Jérôme Munyangi : « L’Artemisia è la soluzione per l’Africa»

19.01.2020 - Bruxelles - Pour.press

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Jérôme Munyangi : « L’Artemisia è la soluzione per l’Africa»

Il dottor Jérôme Munyangi si è laureato in Medicina all’Università di Kinshasa, ha conseguito un Master all’Università di Parigi Diderot e un altro all’Università di Ottawa. Nel 2011 è stato assunto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come ricercatore sulle malattie tropicali poco studiate. Lavora da 6 anni a un trattamento vegetale alternativo contro la malaria nella Repubblica Democratica del Congo, il terzo Paese africano più colpito dopo Nigeria e Mozambico. La sua ricerca dimostra l’efficacia del trattamento a base di Artemisia, una pianta con la quale i cinesi si curano da oltre 2000 anni. L’’OMS e altre organizzazioni internazionali si oppongono al suo uso, la Francia e il Belgio la proibiscono e l’argomento crea polemiche, mentre il flagello continua ad abbattersi sulle popolazioni. Secondo l’ultimo rapporto dell’OMS, il World Malaria Report 2018, ogni 2 minuti un bambino di età inferiore ai 5 anni muore a causa di questa malattia curabile.

Dottor Jérôme Munyangi, lei è recentemente fuggito dal suo Paese, la Repubblica Democratica del Congo, per motivi di sicurezza. Sono trascorsi diversi mesi dal suo arrivo a Parigi. Cosa l’ha spinta a trasferirsi in Francia?

Nel 2015 ho cominciato a ricevere minacce da parte di rivenditori di medicinali che lavorano con aziende farmaceutiche indiane e cinesi e che si stanno stabilendo praticamente ovunque in Africa. Queste aziende sono note per essere coinvolte nel traffico di medicinali falsificati. Ho resistito a diversi attacchi dal 2015. Sono anche stato avvelenato, come è raccontato chiaramente nel documentario Malaria Business [1], e dalla stampa nel 2017.

Può ricordarci cos’è accaduto?

Abbiamo iniziato uno studio clinico sulla malaria nella provincia di Maniema a Kindu nel novembre 2015, con tutte le autorizzazioni richieste da Kinshasa, del Ministero della Salute, dell Ministero della Ricerca Scientifica, ecc. Il medico responsabile della zona ha tentato la prima volta di interrompere i lavori. Ci siamo dovuti rivolgere al ministro a Kinshasa per far riprendere le ricerche. Una settimana più tardi, non mi sentivo affatto bene, ho iniziato a vomitare e mi mancava l’energia per continuare a lavorare. Un medico omeopata ha diagnosticato un avvelenamento. Tutti coloro che vivono in Africa orientale conoscono bene questo tipo di veleno, il quale non ha antidoti. Mi sono recato per circa 2 settimane in un’altra provincia, a Goma, al confine con il Ruanda, per curarmi. Successivamente, all’inizio del 2016, sono andato in Canada per fare alcuni esami ed è stato possibile rilevare che che avevo il mio stomaco interno era perforato da ulcere.

Ha di recente ricevuto nuove minacce che l’hanno spinta a lasciare la Repubblica Democratica del Congo?

Non sono tornato in Francia per semplice desiderio, ma in seguito a un arresto nel marzo 2019 a Kinshasa, dove sono stato arbitrariamente e illegalmente arrestato di notte, intorno alle 22, e poi detenuto per 3 giorni dalla polizia, senza alcuna denuncia o mandato. Dopo essere stato ascoltato da un magistrato era palese che il mio fascicolo era vuoto, senza alcuna prova.

Avete fatto richiesta di asilo politico e a che punto è la vostra domanda?

