della persona: l’Ente Gestore (Gepsa n.d.r.), con il quale siamo in stretto contatto, l’ha definita come una persona molto riservata, molto difficile nell’ambito delle relazioni interpersonali, anche nei confronti delle persone del centro.

Alle nostre specifiche domande poste all’Ente riguardanti il motivo della permanenza “nell’ospedaletto” (struttura “separata” all’interno del CPR, che ha creato molte polemiche, sia per la conformazione della struttura, sia per il proprio utilizzo, n.d.r.), veniva fornita la giustificazione che il Sig. Hossai non fosse in grado di provvedere in maniera autonoma alla propria igiene personale, creando disagio a gli altri trattenuti, che tolleravano con difficoltà la situazione e che lui stesso accettava in maniera molto positiva il fatto di essere trattenuto presso “l’ospedaletto”.

Il mattino successivo alla notte nella quale il Sig. Hossai morì, siamo entrati per valutare, per quanto ci fu possibile, la situazione, accompagnati dal Referente Medico del Garante Nazionale.

In quell’occasione percepimmo che quella sua condizione di chiusura fosse compatibile con un disagio psichico , e che, al di là del fatto che il decesso non fosse avvenuto per problemi psichici, forse la sua condizione non era stata adeguatamente valutata.

L’assistenza al migrante con questo tipo di problemi, è piuttosto carente.”

Risulta che alla famiglia Hossai non sia stata comunicata la morte del congiunto: che lei sappia, esiste un protocollo burocratico per avvisare le famiglie in questi casi?

“Nei decessi all’interno delle carceri: al detenuto in ingresso al carcere, viene sottoposta una serie di domande, tra le quali di indicare chi debba essere informato in caso di decesso.

Alcune persone di nazionalità straniera preferiscono indicare il consolato anziché i famigliari.

Non so se all’interno del CPR venga posta quest’attenzione.

Mi risulta che la persona non avesse legami affettivi sul territorio italiano.”

Torino Today il 18 febbraio scorso scorso riporta un “tentativo di fuga nel quale un migrante è caduto da un tetto, data la struttura interna del CPR, ritiene che salendo su un tetto sia possibile fuggire?

“Mi sembra quasi impossibile, anche perché le modifiche alla struttura, messe in atto a seguito degli eventi che si sono susseguiti negli ultimi otto mesi circa, sono tali che questo sia praticamente impossibile.

Succede che il tentativo di fuga, anche se impossibile, possa essere messo in atto fino all’ultimo momento prima del rimpatrio.

Accompagnando le persone durante il rimpatrio, siamo coscienti del loro stato d’animo.

La disperazione è tale, da mettere in campo queste azioni , che proprio a causa di questa disperazione devono essere interpretate forse non come veri e propri tentativi di fuga, ma come tentativi di richieste di qualcosa ed è ciò su cui negli ultimi mesi ho sempre cercato di far porre l’attenzione .

Nel momento in cui si verifica una situazione difficile all’interno, un incendio, un tentativo di fuga, occorrerebbe comprendere che questo disagio dipende anche dalla struttura architettonica del CPR: una persona non può fisicamente reggere di essere comunque chiusa in un recinto.

Paradossalmente il carcere, pur con strutture fatiscenti , spazi limitati, ha però una fisionomia che in qualche modo rende la vita all’interno fatta di abitudini più simili alla vita in libertà, si esce all’aria, ci sono delle attività, c’è modo di tenersi occupati, cosa che non accade nel CPR, nel quale i trattenuto possono praticamente solo uscire in quel cortile.”

Cosa ne pensa del sequestro dei telefonini di proprietà dei trattenuti all’interno del CPR?

“Il telefonino rappresenta anche un momento di svago, la possibilità di capire cosa sta succedendo intorno a noi, una persona rinchiusa in quella struttura (la permanenza in un CPR non avviene per reati penali commessi, n.d.r.), è normale che abbia voglia di utilizzare il proprio cellulare per ottenere informazioni su ciò che sta succedendo, a maggior ragione nella condizione nella quale si trova.”

Come giudica, in generale, la situazione psicologica dei trattenuti del CPR di Torino?

“Da un punto di vista dell’assistenza psicologica, devo rilevare che i tagli che sono stati fatti e la conseguente riduzione del personale – siamo passati da 50 ore settimanali di assistenza nel 2018 a 24 ore nel 2019, con un taglio del 50% – riguardano anche i trattenuti nel CPR,.

Il fatto che migranti trattenuti, non abbiano figure di riferimento con le quali poter anche solo semplicemente parlare delle proprie problematiche, rappresenta una carenza importante.

Inoltre c’è un aspetto che riguarda la competenza specifica, che a mio parere fa la differenza, un conto è uno psicologo generico, diversa è un’analisi di problemi psicologici o psichiatrici legati al senso di fallimento che prova chi ha intrapreso un viaggio migratorio (affrontando consapevolmente il pericolo di morire e spesso condizioni disumane, n.d.r.),.

