L’Accordo di Parigi sul 2015 sul Clima non procede … et pour cause!

25.12.2019 - Angelo Baracca

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

L’Accordo di Parigi sul 2015 sul Clima non procede … et pour cause!

Sono stati scritti fiumi di commenti sul fallimento della COP 25 di Madrid, e non intendo aggiungerne un altro, ma portare l’attenzione su un piano diverso.

Le industrie del petrolio e del gas nel loro complesso sono responsabili di circa metà delle emissioni globali di CO2: se i combustibili fossili continueranno a venire estratti nei prossimi 28 anni come lo sono stati fra il 1988 e il 2017, la temperatura media globale salirebbe di 4°C per la fine del secolo. È superfluo qui commentare le conseguenze catastrofiche. Si tenga presente, perché raramente lo si fa, che 4°C sarebbe l’aumento medio, che ovviamente non può tenere conto delle variazioni e della punte, che possono essere molto più alte. Inoltre i fenomeni atmosferici estremi non aumentano linearmente con l’aumento della temperatura perché l’atmosfera è un sistema estremamente complesso – il più complesso che (NON) conosciamo – nel quale tutti i processi e i fattori sono interconnessi, agiscono forti sinergie, e feedback (retroazioni) forzanti o smorzanti, e se anche le emissioni antropiche cessassero i meccanismi innescati continueranno ad agire in modo incontrollato (per un’introduzione si può vedere “Il collasso ambientale”, Odissea, http://libertariam.blogspot.com/2018/11/il-collassoambientale-di-angelo-baracca.html, o “L’allarme sul riscaldamento globale potrebbe essere più grave di quanto viene valutato”, Pressenza, https://www.pressenza.com/it/2018/10/lallarme-sul-riscaldamento-globale-potrebbe-essere-piu-grave-di-quanto-viene-valutato/#sdfootnote1anc).

Un recentissimo articolo di Paolo Cacciari allerta molto opportunamente, per rimanere con i piedi per Terra (“Guerra Planetaria alla Natura”, https://comune-info.net/guerra-planetaria-alla-natura/):

«Per “decarbonizzare” la Terra (per sostituire i combustibili fossili con energie meno impattanti sull’atmosfera) servirebbero molti trilioni. Uno, forse due o tre punti di Pil. Per la sola conversione degli apparati energetici, scrive l’Agenzia per l’energia, servirebbero 68.000 miliardi di dollari. Solo in Europa, per raggiungere la “neutralità climatica” (zero emissioni nette al 2050) servirebbero 300 miliardi all’anno di soldi pubblici. E dove li potrà mai trovare la volonterosa Von der Leyen? Solo in Italia per rispettare gli obiettivi nazionali presi con la firma dell’Accordo di Parigi, cinque anni fa, servirebbero 190 miliardi. E in quale cilindro dovrebbe trovarli Conte due? Come chiedere, poi, a Cina, India e agli altri “paesi in via di sviluppo” di rinunciare ad estrarre e usare le loro risorse fossili?». E «attenzione, avvertono i saggi esperti di economia, primi consiglieri dei politici: imporre alle imprese produttive tagli alle emissioni dei gas climalteranti implicherebbe una perdita di competitività. Tanto più se ciò dovesse avvenire introducendo tasse sulle emissioni (carbon tax)».

A questo punto mi sembra interessante esaminare meglio chi sono coloro che dovrebbero invertire questa tendenza. E che cosa stanno facendo.

Poco tempo fa è uscito un interessante rapporto ”TOP 200 – La crescita del potere delle multinazionali” (http://www.cnms.it/attachments/article/192/top200%202019.pdf). La Tabella 5 riporta le TOP 200 mondiali in ordine di fatturato: ebbene, al primo posto di Walmart seguono dal secondo all’ottavo compagnie del settore petrolifero energetico (e la posizione 9 e 10 spetta a industrie automobilistiche!). In poche parole, le principali compagnie dei combustibili fossili sono insieme il più forte potere economico mondiale! Non sarà assolutamente facile e indolore metterne sotto controllo il potere.

Inoltre, 90 compagnie soltanto sono responsabili di più del 60% della produzione di gas serra (D. Drollette, Just 90 companies are accountable for more than 60 percent of greenhouse gases, Bulletin of the Atomic Scientists, 27 ottobre 2016, https://thebulletin.org/2016/10/just-90-companies-are-accountable-for-more-than-60-percent-of-greenhouse-gases/: dati da una ricerca di 6 anni fa). È opportuno osservare che fra i maggiori responsabili delle emissioni non vi è solo l’industria dei combustibili fossili, ma anche quella del cemento: nel processo industriale si riscalda carbonato di calcio che produce CO2 come scarto industriale, senza contare l’energia necessaria per riscaldare i forni, all’incirca una tonnellata di CO2 per ogni tonnellata di cemento. Le compagnie che producono cemento, milioni di tonnellate all’anno, sono responsabili del 3 – 4 % delle emissioni industriali globali.