Sto lavorando con una ONG francese, La maison de l’Artemisia, che incentiva l’uso di questa pianta per promuovere un trattamento efficace e accessibile alla popolazione bisognosa in Africa. Ho dovuto lasciare il Congo e sono rimasto per un po’ presso l’ambasciata francese a Bangui [capitale della Repubblica Centrafricana]. Poi ho ottenuto un visto per venire in Francia. Ora chiedo asilo politico per ottenere una protezione che non ho né mio Paese d’origine né Africa in generale.

Le sue ricerche su questa pianta sono cominciate nel 2014. Come sono cominciate?

Era il 2012. Ero ancora uno studente di medicina in Congo e organizzavo degli incontri scientifici a Kinshasa dove invitavo studenti, professori e ricercatori per discutere di malattie e di attualità scientifica. Un giorno mi sono ammalato di malaria e in ospedale mi è stato proposto un trattamento a base di chinina. Ma non sopportavo questa molecola, essendo a conoscenza dei suoi effetti collaterali. Ho chiesto a un mio amico medico se c’era un’alternativa. Mi ha risposto: “Ho delle pillole provenienti dal Lussemburgo, è Artemisia”. Su insistenza del medico, ho accettato le pillole e 3 giorni dopo mi sono sentito meglio. Mi ha detto di continuare il trattamento per sette giorni. L’ottavo giorno, nel laboratorio di Kinshasa dove ero potuto entrare, ho analizzato il mio sangue, scoprendo che era simile a quello di una persona che non aveva mai vissuto in zona endemica.

Nel 2014 sono venuto in Francia per il mio master in biologia sintetica sotto la supervisione delle università di Parigi VII e Parigi V. Questo amico medico che mi aveva curato in Congo nel 2012, ha scritto al suo professore in Lussemburgo per annunciargli il mio arrivo in Francia. Quest’ultimo scrisse poi alla dottoressa Lucile Cornet-Vernet, fondatrice dell’associazione Maison d’Artemisia, per dirle che un medico congolese, il quale aveva già sperimentato l’Artemisia, era in Francia e che gli si poteva offrire un tema di ricerca legato a questa pianta. Tuttavia, alcuni membri della rete di difesa di Artemisia hanno pensato che potessi essere una “talpa”, dato che avevo lavorato con l’OMS, un’organizzazione che non raccomanda più l’uso della tisana di Artemisia, causando il divieto dell’uso di questa pianta in Francia e in Belgio. Inoltre, ho avuto, e ho tuttora, buoni rapporti con tutti coloro con cui ho lavorato all’OMS e che occupano posizioni decisionali in Africa. Ero quindi considerato poco raccomandabile, o addirittura sgradito. Ma la dottoressa Lucile Cornet-Vernet ha un’altra visione delle cose; mi ha invitato nel suo ufficio di Parigi e finalmente abbiamo iniziato a lavorare sull’ Artemisia.

Come sono state accolte le sue ricerche a Parigi?

Abbiamo lavorato su un modello animale, il paramecio, che cresce un po’ ovunque nelle acque reflue. Ha le specificità molecolari del plasmodio, l’agente che provoca della malaria. Il paramecio viene utilizzato per valutare il dosaggio dei farmaci. Abbiamo ottenuto risultati conclusivi dai quali abbiamo condotto dei tentativi biologici e clinici.

Perché la pianta è messa al bando in Francia e in Belgio? Come spiega tale divieto?

L’OMS è un organismo che regola le questioni sanitarie sulla base di studi di istituti di ricerca e scienziati. L’OMS può essere condotta in errore dai posizionamenti degli scienziati e dai loro interessi. Nel suo comunicato del giugno 2012 [2], l’OMS non raccomanda l’uso dell’ Artemisia annua, in qualsiasi forma, compreso il tè, per la cura o la prevenzione della malaria.

L’OMS ha preso questa decisione in modo piuttosto frettoloso e ha insistito sulla resistenza al trattamento, senza fare riferimento alla documentazione scientifica disponibile da molto tempo. Di conseguenza, Francia e Belgio hanno applicato alla lettera questa raccomandazione dell’OMS, arrivando fino al divieto formale.