La permanenza nel CPR, dà al migrante la consapevolezza della conclusione, del fallimento del proprio progetto di vita, deve quindi ripensare al proprio futuro, proprio nei luoghi dai quali è fuggito.

Questa situazione emotiva avrebbe bisogno, a mio parere, di un sostegno quotidiano, non saltuario.

Occorre suscitare nel migrante una comprensione, una presa di consapevolezza, ci sono trattenuti che non comprendono bene cosa stia loro succedendo.

Anche il tempo così dilatato della permanenza dei richiedenti asilo (fino ad un anno, n.d.r.), può essere fonte di disagio psicologico.”

Le è stato impedito l’accesso al CPR per alcun giorni nel mese di gennaio? Perché?

“La situazione all’interno del CPR era particolarmente tesa, l’idea di recarmi nella struttura e monitorare la situazione attraverso dei monitor, non aveva il senso che in genere do alle visite.

Vista la situazione anche relativa a quello che auspico sia un dialogo a livello istituzionale nazionale, come Comune abbiamo deciso, in quel periodo, di attendere per osservare ciò che sta accadendo a livello nazionale.

Inoltre la competenza, in prima battuta è del Garante Regionale e poi nostra.”

Attivisti riportano che all’interno del CPR ci sono contemporaneamente Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza ed Esercito, in un rapporto di circa 1:1 con i detenuti. Nel CPR non possono accedere osservatori, il Prefetto nega l’accesso per motivi di ordine pubblico. Cosa ci può dire al riguardo?

“Nell’ultimo anno e mezzo mi sono battuta moltissimo, perché credo che una struttura così chiusa verso l’esterno, non faccia altro che alimentare ciò che vediamo accadere costantemente, quindi mi era stato proprio chiesto , su mia sollecitazione, l’intervento di associazioni dall’esterno, cosa che avevo accolto con veramente un grandissimo entusiasmo.

Mi ero prestata a fornire tutto l’elenco delle associazioni che già operano all’interno della Casa Circondariale Lorusso Cutugno (il carcere “delle Vallette” a Torino, n.d.r.), che ritenevo, lavorando già nell’ambito della detenzione carceraria, avessero la competenza e gli strumenti necessari per operare all’interno del CPR.

Si è costituito un tavolo in Prefettura, dove è stato esplicitato che le attività dovessero essere svolte a costo zero, sono state fatte due riunioni.

Ma il progetto non è più stato portato avanti, le associazioni ci dicono che non ne hanno più saputo nulla.”

Come valuta la situazione sanitaria all’interno del CPR?

“C’è una bozza di protocollo all’interno del regolamento CIE inerente a questo problema, ad ogni mia sollecitazione viene risposto che il protocollo è in fase di definizione.

C’è una bozza avanzata di protocollo con l’Ordine dei Medici di Torino, e c’è un accordo con l’Ospedale Martini, ma nel regolamento CIE è ben specificato che si deve assicurare, sotto l’aspetto sanitario, maggior attenzione di quella che è in grado di assicurare un Ente Gestore.”

Si presupporrebbe quindi che l’assistenza sanitaria all’interno del CPR debba essere gestita dall’ASL competente nel territorio di collocazione del CPR.

“Sì, comunque se l’Ente Gestore decidesse di avere un ambulatorio con personale infermieristico all’interno della struttura, atto, ad esempio, alla distribuzione di farmaci di prima necessità, andrebbe benissimo.

Tuttavia il personale medico andrebbe coordinato e gestito dall’ASL di competenza.

Anche la selezione dei medici stessi : come viene fatta? Su che basi?

Per quanto riguarda le malattie presenti in altri Paesi: di quali competenze si dispone?

Per quanto riguarda le linee guida attive nelle carceri rispetto al problema del coronavirus, nei CPR vengono applicate?

I trattenuti nel CPR di Torino sono circa 150: si sta facendo uno screening adeguato per coloro che presentano sintomi influenzali?

Sono stati fatti tamponi ai trattenuti?”

Parliamo del famigerato “ospedaletto”: ha funzioni punitive?

“L’ospedaletto, come chiunque può leggere dalla relazione del Garante Nazionale, è classificabile come un “non luogo”, ha questo spazietto antistante delimitato da una grata, dove le persone escono.

Sicuramente in passato ha avuto funzioni punitive, abbiamo però assolutamente vietato l’uso delle celle sotterranee, non siamo però in grado di avere prove inequivocabili che persone considerate problematiche, non vengano collocate nell’ospedaletto.”

Come giudica la qualità di vita dei trattenuti all’interno del CPR di Torino?

“Faccio un esempio: devo scontare un anno di pena (in un carcere, n.d.r.), faccio il corso da panettiere, se non sono italiano, faccio un corso per imparare la lingua, affronto un percorso di presa di consapevolezza mediante un supporto psicologico, ho comunque l’opportunità di aggiungere delle cose alla mia vita.

Questo in un CPR non avviene.

E’ Una sottrazione di tempo alla vita, la vita è un bene prezioso.”