Un recente articolo dell’autorevole Bulletin of the Atomic Scientists fa un passo oltre, analizzando criticamente le politiche delle compagnie dei combustibili fossili che dopo l’Accordo di Parigi del 2015 dichiarano di sviluppare progetti per contrastare il cambio climatico (K. Mulvey et al., Fossil fuel companies claim they’re helping fight climate change. The reality is different, 17 dicembre 2019, https://thebulletin.org/2019/12/fossil-fuel-companies-claim-theyre-helping-fight-climate-change-the-reality-is-different/?utm_source=Newsletter&utm_medium=Email&utm_campaign=Newsletter12192019&utm_content=ClimateChange_GreenwashingFossilFuels_12172019).

I proclami delle compagnie del Big Oil sono molti:

Fumo (o CO2) negli occhi?

«Dietro i proclami delle compagnie dei combustibili fossili per il clima, queste stanno scommettendo che le temperature globali aumenteranno ben al di sopra degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Per esempio, nell’Outllook for Energy 2019 della ExxsonMobile la compagnia non prevede alcuna riduzione delle emissioni di CO2 nel settore energetico fino al 2040, né alcuna data alla quale le emissioni raggiungano zero. E ExxsonMobile non è sola: solo il 13% delle compagnie energetiche che seguono il procedimento informativo raccomandato dalla Task Force on Climate-related Financial Disclosures stanno anche solo verificando la resilienza delle loro strategie commerciali in uno scenario in cui il riscaldamento globale rimanga sotto i 2 o1. Secondo un’indagine di quest’anno della Transition Pathway Initiative «solo 13 compagnie su 132 (10%) hanno preso impegni di emissioni zero rispetto alle proprie emissioni … Sembra che nel settore energetico la mentalità zero-emissioni sia ad uno stadio iniziale (early stage2 Tuttavia – et por cause – la grande maggioranza delle compagnie che aderiscono agli scopi dell’Accordo di Parigi di zero emissioni dichiara, nei propri accordi commerciali che stipula sul tema climatico, la propria adesione e coinvolgimento: business is business! As always.

Dopo l’Accordo di Parigi gli azionisti delle compagnie del Big Oil hanno proposto 160 risoluzioni, fra il 2012 e il 2018, a 24 compagnie USA di combustibili fossili: sebbene queste risoluzioni abbiano riscosso una serie di successi – dall’assunzione di membri del consiglio competenti sul clima, a qualche riduzione di emissioni – «nessuna di queste compagnie di combustibili fossili ha adottato piani, o obiettivi, per limitare il contributo alle emissioni di gas serra nel proprio ciclo completo. Piuttosto, la grande maggioranza di queste compagnie sta continuando investimenti business as usual per continuare ad espandere la produzione. Non vi è stato nessun progresso materiale nel ridurre le emissioni più importanti, nella produzione[che] per dimensione e scala sono l’indicatore rilevante per stabilire il progresso della compagnia negli obiettivi di cambiamento climatico».

D’altra parte è doveroso segnalare le denunce che sono state fatte, e documentate, sugli interessi economici che stanno dietro anche alla presunta spontaneità dello scoppio del movimento climatico nell’ultimo anno, «chi sta promuovendo l’attuale ondata di propaganda e attivismo climatico»3, in cui sembra che varie correnti “progressiste” abbiano le mani in pasta. D’altronde è sempre più evidente che la polarizzazione sulle emissioni da spazio a grande interessi che non coincidono strettamente con quelli del Big Oil: esempio clamoroso, l’industria nucleare vede una grande occasione per riproporre questa tecnologia come carbon-free4. Ma l’articolo di Global Research riporta una serie di dati sulla promozione degli attuali attivisti climatici: un articolo difficile da sintetizzare, ma comunque da leggere.

Conclusione, amara: le emissioni globali di gas serra continuano a crescere! Come pure gli investimenti delle industrie del Big Oil nell’esplorazione e la produzione.

Del resto, esse detengono il potere economico mondiale! L’economia comanda le scelte, finché non riusciremo a rovesciare questo sistema neo liberista.

1. Task Force on Climate-related Financial Disclosures Status Report 2019, https://www.fsb-tcfd.org/wp-content/uploads/2019/06/2019-TCFD-Status-Report-FINAL-053119.pdf.

4. Rinvio al chiarissimo articolo di Giorgio Ferrari, “La lobby del nucleare nel gioco della transizione energetica Atomica. L’obiettivo di azzerare le emissioni nel 2050 dovrebbe tradursi in pratica nella realizzazione su scala globale del «modello tutto elettrico»“, 7 dicembre 2019, Il Manifesto, https://ilmanifesto.it/cop25-la-lobby-del-nucleare-nel-gioco-della-transizione-energetica/.

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Internazionale, Opinioni, Scienza e Tecnologia
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