Eppure la pianta si trova facilmente. Qui a Parigi, si trova lungo l’autostrada in direzione Lille. In Africa abbiamo una varietà, l’Artemisia afra, che cresce ovunque, è una pianta endemica, autoctona, conosciuta dalle popolazioni indigene.

Ha parlato di minacce nei suoi confronti. Secondo lei, le aziende farmaceutiche si stanno muovendo per evitare che danneggi i loro interessi?

La malaria è parte del business. Le multinazionali occidentali stanno perdendo molti soldi per la cura della malaria in Africa. Queste aziende farmaceutiche hanno difficoltà a vendere i loro prodotti in Africa perché il continente è diventato monopolio di cinesi e indiani. Francia, Belgio, Interpol in generale, stanno lavorando con le federazioni doganali internazionali contro il traffico di medicinali falsificati. La produzione legale di farmaci in Europa vale quasi 1.000 miliardi di euro, la produzione di farmaci falsificati ne vale 70 o 200 miliardi.

Conosciuta in Cina da oltre 2.000 anni, l’Artemisia annua è nella storia nel secolo scorso quando, durante la guerra del Vietnam (1959-1975), la pianta fu raccomandata come trattamento ai soldati nordvietnamiti decimati dalla malaria con un certo successo. Dal canto loro, gli Stati Uniti, ugualmente colpiti dalla malattia avevano utilizzato un trattamento alla meflochina, noto con il nome commerciale di Lariam®, efficace ma non privo di preoccupanti effetti collaterali neuropsicologici: incubi, perdita di memoria, paranoia, depressione e pensieri suicidi. Questo trattamento con meflochina è stato tuttavia ampiamente utilizzato dalle truppe statunitensi durante gli interventi in Africa, Iraq e Afghanistan. Come spiega il fatto che la meflochina (Lariam® 250), prodotta dall’azienda svizzera Hoffmann-La Roche, sia ancora raccomandata dall’Istituto Pasteur nonostante i suoi effetti collaterali, mentre Artemisia non è più raccomandata da organizzazioni internazionali come l’OMS?

Mi pongo questa domanda ogni giorno. Perché questa politica dei due pesi e le due misure dell’organo regolatore della sanità globale, l’OMS, di tutti gli istituti di ricerca del mondo di oggi, dei governi e dei responsabili politici africani?

Il Lariam®, i cui effetti collaterali devastanti sono incomparabili a quelli della pianta, ne è un esempio emblematico. Se confrontiamo il rapporto rischio-beneficio del Lariam® con la tisana d’Artemisia, sono sicuro che la maggior parte delle persone opterebbe per la tisana, poiché l’assunzione di Lariam® comporta molti rischi. È inimmaginabile che il Lariam® sia raccomandato e che l’Artemisia sia bandita.

Nel 2001, l’OMS ha dichiarato l’artemisinina rappresentava “la più grande speranza del mondo contro la malaria”. Poi, nel giugno 2012, nel comunicato che lei cita, l’OMS sconsiglia il suo utilizzo. Eppure, nel 2015, Tu Youyou ha vinto il primo premio Nobel per la medicina cinese per aver aver dimostrato la sua efficacia nei trattamenti antimalarici. Perché l’OMS si oppone all’uso di Artemisia nella sua forma naturale? È per mancanza di prove scientifiche – difficili da ottenere, dato che l’OMS non finanzia le ricerche sulla pianta – o per il rischio molto ipotetico di sviluppo di resistenze?

Non vi è alcuna comprovata resistenza alla tisana Artemisia annua. Non è possibile sviluppare resistenza ad una terapia combinata, si può sviluppare resistenza contro una sola molecola. Gli scienziati stanno attualmente lavorando perché delle resistenze al trattamento si stavano sviluppando in Cina e in Africa.

Perché gli istituti di ricerca, l’OMS e gli altri donatori non vogliono investire soldi per porre fine una volta per tutte alla controversia su questa pianta? Non dovrebbe essere studiata?

Se la Maison d’Artemisia ed io abbiamo deciso di condurre questi studi, non è per creare un farmaco o brevettare un’invenzione. Ciò che ci interessa è che gli scienziati, i donatori e i responsabili politici africani puntino i riflettori sulla tisana, che sarebbe la soluzione per gli africani. In un paese-continente come il Congo, perché la tisana non può essere una prima soluzione per le popolazioni lontane dalle città con strade impraticabili, prima che i malati siano assistite in un centro sanitario? La tisana potrebbe essere un sollievo per queste persone prima che entrino in ospedale.

L’Africa è il continente più dipendente nell’importo di farmaci, con quasi il 95%. In Africa centrale, il 99% dei farmaci antimalarici consumati proviene dall’India e dalla Cina. L’Africa potrebbe trarre enormi benefici dalla coltivazione del suo patrimonio medicinale e tradizionale se sviluppasse, finanziasse e sostenesse la propria ricerca, come noi abbiamo proposto di fare con l’Artemisia. Perché i governi, perché i donatori non vogliono essere coinvolti in questo problema. É solo una questione di interesse finanziario, perché sono in gioco miliardi di dollari.

Per la prima volta nel continente africano, circa 6.400 zanzare geneticamente modificate sono state rilasciate in una località del Burkina Faso sud-occidentale, dove la malattia rimane la principale causa di morte e dove nel 2017 sono morte più di 27.000 persone. Questo esperimento è la fase di test del programma Target Malaria, finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates per 60 milioni di euro. Qual è la sua reazione?

É una carneficina. Vorrei che ci fosse un Thomas Sankara in questo paese che richieda una prova di efficacia prima di emettere nell’ambiente zanzare geneticamente modificate. Non conosciamo l’impatto di queste zanzare sull’ambiente e sulla salute umana. Com’è possibile che questo tipo di studio sia autorizzato e sia proibito, invece, il consumo di una pianta che potrebbe efficacemente curare, prevenire e combattere la malaria? La Fondazione Bill e Melinda Gates è coinvolta nella distribuzione di zanzariere trattate con insetticida, eppure sappiamo che attualmente in un paese come il Congo le zanzariere non sono state impregnate di insetticida, come ha riconosciuto anche il Ministro della Salute congolese dimissionario nella sua lettera di risposta al Collettivo delle Organizzazioni della Società Civile per la Salute e la Lotta contro la Malaria. Questa fondazione e altri donatori non sono all’altezza dei loro impegni. Queste esperienze non hanno senso e sono un insulto per i ricercatori, i popoli e i governi africani.

[1] Malaria Business, film documentario di Bernard Crutzen, coproduzione Caméra One Télévision – RTBF, 2017, Belgio, Congo, Senegal, Madagascar. Una versione è disponibile online.

[2] « Effectiveness of Non-Pharmaceutical Forms of Artemisia annua L. against malaria », WHO Position Statement, OMS et Global Malaria Programme, Juin 2012.

Di Jérôme Duval

Jérôme Duval è membro del CADTM, Comitato per l’Abolizione dei Debiti Illeciti e del PACD, la Piattaforma di Controllo del Debito dei Cittadini in Spagna. È autore con Fátima Martín del libro Construcción europea al servicio de los mercados financieros, (Icaria editorial, 2016) ed è anche coautore del libro La Dette ou la Vie, (Aden-CADTM, 2011), un’opera collettiva coordinata da Damien Millet e Eric Toussaint che ha ricevuto il Political Book Prize a Liegi nel 2011.

L’articolo originale si trova sul sito web del nostro partner.

Tradotto dal francese da Sofia Turati

Categorie: Africa, Internazionale, Interviste, Salute
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